domenica 18 maggio 2008

Dialoghi sulla sconfitta / 5

DIALOGHI ALL'INDOMANI DI UNA SCONFITTA di Rino Malinconico

parte quinta: UN MINIMO DI PROSPETTIVA


CARLO Eravamo rimasti, se non sbaglio, all’interrogativo di come si possono contrastare le destre.

FEDERICO Sì, eravamo proprio a questa domanda cruciale. E non mi pare che possiamo dare risposte molto originali.

ROSA Intanto, io ritengo che bisogna ripartire esattamente dai territori. Dobbiamo assumere come prioritaria proprio la difesa della loro integrità sul piano ambientale e la spinta ad uno sviluppo reale dei loro livelli di civiltà. Dobbiamo proporre un assetto territoriale che si caratterizzi per la diffusione dei servizi alle persone, per l’attenzione estetica e funzionale allo sviluppo urbano, per sistemi efficienti di mobilità pubblica…

C. Questo è certamente un punto dell’azione di contrasto alle destre. Ma nel rivendicare un assetto territoriale più armonico, va prestata molta attenzione al “principio di apertura”. Occorre esigere assetti territoriali aperti, capaci di accoglienza, di scambio, di integrazione e interazione. Sui territori è necessario avviare, oggi più che mai, una battaglia culturale di fondo, per esempio contro l'idea dei “nidi puliti”, cioè contro l’idea che un territorio per essere salvaguardato debba essere anche omogeneo quanto a tradizioni, credi religiosi, modelli comportamentali, bagaglio linguistico, riferimenti culturali e morali. Il comunitarismo dei “nidi puliti” è l’anticamera del razzismo esplicito, quello che guarda ai lineamenti fisici e al colore della pelle. Occorre stare certamente dentro le dinamiche di valorizzazione dei territori, muovendosi in sintonia col desiderio di vivibilità delle popolazioni; ma ci si deve stare anche con un grande impegno di contrasto nei confronti delle logiche dei “nidi puliti”.

F. E però, al di là della giusta osservazione di Carlo sui pericoli di razzismo, non vi pare che ci possa essere, proprio nel richiamo ai territori, il rischio di una logica troppo “da campanile”, di località contro località, senza alcun piano di programmazione territoriale?

R. Un rischio del genere sicuramente c’è, lo vedo anch’io. Per evitarlo, dobbiamo coniugare strettamente la programmazione territoriale con la partecipazione democratica delle popolazioni. Le scelte tecnocratiche calate dall’alto sono sbagliate; anche le logiche alla “nimby” sono ovviamente sbagliate. Noi dobbiamo saper restare dentro il punto di vista dei territori, ma facendo valere le prospettive generali. Per esempio, sulla emergenza rifiuti che oggi vive la Campania, con le popolazioni che si mobilitano contro discariche e inceneritori in nome di una giusta esigenza di salvaguardia ambientale, il principale tema generale è quello della riduzione a monte della produzione dei rifiuti; e questo comporta un insieme di proposte pratiche sulle modalità stesse del consumo, sulle modalità della distribuzione e sulla modalità di sviluppo degli assetti territoriali...

C. Rosa ha perfettamente ragione. Dobbiamo funzionare, da una parte, come “intelligenza generale”; dall’altro dobbiamo essere interni alle soggettività che si mettono in moto.

F. Non è mica facile: quando le soggettività territoriali se ne vengono fuori, per esempio, con la parola d’ordine della sicurezza e scatenano magari la caccia agli immigrati, noi poi come la mettiamo?

C. La mettiamo nel senso che sulla sicurezza dobbiamo fare noi una offensiva, proporre un discorso di attacco. Dobbiamo saper sfidare il governo delle destre proprio sui punti che per esso sono più ostici, e mi riferisco anzitutto alla lotta contro la criminalità organizzata e il narcotraffico, che sono gli elementi che davvero guastano in radice il vivere civile. Dobbiamo proporre su questi aspetti una lotta senza quartiere, affrontando la questione dell’economia illegale da tutti i lati: chiedendo a gran voce, ad esempio, un nuova normativa, più trasparente, sui depositi bancari e sulle società di capitali; o anche una regolamentazione più rigida degli appalti pubblici; o anche provvedimenti più chiari di salvaguardia ambientale, ivi compresa una moratoria delle costruzioni nelle zone ad alta densità di degrado.

F. Insomma, quando loro dicono “sicurezza”, noi dovremmo dire: “sta bene; ma che facciamo sul punto dell’economia illegale e di quella che è a metà strada tra economia legale e illegale?”

C. Esattamente, ma dobbiamo dirlo senza sottrarci neppure per un attimo a tutto il resto, ovvero alla questione della sicurezza dei cittadini negli spazi urbani. Ma anche qui, come va affrontato questo tema? Servono, ovviamente, l’azione della polizia e il controllo delle strade e dei quartieri da parte delle forze dell’ordine; servono anche la celerità dei processi e la certezza della pena, da comminare comunque sulla base del principio di rieducazione previsto dal nostro ordinamento; ma dovremmo chiarire bene che il modo più efficace per produrre sicurezza è anzitutto la moltiplicazione dei “presidi di civiltà”. Quando ha pesato, ad esempio, disabilitare le stazioni ferroviarie, che pure per decenni, in molti paesoni degli interland urbani, ma anche in tanti paesini degli entroterra collinare e montano, hanno costituito una presenza che dava compagnia e sicurezza, specie nelle ore notturne? Io, per esempio, proporrei una specifica rivendicazione, che attraversi tutta la penisola, di riabilitazione delle piccole stazioni ferroviarie: non solo per potenziare il traffico ferroviario e la rete dei trasporti pubblici, ma proprio per contrassegnare i territori con ulteriori elementi del vivere civile.

R. Ma le ferrovie oggi sono private...

F. Agiscono pur sempre in base ad una concessione pubblica. Si può intervenire tecnicamente sui termini della concessione.

R. In ogni caso la sicurezza mica la risolvi coi capostazione.

C. La risolvi anche coi capostazione, Rosa; così come la risolvi anche tenendo aperte le scuole al pomeriggio, incoraggiando l’attività teatrale di quartiere, moltiplicando le biblioteche pubbliche e i musei, allungando i loro orari di apertura, istituendo gli ambulatori pubblici di zona e accorpando in essi le guardie mediche notturne, curando gli spazi verdi attrezzati… Si tratta, insomma, di sviluppare un insieme di interventi che punteggino le strade e le piazze di autentici “presidi di civiltà”. E accanto ad essi servono altri provvedimenti: per esempio, il potenziamento degli uffici giudiziari, in modo da permettere loro un più celere lavoro.

R. Su questo occorre, a mio parere, anche altro, nel senso che si dovrebbe mettere mano ad un riordino complessivo delle leggi, dei codici di procedura e dei regolamenti. Lo dicevano chiaramente gli illuministi del Settecento: troppe leggi non implicano maggiore legalità, ma, al contrario, comportano una perenne crescita di disfunzioni e illegalità grandi e piccole.

F. Così puoi trovare d’accordo anche il governo, che anzi vuole proprio tagliare le leggi che gli fanno ombra e che fanno ombra agli affari.

R. Io parlo di riordino delle leggi, non di favorire gli affari.

F. Sì, ma in ogni caso le questioni decisive che ci dividono dalle destre non sono mica la legalità o la giustizia, bensì la vexata quaestio dei salari e del loro potere d’acquisto. La linea delle destre, ma anche quella delle forze governiste di opposizione, e finanche della maggioranza dei sindacati, è anzitutto di comprimere gli elementi di universalità contrattuale e di legare, quanto più possibile, salario e produttività. La tendenza è di costruire una situazione a macchia di leopardo anche con la creazione di gabbie salariali, regione per regione. Noi, al contrario, dobbiamo far valere il punto della universalità dei contratti, facendo capire che è l’unico argine possibile anche rispetto alla falcidia del potere d’acquisto dei lavoratori.

C. Io penso che su questo dovremmo osare di più. Dovremmo, cioè, riproporre la questione degli automatismi: una nuova scala mobile che recuperi sull’aumento dei prezzi. Penso che questa sia una delle campagne decisive che dovremmo avviare, in particolare coi venti di recessione che già si annunciano.

F. Non ti sfuggirà che su una opzione del genere avremmo contro anche i sindacati, anche la CGIL.

C. E’ probabile. Ma io penso che dovremmo andare avanti lo stesso, anche con una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare: se in parlamento arriviamo con un milione di firme, diventa difficile per tutti spiegare un eventuale no alla scala mobile…

R. Ma anche il tema tradizionale nostro della lotta alla precarietà dovrebbe costituire un elemento di netta contrapposizione alle destre.

C. Sì, ma pure dovremmo sostanziarlo di rivendicazioni chiare e concrete. Per esempio, ponendo particolare attenzione ai periodi di non lavoro.

R. Che significa? che dovremmo accettare il principio del lavoro ad intermittenza?

C. Noi non accettiamo alcun principio del genere, ma il lavoro ad intermittenza è un dato di fatto. Va ormai oltre la normativa esistente, è organicamente dentro il capitalismo della totalizzazione, come forma della flessibilità assoluta del lavoro. Contrastarlo significa proporre un altro principio, un’altra modalità complessiva di produrre e lavorare. Ma questo oggi, per i rapporti di forza generali, non si traduce in atti concreti. Sarebbe lo stesso che criticare in sé i meccanismi di sfruttamento. Ovviamente dobbiamo farlo, ma dobbiamo pur saper distinguere tra una giusta affermazione di principio, che attiene alla delineazione di un altro mondo possibile, e la concreta rivendicazione sulla quale si possono mobilitare energie e conseguire davvero risultati. Io credo che dovremmo provare a concentrare la pressione sui tempi di non lavoro, anzitutto nel senso di far valere da subito un aumento consistente dell’indennità di disoccupazione, portandola, per tutti i precari, al livello dell’indennità di disoccupazione speciale, e ciò indipendentemente dal numero di mesi lavorati in precedenza. Andrebbe, inoltre, rivendicata per tutti l’identica cosa che esiste già per gli edili, con la cosiddetta “cassa edile”, e cioè uno strumento finanziato essenzialmente dai datori di lavoro, che possa corrispondere anche al lavoratore precario il pagamento del mese di ferie e la tredicesima mensilità.

F. In sostanza, stando a quello che dici, si tratterebbe di articolare un ragionamento che spinga per un vero e proprio “salario di congiunzione” tra i diversi periodi lavorativi della condizione precaria, di modo da trovare linee di unificazione tra categorie che pure restano diverse, mettendo assieme lavoratori a progetto, lavoratori interinali, lavoratori a collaborazione continuativa, lavoratori a tempo determinato. Insomma, un reddito di cittadinanza, un salario sociale per i tempi di non lavoro.

R. Ma quello dovremmo rivendicarlo anche per i disoccupati, per chi non ha mai lavorato...

C. Certo, da un determinato momento dello stato di disoccupazione, dovrebbe valere anche per chi non ha mai lavorato, per chiunque sia disoccupato, magari in parallelo con corsi di formazione regionali. Il salario di ricongiunzione per i lavoratori precari e disoccupati, così come una nuova scala mobile potrebbero essere i due elementi di base per una ripresa di iniziativa del lavoro dipendente. Dire questo, ovviamente, non esclude tutto il resto, vale a dire le vertenze per aumenti salariali o le vertenze per rivendicare la stabilizzazione dei precari in determinati settori, in determinati comparti, o anche a livello generale.

R. E sulle tasse? Non dovremmo dir nulla sulle tasse?

C. E’ certamente un tema poco agevole per noi, ma qualcosa la potremmo comunque dire, puntando nella direzione di un nuovo calmiere dei prezzi sui generi di prima necessità. E’ l’uso che si fa delle tasse, e non tanto la loro entità, che dovremmo focalizzare.

R. Stai proponendo la diminuzione dell’IVA sui generi di largo consumo?

C. Certo, sarebbe meglio intervenire in una tale direzione piuttosto che sul reddito delle persone fisiche. Va anche detto che contrapponendo la riduzione dell’IVA alla riduzione dell’IRPEF si determina una ulteriore linea di contrasto chiara con le destre.

R. Fermiamoci un attimo, per carità, e vediamo di ricapitolare, di non perderci in tutta questa sequela di proposte e obiettivi. Mi pare che conveniamo sul fatto che una linea efficace di contrasto al governo delle destre passa sia per una iniziativa sui territori che nei luoghi di lavoro. Sui territori, nella forma delle vertenze per la difesa ambientale e per lo sviluppo dei servizi alle persone; nei luoghi di lavoro, nella forma di un doppio intervento sul salario: salario di congiunzione per precari e disoccupati e meccanismo di indicizzazione per tutti.

C. Sì.

R. Poi, ancora, tu Carlo proponi una iniziativa sulla sicurezza che rivendichi coerenza e rigore nella lotta alle mafie e al narcotraffico e che incentivi, soprattutto, i presidi di civiltà nelle strade e nelle piazze.

C. Esatto anche questo.

R. Infine, prospetti una iniziativa per calmierare i prezzi anche attraverso una riduzione delle imposte indirette sui beni di prima necessità.

F. Come programma per una opposizione immediata non c’è male.

C. Ma mica è tutto qui. Manca ancora la parte più essenziale, e cioè il contrasto puntuale alle iniziative della destra. E si tratta di almeno tre campi specifici di questioni. In primo luogo c’è il problema della compressione dei diritti delle persone, a partire dal tentativo di cancellare praticamente, se non normativamente, la legge 194 sull’interruzione di gravidanza. In molti, anche per le pressioni delle gerarchie ecclesiastiche, vogliono rimetterla in discussione. La difesa dell’autodeterminazione delle donne e della maternità libera e consapevole è un punto fondativo non solo dell’opposizione alle destre ma anche dell’idea di società che dovremmo proporre. Accanto ad essa vanno ripresi i temi della parità di condizione, i famosi DICO, e la denuncia delle discriminazioni nei confronti degli omosessuali. Si tratta non solo di essere interni ad un moto generale di resistenza che spontaneamente si determinerà su tali questioni, ma anche di promuoverlo, di essere parte attiva in questa tenuta di civiltà.

F. Va bene. Non credo che sia necessario aggiungere altro su questo aspetto. E per quanto riguarda la seconda questione, penso che tu ti riferisca agli immigrati.

C. Certo. Questo governo, proprio per le sue caratteristiche interne, non potrà che spingere in una direzione xenofoba, anche con provvedimenti autoritari nei confronti dei nomadi oltre che dei clandestini. Sostenere in tutti i modi i poveri del mondo, chiedendo, assieme a loro, condizioni di vita più eque, è più di un compito politico: è un dovere morale, una inevitabile e necessaria pratica quotidiana. E poi c’è un terzo ambito di problemi. Le destre garantiscono pienamente, per la loro stessa natura, il comando d’impresa. Nel privato, ma anche nel settore pubblico, i manager e le gerarchie tecniche e gestionali si sentiranno incoraggiate a chiedere di più, ad imporre ritmi e mansionari più faticosi.

F. Ma c’è il sindacato su questo. O meglio, c’è il problema di dar vita a un sindacato degno di questo nome…

C. Beh, la questione sindacale è essa stessa un pezzo del quadro. Da un lato i sindacati, legando produttività e lavoro, si muovono essi stessi in una logica di trasferimento di potere dal centro alla periferia; dall’altro la pressione padronale e manageriale, che si determina concretamente situazione per situazione, potrà trovare un argine solo nel livello di organizzazione più immediato del mondo del lavoro. Io penso che le RSU di azienda (che però dovrebbero anche trovare la possibilità di agire come RSU di sito produttivo, dal momento che negli stessi luoghi, anche nei medesimi capannoni industriali, convivono una pluralità di aziende, una pluralità di soggetti proprietari e anche una pluralità di gerarchie) diverranno un crocevia obbligato della resistenza alle destre.

F. Quindi tu ritieni superata la questione della costruzione di un nuovo sindacato nazionale, di un sindacato di classe.

R. Ma guarda che di sindacati ce ne sono già troppi, e aggiungerne un altro non mi pare la cosa più intelligente, tanto più che i tentativi di dare vita a un sindacato più combattivo e più legato alla partecipazione diretta dei lavoratori non sono stati certo brillanti. I cosiddetti sindacati di base si sono divisi in continuazione e la loro pratica concreta nei luoghi di lavoro non è stata troppo diversa da quella degli altri. E anche la costruzione delle correnti interne ai sindacati tradizionali, per esempio in CGIL, non è che abbia portato molto lontano.

C. Le dinamiche sindacali sono state davvero, negli ultimi anni, un capitolo poco produttivo della riorganizzazione della soggettività del mondo del lavoro. Ma indipendentemente da quegli esiti, oggi i termini sono nettamente diversi, perché le linee generali del conflitto sociale passano per un movimento, appunto, generale, un movimento politico e sindacale insieme. Lo strumento puramente sindacale serve perciò solo fino a un certo punto. E quanto all’altro piano del conflitto, quello che si determina situazione per situazione, singolo luogo di lavoro per singolo luogo di lavoro, sui temi soprattutto dei ritmi, del mansionario e del salario accessorio, esso passa obiettivamente per un ruolo più forte delle rappresentanze aziendali. C’è in sostanza una obiettiva difficoltà di tutte le organizzazioni sindacali ad agire in quanto tali. Si dovrà aprire per forza di cose una fase nuova, un nuovo modo di essere sindacato.

F. Se è così allora il sindacato dovrebbe essere ricostruito proprio a partire dalle rappresentanze sui luoghi di lavoro, senza far questione di sigle. Servirebbero coordinamenti delle RSU a scala territoriale e a scala nazionale, anche per settori; e ciò, lo ripeto, indipendentemente dalle sigle di appartenenza.

R. In questo modo, però, diamo per completamente morta la concertazione.

F. In parte è morta davvero. I sindacati possono anche arrivare a definire talune linee di indirizzo col governo e le rappresentanze padronali, ma, in ogni caso, potrebbero portarle avanti davvero solo sulla base di un movimento generale, che spinga sulle singole questioni e dia il senso di una progressione complessiva del conflitto. E comunque una serie di materie, pur se concertate, possono vivere concretamente soltanto nelle specifiche situazioni. E’ lì che acquistano definitivamente un segno positivo oppure un segno negativo.

R. Insomma noi, Rifondazione e sinistra di alternativa, cosa dovremmo dire ai nostri compagni militanti sindacali?

F. Dovremo dire di valorizzare dappertutto, in ogni passaggio, proprio le rappresentane sindacali di base, quelle elette dalla generalità dei lavoratori nei singoli luoghi di lavoro. E dovremmo anche dir loro di mantenere con coerenza la linea della universalità dei diritti, pur articolandola situazione per situazione. E dovremmo anche dire di partecipare con grande impegno ad alcune iniziative generali che possiamo promuovere o co-promuovere insieme ad altri, quelle che Carlo diceva prima: la raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare sulla ripristino della scala mobile e l'insieme dei provvedimenti sul salario di ricongiunzione per il lavoro precario.

R. Poi ci sono i contratti, ovviamente.

F. Sì, ma su questo non è che ci sia molto da dire, se non che andrebbe fatto valere il principio dell'adeguamento europeo dei salari e che va fissato comunque un limite temporale alla possibilità dei contratti a tempo determinato.

R. Sentite, abbiamo fin qui detto molte cose. Messe assieme configurano sicuramente un terreno articolato di contrasto al governo delle destre e di ripresa delle dinamiche di conflitto. Ma non vi viene il dubbio che possano rischiare di restare solo parole? Chi può autorevolmente proporle all'insieme della società? La sinistra, intendo la sinistra di alternativa, è quasi all'anno zero.

C. Cosa vuoi che ti risponda? Si dovrà partire per forza dal poco che c'è. Sapendo, tuttavia, che le contraddizioni esistono davvero, che esistono tra l'altro anche nel quadro politico. Mica possiamo pensare che il partito democratico sia un blocco unico e che al suo interno non esistano settori preoccupati dell’attuale situazione, e comunque più attenti ai temi della tenuta democratica del nostro paese o dei diritti del mondo del lavoro! Io credo che noi dobbiamo sforzarci di agire comunque con una ottica maggioritaria, per cui le cose che diciamo dobbiamo proporle alla generalità dei lavoratori, all'insieme delle donne e dei giovani, che più di tutti restano penalizzati in questa società, alle comunità che cercano una via d’uscita al degrado e all’abbandono. Ma è evidente che la nostra iniziativa funziona contemporaneamente anche come spina nel fianco della sinistra governista. Essa è istituzionalmente in un ruolo di opposizione. Su quali contenuti potrà sviluppare questo ruolo? Semplicemente facendo le pulci all'iniziativa del governo? o dovrà anche render conto ai settori popolari della società?

F. Non dobbiamo dare per completamente bloccato il quadro. Hai ragione su questo. D'altra parte non mi pare che sia bloccato neppure dal punto di vista strettamente politico-politico. La logica di autosufficienza proposta dal gruppo dirigente del partito democratico deve fare i conti anch’essa con una sconfitta elettorale consistente. Sono chiamati anche loro a darsi una prospettiva credibile, che certamente non potrà essere univocamente indirizzata al dialogo col governo.

R. In ogni caso, noi dovremmo fidare su noi stessi.

C. Certo che dobbiamo fidare su di noi. Ma dobbiamo anche sapere che tutto ciò che non siamo noi, il che, come si è visto, costituisce il 97% del corpo elettorale, non va considerato alla stregua di un monolite. E’ politicismo costruire la propria iniziativa esclusivamente, o anche principalmente, sulle linee di articolazione che attraversano le altre forze politiche; ma sarebbe infantile l'idea opposta, di autosufficienza della propria linea politica. Fare politica, per noi che vogliamo il cambiamento dei rapporti sociali, non è semplicemente dire delle cose giuste, ma fare in modo che le cose giuste, quando le diciamo, sedimentino poi coscienza, avviino percorsi, aprano contraddizioni, determinino schieramenti nella società. Insomma va considerato con grande attenzione tutto ciò che si muove fuori di noi, anzitutto quello che si muove sul piano delle soggettività sociali, ma anche tutto ciò che si muove sul piano politico-istituzionale.

F. Negli anni passati abbiamo largamente ragionato solo a partire da ciò che si muoveva nel quadro istituzionale.

C. E’ vero. Mi pare di averlo già detto: abbiamo avuto un'idea tutta rappresentativa della politica, saltando il duro lavoro di costruzione quotidiana, la presenza continua tra la gente, nei territori, sulle specifiche situazioni.

R. Ma è proprio questo il problema di fondo: che significa agire politicamente? Significa propagandare il programma? Significa partecipare a dinamiche istituzionali? Significa costruire lotte e vertenze? Significa dar vita a campagne di opinione?

C. Sarebbe facile rispondere che è tutte queste cose assieme, il fare politica; ma mi è ben chiaro che gli interrogativi che poni riguardano l'essenza stessa del costituirsi di un partito. Il congresso di Rifondazione sancirà, almeno lo spero, che Rifondazione Comunista continuerà ad esistere, che continuerà la sua ricerca su un comunismo all'altezza dei nuovi tempi. Le tue domande chiedono di ragionare esattamente sull’“anima” dell'iniziativa politica rivoluzionaria.

R. Piano, piano, non vogliamo mica ragionare adesso di rivoluzione?

C. No, possiamo darci qualche giorno in più per riflettere, e parlarne la prossima volta..

F. Sì, la prossima volta partiamo proprio da questo punto: come va fatto vivere il programma dell'alternativa.


Napoli, 3 maggio 2008 RINO MALINCONICO

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