domenica 18 maggio 2008

Dialoghi sulla sconfitta / 5

DIALOGHI ALL'INDOMANI DI UNA SCONFITTA di Rino Malinconico

parte quinta: UN MINIMO DI PROSPETTIVA


CARLO Eravamo rimasti, se non sbaglio, all’interrogativo di come si possono contrastare le destre.

FEDERICO Sì, eravamo proprio a questa domanda cruciale. E non mi pare che possiamo dare risposte molto originali.

ROSA Intanto, io ritengo che bisogna ripartire esattamente dai territori. Dobbiamo assumere come prioritaria proprio la difesa della loro integrità sul piano ambientale e la spinta ad uno sviluppo reale dei loro livelli di civiltà. Dobbiamo proporre un assetto territoriale che si caratterizzi per la diffusione dei servizi alle persone, per l’attenzione estetica e funzionale allo sviluppo urbano, per sistemi efficienti di mobilità pubblica…

C. Questo è certamente un punto dell’azione di contrasto alle destre. Ma nel rivendicare un assetto territoriale più armonico, va prestata molta attenzione al “principio di apertura”. Occorre esigere assetti territoriali aperti, capaci di accoglienza, di scambio, di integrazione e interazione. Sui territori è necessario avviare, oggi più che mai, una battaglia culturale di fondo, per esempio contro l'idea dei “nidi puliti”, cioè contro l’idea che un territorio per essere salvaguardato debba essere anche omogeneo quanto a tradizioni, credi religiosi, modelli comportamentali, bagaglio linguistico, riferimenti culturali e morali. Il comunitarismo dei “nidi puliti” è l’anticamera del razzismo esplicito, quello che guarda ai lineamenti fisici e al colore della pelle. Occorre stare certamente dentro le dinamiche di valorizzazione dei territori, muovendosi in sintonia col desiderio di vivibilità delle popolazioni; ma ci si deve stare anche con un grande impegno di contrasto nei confronti delle logiche dei “nidi puliti”.

F. E però, al di là della giusta osservazione di Carlo sui pericoli di razzismo, non vi pare che ci possa essere, proprio nel richiamo ai territori, il rischio di una logica troppo “da campanile”, di località contro località, senza alcun piano di programmazione territoriale?

R. Un rischio del genere sicuramente c’è, lo vedo anch’io. Per evitarlo, dobbiamo coniugare strettamente la programmazione territoriale con la partecipazione democratica delle popolazioni. Le scelte tecnocratiche calate dall’alto sono sbagliate; anche le logiche alla “nimby” sono ovviamente sbagliate. Noi dobbiamo saper restare dentro il punto di vista dei territori, ma facendo valere le prospettive generali. Per esempio, sulla emergenza rifiuti che oggi vive la Campania, con le popolazioni che si mobilitano contro discariche e inceneritori in nome di una giusta esigenza di salvaguardia ambientale, il principale tema generale è quello della riduzione a monte della produzione dei rifiuti; e questo comporta un insieme di proposte pratiche sulle modalità stesse del consumo, sulle modalità della distribuzione e sulla modalità di sviluppo degli assetti territoriali...

C. Rosa ha perfettamente ragione. Dobbiamo funzionare, da una parte, come “intelligenza generale”; dall’altro dobbiamo essere interni alle soggettività che si mettono in moto.

F. Non è mica facile: quando le soggettività territoriali se ne vengono fuori, per esempio, con la parola d’ordine della sicurezza e scatenano magari la caccia agli immigrati, noi poi come la mettiamo?

C. La mettiamo nel senso che sulla sicurezza dobbiamo fare noi una offensiva, proporre un discorso di attacco. Dobbiamo saper sfidare il governo delle destre proprio sui punti che per esso sono più ostici, e mi riferisco anzitutto alla lotta contro la criminalità organizzata e il narcotraffico, che sono gli elementi che davvero guastano in radice il vivere civile. Dobbiamo proporre su questi aspetti una lotta senza quartiere, affrontando la questione dell’economia illegale da tutti i lati: chiedendo a gran voce, ad esempio, un nuova normativa, più trasparente, sui depositi bancari e sulle società di capitali; o anche una regolamentazione più rigida degli appalti pubblici; o anche provvedimenti più chiari di salvaguardia ambientale, ivi compresa una moratoria delle costruzioni nelle zone ad alta densità di degrado.

F. Insomma, quando loro dicono “sicurezza”, noi dovremmo dire: “sta bene; ma che facciamo sul punto dell’economia illegale e di quella che è a metà strada tra economia legale e illegale?”

C. Esattamente, ma dobbiamo dirlo senza sottrarci neppure per un attimo a tutto il resto, ovvero alla questione della sicurezza dei cittadini negli spazi urbani. Ma anche qui, come va affrontato questo tema? Servono, ovviamente, l’azione della polizia e il controllo delle strade e dei quartieri da parte delle forze dell’ordine; servono anche la celerità dei processi e la certezza della pena, da comminare comunque sulla base del principio di rieducazione previsto dal nostro ordinamento; ma dovremmo chiarire bene che il modo più efficace per produrre sicurezza è anzitutto la moltiplicazione dei “presidi di civiltà”. Quando ha pesato, ad esempio, disabilitare le stazioni ferroviarie, che pure per decenni, in molti paesoni degli interland urbani, ma anche in tanti paesini degli entroterra collinare e montano, hanno costituito una presenza che dava compagnia e sicurezza, specie nelle ore notturne? Io, per esempio, proporrei una specifica rivendicazione, che attraversi tutta la penisola, di riabilitazione delle piccole stazioni ferroviarie: non solo per potenziare il traffico ferroviario e la rete dei trasporti pubblici, ma proprio per contrassegnare i territori con ulteriori elementi del vivere civile.

R. Ma le ferrovie oggi sono private...

F. Agiscono pur sempre in base ad una concessione pubblica. Si può intervenire tecnicamente sui termini della concessione.

R. In ogni caso la sicurezza mica la risolvi coi capostazione.

C. La risolvi anche coi capostazione, Rosa; così come la risolvi anche tenendo aperte le scuole al pomeriggio, incoraggiando l’attività teatrale di quartiere, moltiplicando le biblioteche pubbliche e i musei, allungando i loro orari di apertura, istituendo gli ambulatori pubblici di zona e accorpando in essi le guardie mediche notturne, curando gli spazi verdi attrezzati… Si tratta, insomma, di sviluppare un insieme di interventi che punteggino le strade e le piazze di autentici “presidi di civiltà”. E accanto ad essi servono altri provvedimenti: per esempio, il potenziamento degli uffici giudiziari, in modo da permettere loro un più celere lavoro.

R. Su questo occorre, a mio parere, anche altro, nel senso che si dovrebbe mettere mano ad un riordino complessivo delle leggi, dei codici di procedura e dei regolamenti. Lo dicevano chiaramente gli illuministi del Settecento: troppe leggi non implicano maggiore legalità, ma, al contrario, comportano una perenne crescita di disfunzioni e illegalità grandi e piccole.

F. Così puoi trovare d’accordo anche il governo, che anzi vuole proprio tagliare le leggi che gli fanno ombra e che fanno ombra agli affari.

R. Io parlo di riordino delle leggi, non di favorire gli affari.

F. Sì, ma in ogni caso le questioni decisive che ci dividono dalle destre non sono mica la legalità o la giustizia, bensì la vexata quaestio dei salari e del loro potere d’acquisto. La linea delle destre, ma anche quella delle forze governiste di opposizione, e finanche della maggioranza dei sindacati, è anzitutto di comprimere gli elementi di universalità contrattuale e di legare, quanto più possibile, salario e produttività. La tendenza è di costruire una situazione a macchia di leopardo anche con la creazione di gabbie salariali, regione per regione. Noi, al contrario, dobbiamo far valere il punto della universalità dei contratti, facendo capire che è l’unico argine possibile anche rispetto alla falcidia del potere d’acquisto dei lavoratori.

C. Io penso che su questo dovremmo osare di più. Dovremmo, cioè, riproporre la questione degli automatismi: una nuova scala mobile che recuperi sull’aumento dei prezzi. Penso che questa sia una delle campagne decisive che dovremmo avviare, in particolare coi venti di recessione che già si annunciano.

F. Non ti sfuggirà che su una opzione del genere avremmo contro anche i sindacati, anche la CGIL.

C. E’ probabile. Ma io penso che dovremmo andare avanti lo stesso, anche con una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare: se in parlamento arriviamo con un milione di firme, diventa difficile per tutti spiegare un eventuale no alla scala mobile…

R. Ma anche il tema tradizionale nostro della lotta alla precarietà dovrebbe costituire un elemento di netta contrapposizione alle destre.

C. Sì, ma pure dovremmo sostanziarlo di rivendicazioni chiare e concrete. Per esempio, ponendo particolare attenzione ai periodi di non lavoro.

R. Che significa? che dovremmo accettare il principio del lavoro ad intermittenza?

C. Noi non accettiamo alcun principio del genere, ma il lavoro ad intermittenza è un dato di fatto. Va ormai oltre la normativa esistente, è organicamente dentro il capitalismo della totalizzazione, come forma della flessibilità assoluta del lavoro. Contrastarlo significa proporre un altro principio, un’altra modalità complessiva di produrre e lavorare. Ma questo oggi, per i rapporti di forza generali, non si traduce in atti concreti. Sarebbe lo stesso che criticare in sé i meccanismi di sfruttamento. Ovviamente dobbiamo farlo, ma dobbiamo pur saper distinguere tra una giusta affermazione di principio, che attiene alla delineazione di un altro mondo possibile, e la concreta rivendicazione sulla quale si possono mobilitare energie e conseguire davvero risultati. Io credo che dovremmo provare a concentrare la pressione sui tempi di non lavoro, anzitutto nel senso di far valere da subito un aumento consistente dell’indennità di disoccupazione, portandola, per tutti i precari, al livello dell’indennità di disoccupazione speciale, e ciò indipendentemente dal numero di mesi lavorati in precedenza. Andrebbe, inoltre, rivendicata per tutti l’identica cosa che esiste già per gli edili, con la cosiddetta “cassa edile”, e cioè uno strumento finanziato essenzialmente dai datori di lavoro, che possa corrispondere anche al lavoratore precario il pagamento del mese di ferie e la tredicesima mensilità.

F. In sostanza, stando a quello che dici, si tratterebbe di articolare un ragionamento che spinga per un vero e proprio “salario di congiunzione” tra i diversi periodi lavorativi della condizione precaria, di modo da trovare linee di unificazione tra categorie che pure restano diverse, mettendo assieme lavoratori a progetto, lavoratori interinali, lavoratori a collaborazione continuativa, lavoratori a tempo determinato. Insomma, un reddito di cittadinanza, un salario sociale per i tempi di non lavoro.

R. Ma quello dovremmo rivendicarlo anche per i disoccupati, per chi non ha mai lavorato...

C. Certo, da un determinato momento dello stato di disoccupazione, dovrebbe valere anche per chi non ha mai lavorato, per chiunque sia disoccupato, magari in parallelo con corsi di formazione regionali. Il salario di ricongiunzione per i lavoratori precari e disoccupati, così come una nuova scala mobile potrebbero essere i due elementi di base per una ripresa di iniziativa del lavoro dipendente. Dire questo, ovviamente, non esclude tutto il resto, vale a dire le vertenze per aumenti salariali o le vertenze per rivendicare la stabilizzazione dei precari in determinati settori, in determinati comparti, o anche a livello generale.

R. E sulle tasse? Non dovremmo dir nulla sulle tasse?

C. E’ certamente un tema poco agevole per noi, ma qualcosa la potremmo comunque dire, puntando nella direzione di un nuovo calmiere dei prezzi sui generi di prima necessità. E’ l’uso che si fa delle tasse, e non tanto la loro entità, che dovremmo focalizzare.

R. Stai proponendo la diminuzione dell’IVA sui generi di largo consumo?

C. Certo, sarebbe meglio intervenire in una tale direzione piuttosto che sul reddito delle persone fisiche. Va anche detto che contrapponendo la riduzione dell’IVA alla riduzione dell’IRPEF si determina una ulteriore linea di contrasto chiara con le destre.

R. Fermiamoci un attimo, per carità, e vediamo di ricapitolare, di non perderci in tutta questa sequela di proposte e obiettivi. Mi pare che conveniamo sul fatto che una linea efficace di contrasto al governo delle destre passa sia per una iniziativa sui territori che nei luoghi di lavoro. Sui territori, nella forma delle vertenze per la difesa ambientale e per lo sviluppo dei servizi alle persone; nei luoghi di lavoro, nella forma di un doppio intervento sul salario: salario di congiunzione per precari e disoccupati e meccanismo di indicizzazione per tutti.

C. Sì.

R. Poi, ancora, tu Carlo proponi una iniziativa sulla sicurezza che rivendichi coerenza e rigore nella lotta alle mafie e al narcotraffico e che incentivi, soprattutto, i presidi di civiltà nelle strade e nelle piazze.

C. Esatto anche questo.

R. Infine, prospetti una iniziativa per calmierare i prezzi anche attraverso una riduzione delle imposte indirette sui beni di prima necessità.

F. Come programma per una opposizione immediata non c’è male.

C. Ma mica è tutto qui. Manca ancora la parte più essenziale, e cioè il contrasto puntuale alle iniziative della destra. E si tratta di almeno tre campi specifici di questioni. In primo luogo c’è il problema della compressione dei diritti delle persone, a partire dal tentativo di cancellare praticamente, se non normativamente, la legge 194 sull’interruzione di gravidanza. In molti, anche per le pressioni delle gerarchie ecclesiastiche, vogliono rimetterla in discussione. La difesa dell’autodeterminazione delle donne e della maternità libera e consapevole è un punto fondativo non solo dell’opposizione alle destre ma anche dell’idea di società che dovremmo proporre. Accanto ad essa vanno ripresi i temi della parità di condizione, i famosi DICO, e la denuncia delle discriminazioni nei confronti degli omosessuali. Si tratta non solo di essere interni ad un moto generale di resistenza che spontaneamente si determinerà su tali questioni, ma anche di promuoverlo, di essere parte attiva in questa tenuta di civiltà.

F. Va bene. Non credo che sia necessario aggiungere altro su questo aspetto. E per quanto riguarda la seconda questione, penso che tu ti riferisca agli immigrati.

C. Certo. Questo governo, proprio per le sue caratteristiche interne, non potrà che spingere in una direzione xenofoba, anche con provvedimenti autoritari nei confronti dei nomadi oltre che dei clandestini. Sostenere in tutti i modi i poveri del mondo, chiedendo, assieme a loro, condizioni di vita più eque, è più di un compito politico: è un dovere morale, una inevitabile e necessaria pratica quotidiana. E poi c’è un terzo ambito di problemi. Le destre garantiscono pienamente, per la loro stessa natura, il comando d’impresa. Nel privato, ma anche nel settore pubblico, i manager e le gerarchie tecniche e gestionali si sentiranno incoraggiate a chiedere di più, ad imporre ritmi e mansionari più faticosi.

F. Ma c’è il sindacato su questo. O meglio, c’è il problema di dar vita a un sindacato degno di questo nome…

C. Beh, la questione sindacale è essa stessa un pezzo del quadro. Da un lato i sindacati, legando produttività e lavoro, si muovono essi stessi in una logica di trasferimento di potere dal centro alla periferia; dall’altro la pressione padronale e manageriale, che si determina concretamente situazione per situazione, potrà trovare un argine solo nel livello di organizzazione più immediato del mondo del lavoro. Io penso che le RSU di azienda (che però dovrebbero anche trovare la possibilità di agire come RSU di sito produttivo, dal momento che negli stessi luoghi, anche nei medesimi capannoni industriali, convivono una pluralità di aziende, una pluralità di soggetti proprietari e anche una pluralità di gerarchie) diverranno un crocevia obbligato della resistenza alle destre.

F. Quindi tu ritieni superata la questione della costruzione di un nuovo sindacato nazionale, di un sindacato di classe.

R. Ma guarda che di sindacati ce ne sono già troppi, e aggiungerne un altro non mi pare la cosa più intelligente, tanto più che i tentativi di dare vita a un sindacato più combattivo e più legato alla partecipazione diretta dei lavoratori non sono stati certo brillanti. I cosiddetti sindacati di base si sono divisi in continuazione e la loro pratica concreta nei luoghi di lavoro non è stata troppo diversa da quella degli altri. E anche la costruzione delle correnti interne ai sindacati tradizionali, per esempio in CGIL, non è che abbia portato molto lontano.

C. Le dinamiche sindacali sono state davvero, negli ultimi anni, un capitolo poco produttivo della riorganizzazione della soggettività del mondo del lavoro. Ma indipendentemente da quegli esiti, oggi i termini sono nettamente diversi, perché le linee generali del conflitto sociale passano per un movimento, appunto, generale, un movimento politico e sindacale insieme. Lo strumento puramente sindacale serve perciò solo fino a un certo punto. E quanto all’altro piano del conflitto, quello che si determina situazione per situazione, singolo luogo di lavoro per singolo luogo di lavoro, sui temi soprattutto dei ritmi, del mansionario e del salario accessorio, esso passa obiettivamente per un ruolo più forte delle rappresentanze aziendali. C’è in sostanza una obiettiva difficoltà di tutte le organizzazioni sindacali ad agire in quanto tali. Si dovrà aprire per forza di cose una fase nuova, un nuovo modo di essere sindacato.

F. Se è così allora il sindacato dovrebbe essere ricostruito proprio a partire dalle rappresentanze sui luoghi di lavoro, senza far questione di sigle. Servirebbero coordinamenti delle RSU a scala territoriale e a scala nazionale, anche per settori; e ciò, lo ripeto, indipendentemente dalle sigle di appartenenza.

R. In questo modo, però, diamo per completamente morta la concertazione.

F. In parte è morta davvero. I sindacati possono anche arrivare a definire talune linee di indirizzo col governo e le rappresentanze padronali, ma, in ogni caso, potrebbero portarle avanti davvero solo sulla base di un movimento generale, che spinga sulle singole questioni e dia il senso di una progressione complessiva del conflitto. E comunque una serie di materie, pur se concertate, possono vivere concretamente soltanto nelle specifiche situazioni. E’ lì che acquistano definitivamente un segno positivo oppure un segno negativo.

R. Insomma noi, Rifondazione e sinistra di alternativa, cosa dovremmo dire ai nostri compagni militanti sindacali?

F. Dovremo dire di valorizzare dappertutto, in ogni passaggio, proprio le rappresentane sindacali di base, quelle elette dalla generalità dei lavoratori nei singoli luoghi di lavoro. E dovremmo anche dir loro di mantenere con coerenza la linea della universalità dei diritti, pur articolandola situazione per situazione. E dovremmo anche dire di partecipare con grande impegno ad alcune iniziative generali che possiamo promuovere o co-promuovere insieme ad altri, quelle che Carlo diceva prima: la raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare sulla ripristino della scala mobile e l'insieme dei provvedimenti sul salario di ricongiunzione per il lavoro precario.

R. Poi ci sono i contratti, ovviamente.

F. Sì, ma su questo non è che ci sia molto da dire, se non che andrebbe fatto valere il principio dell'adeguamento europeo dei salari e che va fissato comunque un limite temporale alla possibilità dei contratti a tempo determinato.

R. Sentite, abbiamo fin qui detto molte cose. Messe assieme configurano sicuramente un terreno articolato di contrasto al governo delle destre e di ripresa delle dinamiche di conflitto. Ma non vi viene il dubbio che possano rischiare di restare solo parole? Chi può autorevolmente proporle all'insieme della società? La sinistra, intendo la sinistra di alternativa, è quasi all'anno zero.

C. Cosa vuoi che ti risponda? Si dovrà partire per forza dal poco che c'è. Sapendo, tuttavia, che le contraddizioni esistono davvero, che esistono tra l'altro anche nel quadro politico. Mica possiamo pensare che il partito democratico sia un blocco unico e che al suo interno non esistano settori preoccupati dell’attuale situazione, e comunque più attenti ai temi della tenuta democratica del nostro paese o dei diritti del mondo del lavoro! Io credo che noi dobbiamo sforzarci di agire comunque con una ottica maggioritaria, per cui le cose che diciamo dobbiamo proporle alla generalità dei lavoratori, all'insieme delle donne e dei giovani, che più di tutti restano penalizzati in questa società, alle comunità che cercano una via d’uscita al degrado e all’abbandono. Ma è evidente che la nostra iniziativa funziona contemporaneamente anche come spina nel fianco della sinistra governista. Essa è istituzionalmente in un ruolo di opposizione. Su quali contenuti potrà sviluppare questo ruolo? Semplicemente facendo le pulci all'iniziativa del governo? o dovrà anche render conto ai settori popolari della società?

F. Non dobbiamo dare per completamente bloccato il quadro. Hai ragione su questo. D'altra parte non mi pare che sia bloccato neppure dal punto di vista strettamente politico-politico. La logica di autosufficienza proposta dal gruppo dirigente del partito democratico deve fare i conti anch’essa con una sconfitta elettorale consistente. Sono chiamati anche loro a darsi una prospettiva credibile, che certamente non potrà essere univocamente indirizzata al dialogo col governo.

R. In ogni caso, noi dovremmo fidare su noi stessi.

C. Certo che dobbiamo fidare su di noi. Ma dobbiamo anche sapere che tutto ciò che non siamo noi, il che, come si è visto, costituisce il 97% del corpo elettorale, non va considerato alla stregua di un monolite. E’ politicismo costruire la propria iniziativa esclusivamente, o anche principalmente, sulle linee di articolazione che attraversano le altre forze politiche; ma sarebbe infantile l'idea opposta, di autosufficienza della propria linea politica. Fare politica, per noi che vogliamo il cambiamento dei rapporti sociali, non è semplicemente dire delle cose giuste, ma fare in modo che le cose giuste, quando le diciamo, sedimentino poi coscienza, avviino percorsi, aprano contraddizioni, determinino schieramenti nella società. Insomma va considerato con grande attenzione tutto ciò che si muove fuori di noi, anzitutto quello che si muove sul piano delle soggettività sociali, ma anche tutto ciò che si muove sul piano politico-istituzionale.

F. Negli anni passati abbiamo largamente ragionato solo a partire da ciò che si muoveva nel quadro istituzionale.

C. E’ vero. Mi pare di averlo già detto: abbiamo avuto un'idea tutta rappresentativa della politica, saltando il duro lavoro di costruzione quotidiana, la presenza continua tra la gente, nei territori, sulle specifiche situazioni.

R. Ma è proprio questo il problema di fondo: che significa agire politicamente? Significa propagandare il programma? Significa partecipare a dinamiche istituzionali? Significa costruire lotte e vertenze? Significa dar vita a campagne di opinione?

C. Sarebbe facile rispondere che è tutte queste cose assieme, il fare politica; ma mi è ben chiaro che gli interrogativi che poni riguardano l'essenza stessa del costituirsi di un partito. Il congresso di Rifondazione sancirà, almeno lo spero, che Rifondazione Comunista continuerà ad esistere, che continuerà la sua ricerca su un comunismo all'altezza dei nuovi tempi. Le tue domande chiedono di ragionare esattamente sull’“anima” dell'iniziativa politica rivoluzionaria.

R. Piano, piano, non vogliamo mica ragionare adesso di rivoluzione?

C. No, possiamo darci qualche giorno in più per riflettere, e parlarne la prossima volta..

F. Sì, la prossima volta partiamo proprio da questo punto: come va fatto vivere il programma dell'alternativa.


Napoli, 3 maggio 2008 RINO MALINCONICO

lunedì 12 maggio 2008

Dialoghi sulla sconfitta / 4

DIALOGHI ALL'INDOMANI DI UNA SCONFITTA di Rino Malinconico

parte quarta: LA FORZA DELLE DESTRE


FEDERICO Peggio di così non poteva andare. Ora anche in Campidoglio tornano le camice nere.

ROSA Già, questa di Roma è stata una brutta botta.

CARLO Ad esser sinceri, non credo che cambi molto. Il disastro era già tutto nei risultati del 13 e 14 di aprile.

F. Beh, però Roma ha messo fine ad ogni residua illusione di semplice sconfitta elettorale. C’è uno spostamento a destra del paese che indica una tendenza di lungo periodo.

C. Il lungo periodo, per la verità, andrebbe visto anche con riguardo agli anni precedenti.

R. E’ vero. Le destre sono maggioranza elettorale in Italia da molti anni, si può dire dalla fine della prima Repubblica.

C. Proprio così: vinsero nettamente nel 1994 e poi nel ‘96 persero perché non riuscirono a coalizzarsi. Hanno vinto ancora nettamente nel 2001 e due anni fa sono andate sotto per una inezia alla Camera, giusto per il voto degli italiani all’estero. E comunque ebbero addirittura alcune centinaia di migliaia di voti in più al Senato. A penalizzarli fu la loro stessa legge elettorale.

R. Ma a ben vedere è certamente strano questo prevalere costante delle destre, perché l’ultimo quindicennio è stato comunque segnato dai movimenti di lotta, dal movimento dei movimenti, dai Social-forum anche in Italia; e poi dalle lotte in difesa dello Statuto dei lavoratori. In piazza sono scesi milioni di persone…

F. Evidentemente le piazze piene non comportano di per sé che anche le urne diventino piene. D’altra parte, recentemente, solo il 20 ottobre dell’anno scorso, la sinistra alternativa ha portato in piazza un milione di persone. Questo è avvenuto appena sette mesi fa. E poi, guarda che disastro è arrivato in cabina elettorale… Perché scuoti la testa, Carlo?

C. Penso all’enorme lavoro che dovremo fare su noi stessi per essere all’altezza della nuova situazione. Davvero un lavoro enorme!

F. Sì, ma perché hai scosso la testa quando ho ricordato il 20 ottobre? Dicevo fesserie?

C. No, non mi riferivo a quanto dicevi sulla discrepanza tra piazze ed urne elettorali. E’ un ragionamento che contiene pezzi di verità, anche se andrebbe tenuto ben presente che, per un partito di alternativa, è ancora più difficile, molto più difficile, che le urne possano riempirsi se poi le piazze sono vuote. Ma, al di là di questo, noi dovremmo davvero recuperare, per prima cosa, una qualità che si è troppo rarefatta di questi tempi.

R. Di questi tempi si sono rarefatte quasi tutte le qualità.

C. Sì, ma questa si è persa ancora di più. Intendo: la sobrietà, il senso della misura, l’attitudine alla verità…

F. E che c’entra questo col 20 ottobre?

C. C’entra, eccome! C’entra per il numero che si dà dei partecipanti. Continuiamo a dire “un milione di persone”, come se fosse un dato pacifico, acquisito, incontrovertibile.

F. Ma… è il numero che fu dato anche dal palco.

C. Appunto. Al di là che dal palco dissero comunque settecentomila, la verità è che non eravamo né un milione, né settecentomila. Semplicemente non potevamo esserlo. Basterebbe andare a vedere l’elenco dei pullman e dei treni speciali. Solo per mettere centomila persone assieme occorrono duemila pullman completamente strapieni. E non erano mica stati organizzati in questo numero.

F. Ma c’erano anche i treni speciali, un traghetto dalla Sardegna.

C. Certo. Ma un treno speciale porta un massimo di milleduecento, millecinquecento persone. Quanti treni ci sono stati? Dieci, venti, trenta? Facciamo anche cinquantamila persone, compreso il traghetto dalla Sardegna, ed è evidente che stiamo parlando davvero per eccesso. Per il resto, è certo che molti saranno venuti con le proprie macchine. Ma, ad una media di quattro per auto, ce ne vogliono non meno di venticinquemila per arrivare a centomila unità. Pensiamo davvero che si siano mosse tante automobili?

F. Che concludi?

C. Che, facendo stime larghe, e contando una partecipazione grandissima di Roma e provincia, nell’ordine almeno delle cinquantamila unità, a sfilare il 20 ottobre non potevano essere più di duecentocinquanta, trecentomila persone. Il fatto che una tale cifra, che pure è in sé straordinaria, venga tranquillamente moltiplicata per tre o per quattro, e che poi tutti se ne convincano, penso che costituisca un problema politico serissimo perché produce una errata percezione della nostra forza e dei rapporti di forza nella società.

R. D’accordo, ma il punto non è certo stabilire adesso quanti eravamo. D’altronde, capisco bene ciò che vuoi sottolineare: che anche noi ci comportiamo in base al principio che la verità è ciò che appare e non ciò che è.

C. Di più: non ciò che appare, ma ciò che noi stessi facciamo apparire. Quello che ci piacerebbe che fosse, diventa troppo rapidamente ciò che è. Si tratta di una corposissima omologazione alla società dell’informazione e dello spettacolo. E sulla base di questa modalità “spettacolare” di rapporto col mondo, noi costruiamo analisi, fissiamo traguardi, ragioniamo sui rapporti di forza.

F. Guarda, però, che non lo facciamo solo noi. Lo fanno anche gli altri…

C. Appunto. Noi non possiamo essere come gli altri. Gli altri, i partiti che mirano a governare anziché a trasformare, mobilitano la società solamente perché essa ascolti, perché dia, con la sua presenza fisica, una platea di ascoltatori ad una linea, ad una proposta, ad una logica. Noi, al contrario, è proprio assieme alla società che dobbiamo costruire. E una esatta percezione dei numeri è parte integrante del quadro di esatte percezioni che dovremmo avere…

F. Insomma, anche dal versante dei numeri, ne viene fuori che abbiamo lungamente vissuto in un abbaglio, come dicevi l’altra volta… Comunque penso che tu abbia proprio ragione. Anche la vertenza a difesa dell’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, con la grande manifestazione a Roma indetta dalla CGIL: mica erano davvero tre milioni, come pure fu detto, e ancora tutti ricordano! Avrebbero dovuto essere almeno settantamila pullmann e le autostrade sarebbero rimaste intasate per ore…

R. Ma perché è scattata questa corsa alla moltiplicazione, ai numeri smodati? Anche una manifestazione di centinaia di migliaia, che so, di cinque o seicentomila persone resta enorme! Fa normalmente impressione…

C. Non so perché sia successo. Probabilmente c’entra quella che Deleuze chiama “la società dello spettacolo” e la nostra subordinazione culturale ad essa. So solo che così non può continuare, e che dobbiamo recuperare uno sguardo veritiero sui rapporti di forza reali, che non sono affatto, e non lo sono da lungo tempo, per come ce li siamo figurati. Dobbiamo ripartire da pensieri e da linguaggi più sobri. E dobbiamo recuperare una passione, che abbiamo purtroppo smarrita: quella per la verità.

F. Ma al di là del fatto che non abbiamo capito, e che anzi abbiamo sottovalutato, in tutti questi anni, la forza della destra nella società, resta il fatto che bisogna comunque spiegare perché questa forza sia tanto cresciuta fino ad imporsi…

C. Non c'è una sola causa. C’entra, per le generazioni mature, la paura di non farcela più, c’entra l’incertezza del futuro per le fasce giovanili, c’entra la virulenza di una propaganda capace di usare al meglio tutte le nuove frontiere della comunicazione. E c’entrano anche gli errori delle forze centriste e delle forze di sinistra. C’entra molto pure la delusione specificamente operaia, e cioè di una classe sociale che più di tutte ha attraversato i processi di scomposizione di cui abbiamo parlato altre volte e che si è sentita “tradita”, in parte a ragione e in parte a torto. Ma soprattutto c’entra, a mio avviso, una spinta storica di fondo, che è tipica del capitalismo dell'età della totalizzazione, in direzione di una società neo-autoritaria e neo-totalitaria. Proprio perché la valorizzazione è legata alla mobilitazione produttiva del corpo sociale, alla cointeragenza dell'insieme, avviene che la tendenza alla irregimentazione del corpo sociale nasca pressoché spontaneamente da quelle stesse dinamiche di sviluppo del capitalismo; e parallelamente si determina una realtà di rinnovata competizione, all’interno dello stesso quadro capitalistico, tra nazioni e gruppi di nazioni tra loro.

R. Non mi è chiaro questo secondo aspetto. Il punto della tendenza alla irregimentazione interna lo capisco: è la totalizzazione stessa che spinge in quella direzione perché ha bisogno della mobilitazione produttiva del corpo sociale e deve far sì che tutti, anche quando non lavorano, agiscano come corpo unico, si sentano un insieme, quello che tu ci hai indicato come “individuo produttivo sociale”. Ma non capisco perché poi questa irregimentazione interna dovrebbe divenire aggressiva sul piano delle relazioni esterne. Se il capitalismo è totalizzante, perché dovrebbero aumentare i conflitti tra le nazioni? Cioè, i conflitti all’interno del circuito capitalistico avanzato? Anzi, il capitalismo che tu descrivi dovrebbe essere immaginato proprio senza confini, come un unicum di funzionamento sociale, il cui solo problema dovrebbe essere quello di assoggettare continuamente le persone, il loro lavoro, i loro spazi di vita...

C. Stai attenta che se lo delinei come un “unicum” disincarnato dal tempo e dallo spazio, questo capitalismo diventa semplicemente una modalità di funzionamento e non una forza storica reale. Ad agire non è certo la nuova forma del capitalismo, alla stregua di una pura “idea in sé”, quanto piuttosto il concreto percorso storico del costituirsi del capitalismo in questa sua nuova forma. E ciò significa che questo capitalismo resta sempre plurale: nella storia si muovono i capitalismi, vale a dire specifici rapporti sociali costruiti in determinati spazi e in determinati tempi. La totalizzazione è una tendenza planetaria nel senso che ovunque, situazione per situazione, il rapporto di capitale tende a funzionare e a svilupparsi alla medesima maniera. Tuttavia, gli ambiti spaziali entro cui esso si articola, entro cui realmente si costruisce come insieme integrato di lavoro e vita sociale, come un vero e proprio “individuo produttivo sociale”, restano largamente quelli delle nazioni, ed anzi tendono addirittura a precisarsi ulteriormente, all’interno di esse, in entità regionali. Parallelamente si costruiscono macro-aree a scala continentale e sub-continentale, che configurano un sistema di alleanze di medio e breve periodo tra diverse realtà della totalizzazione, più affini tra loro o semplicemente accomunate da ragioni di utilità reciproca. Ma si tratta di alleanze contro altre alleanze…

R. Ma se l’interesse del capitalismo è a valorizzarsi, e questo suo valorizzarsi deriva ora dalla “potenza degli agenti” messi in moto nel tempo di lavoro, più ancora che dal tempo di lavoro stesso, com’è che poi restano i vecchi elementi della concorrenza tra paesi, compresa la loro possibile evoluzione in scontri commerciali o addirittura in guerre?

C. Non si tratta del vecchio meccanismo della concorrenza commerciale, ma di una concorrenza più aspra e impersonale tra le diverse capacità produttive. Negli scambi internazionali di merci e di tecnologie oggi si mettono realmente a confronto non le merci, i manufatti o le materie prime, ma esattamente le capacità produttive delle singole aree, delle singole nazioni, dei vari gruppi di nazioni.

F. Facci capire bene.

C. Nel commercio mondiale avviene, in concreto, che il paese con la capacità produttiva più accentuata, proprio perché è capace di produrre in minor tempo, arrivi ad incamerare più tempi di lavoro di quanti ne ceda, e ciò esattamente attraverso lo scambio di merci equivalenti quanto al semplice valore di mercato. Cedendo un prodotto che rappresenta un infinitesimo della sua capacità produttiva totale in cambio di un qualsiasi prodotto straniero, che però rappresenta, per l’altro paese, un valore infinitesimo maggiore, l’economia più avanzata aggiunge ai propri tempi di lavoro anche quelli che recupera nello scambio, concentrando in sé anche quote-parti della potenza produttiva altrui. Ciò vale finanche se si scambiano i medesimi prodotti, perché quello che conta non sono gli oggetti in sé quanto la composizione di valore che essi contengono. Formalmente si scambiano merci a valori di mercato equivalenti, ma in realtà si scambiano le rispettive potenze produttive, nel senso che la potenza maggiore cede una quota percentuale di sé comunque minore della quota percentuale di capacità produttiva ceduta dall’altro contraente. Si prendono, per così dire, i minuti di lavoro degli altri e si danno in cambio solo i secondi del proprio lavoro complessivo, di modo che il paese più ricco incrementi ulteriormente la propria ricchezza e realizzi più agevolmente la sua intrinseca finalità di crescere, cioè di costruire una capacità produttiva ancora più grande.

R. Vediamo se ho capito. Tu dici che un determinato capitalismo non sfrutta solo i “propri” lavoratori, e già qui si intendono tutti, ma proprio tutti i lavoratori che con la loro attività e anche, addirittura, col loro stesso vivere, cooperano a determinare la potenza dell’insieme; ma esso sfrutta anche, almeno in parte, i lavoratori dei paesi più arretrati con i quali intrattiene rapporti commerciali…

C. Sì. I paesi a capitalismo più avanzato sottraggono a quelli meno sviluppati tempi di lavoro e concrete potenzialità produttive. L’esempio più evidente è dato dalle grandi migrazioni del nostro tempo: gli immigrati che arrivano da noi sono la forma visibile che assume il travaso del valore-lavoro dai molti sud ai diversi nord del mondo. Ma, a rigore, c’è travaso in ogni scambio, anche nel commercio che avviene tra economie ricche. C’è sempre uno scambio diseguale di valore-lavoro più o meno accentuato, e ciò, oltre a produrre, ad un determinato livello, le drammatiche fratture planetarie che abbiamo sotto gli occhi, alimenta dappertutto i fattori di concorrenza e di contrasto. In sostanza il rapporto di capitale nell’età della totalizzazione tende a recuperare tutto ciò che si muove entro la sua orbita e lo riplasma come potenza produttiva. In tal modo lo fa agire disciplinatamente nel meccanismo di un processo di valorizzazione che sempre avviene a scala generale, sicché alla fine di ogni ciclo economico, cioè di un periodo più o meno omogeneo di attività, venga fuori una potenza produttiva più grande di prima.

F. Questa è la vecchia tesi di Marx che il capitalismo, nel suo sviluppo, non è altro che produzione di macchine a mezzo di macchine.

C. Esatto. Solo che la macchina ora deve essere intesa a scala generale, come individuo produttivo sociale; e l'ulteriore macchina che esso produce non è altro che un individuo produttivo sociale più grande ancora, ovvero più capace di produrre.

R. Insomma, per tornare alle destre, sarebbe proprio questo modo di funzionare dell'economia capitalistica di oggi a spingere in direzione di una società più coesa e irreggimentata al suo interno e più aggressiva verso l’esterno.

C. Proprio così.

R. E però l’immagine che la società da di sé è esattamente opposta: si presenta come estremamente disgregata…

C. E’ disgregata dalla parte delle classi subalterne, che non riescono a “fare blocco” spontaneamente. Ma questa disgregazione è funzionale alla riaggregazione su un altro piano: si disgrega la capacità di autonomia delle persone, e si sviluppano processi densissimi di omologazione e di comportamenti univocamente indirizzati.

F. Ma non è solo la destra che raccoglie una tale spinta. Essa vive anche nelle forze di centro. In parte vive nella stessa sinistra governista.

C. Sì, ma la destra è avvantaggiata dal fatto che nel suo orizzonte culturale c’è esattamente l’idea del compattamento, della gerarchia, della struttura “ad esercito”.

R. Non negherai, però, che rispetto all’epoca del fascismo classico, oggi c’è molto più individualismo… Insomma, non so se dici veramente cose giuste, perché l’individualismo più sfrenato mi pare la regola, molto più della irreggimentazione.

C. Insisto: è un individualismo che rompe, per ragioni storiche oggettive, la dinamica collettiva dell’esser classe “per sé”; ma non è un individualismo che rompe col sistema. Ovviamente, la compattezza dell’insieme non è mai data una volta e per tutte. E’ un qualcosa che deve essere sempre guadagnata faticosamente, in una dialettica serrata anche all’interno dello stesso campo. Non a caso le destre propongono, qui in Italia, direttrici di marcia diverse.

R. Già, non dicono mica la stessa cosa. La Lega è comunitaria e xenofoba, Alleanza Nazionale è autoritaria e nazionalista, Forza Italia è liberista e clericale. Sono tre modi del tutto diversi di concepire e praticare il compattamento sociale nell’ambito di ciò che tu chiami “totalizzazione”.

C. Proprio così. E questo ci dice con chiarezza che la dialettica politica non è affatto morta, neppure all’interno dello schieramento di destra.

F. Alla fine, però, la quadra la trovano. Prendono l’autoritarismo da AN, il comunitarismo dalla Lega e il clericalismo da Forza Italia. Anche se con non poche contraddizioni e fibrillazioni, io credo che possono comunque convivere il federalismo fiscale e l’identitarismo cristiano, la pratica neo-autoritaria e le regole sciolte del mercato, la cultura razzista e la retorica nazionalista...

C. In ogni caso, quello che abbiamo ora descritto è solo il quadro statico dell’insieme della destra.

F. Cioè?

C. E’ un quadro che va fatto interagire con l’insieme delle dinamiche economiche e politiche. Tanto per cominciare, la politica della destra è chiamata a misurarsi con le spinte concrete della competizione internazionale. Non è mica indifferente se si apre uno scenario di recessione nelle economie occidentali. Si accentuerebbero, in tal caso, fenomeni di distanza dagli Stati Uniti e il determinarsi di nuove geometrie interstatali in Europa.

R. Quindi, con una maggiore integrazione europea.

C. Non necessariamente. Potrebbe anche trattarsi di una riorganizzazione delle linee di coesione europea, o di parti dell’attuale Unione Europea. E poi ci sono anche gli altri: la Russia, la Cina, il Giappone, l’India, i principali paesi arabi. Gli scenari internazionali sono uno dei fattori decisivi che determinerà l’assestarsi concreto della politica delle destre. L’altro fattore è, ovviamente, il conflitto sociale.

F. Già, non è indifferente, non può esserlo, la qualità delle lotte, delle vertenze, dei movimenti che possono emergere nella società.

R. Ma se abbiamo appena convenuto che la società spontaneamente tende all’omologazione…

C. E infatti io non coltivo particolari illusioni su una ripresa generalizzata del conflitto. Almeno nel breve periodo. Tuttavia anche le tendenze all’omologazione si strutturano a più livelli. E l’omologazione stessa, per esser tale, ha bisogno di definirsi rispetto al dato negativo, di porre un diverso, un non-omologato, di fronte a sé. Un primo elemento, perciò, è che esistono, debbono continuare ad esistere, in modo ora latente ed ora esplicito, anche i non-omologati e i poco-omologabili. Il comparto più significativo è costituito dagli immigrati, ma non si tratta solo di loro. Anche le soggettività che la cultura clericale obiettivamente comprime, in primo luogo le donne, contengono in sé germi di resistenza. E queste dinamiche di non-omologazione esistono anche nel mondo del lavoro, nel quale, in ogni caso, aumenteranno i fattori di insicurezza e diminuiranno gli elementi di benessere materiali. Ma altre contraddizioni possono venir fuori dallo stesso comunitarismo: non è certo agevole celebrare l’identità di un territorio e contemporaneamente metterlo a sacco sul piano ambientale…

F. Quindi tu dici che c'è la possibilità di contrastarle queste destre.

C. Questa possibilità c'è. Proprio perché le destre si propongono obiettivamente un compito complesso, e cioè di tenere insieme modalità diverse di compattamento sociale, e anche perché operano in uno scenario aggrovigliato, segnato dall'aggravarsi dei meccanismi di competizione internazionale, avviene che si espongono facilmente, in ogni loro passaggio, all'iniziativa di contrasto. Poi, come è ovvio, l'iniziativa di contrasto bisogna anche saperla fare.

R. Questo è il punto: noi non siamo attrezzati per un lavoro del genere e i soggetti sociali versano nelle condizioni di disgregazione che abbiamo già detto. Quanto alle dinamiche di movimento, sappiamo bene quanto stentino e siano contraddittorie.

F. E' vero, nell'immediato non c'è molto da stare allegri.

C. Vi prego di non diventare più pessimisti di me. Qualcosa è comunque possibile fare. Ma se permettete potremmo parlarne anche la prossima volta.

R. D’accordo. Ne parliamo al nostro prossimo incontro.


Napoli, 30 aprile 2008

RINO MALINCONICO


sabato 10 maggio 2008

Dialoghi sulla sconfitta / 3

DIALOGHI ALL'INDOMANI DI UNA SCONFITTA di Rino Malinconico

parte terza: UNA NUOVA POLITICA

ROSA Beh, non è mica andata tanto bene.

CARLO Dici del Comitato politico di Rifondazione?

FEDERICO Secondo me qualcosa di positivo comunque è successo.

R. E’ successo solo che c’è stata una spaccatura, uno scontro tra gruppi dirigenti. Invece di parlare delle cose serie di cui bisogna discutere, da una parte c’è chi invoca l’auto-assoluzione, con la logica del tutti colpevoli, nessun colpevole; e dall’altro c’è chi vuole a tutti i costi un capro espiatorio.

C. Sì, ho letto anch’io che la discussione è stata tesa e lacerante. Ma non ne farei un dramma. La confusione, dopo un disastro di tal fatta, bisogna metterla in conto.

F. Però, scusate, qualcosa pure è uscito con chiarezza.

R. Sì? E cosa sarebbe uscito?

F. Intanto che Rifondazione Comunista c’è ancora, e questo, dopo un disastro così, non era mica scontato. E poi che farà il suo congresso per discutere di ciò che è stato e di ciò che deve essere. In secondo luogo è stato ribadito che bisogna darsi la prospettiva di un qualcosa di più vasto, perché Rifondazione da sola comunque non è sufficiente. E in ultimo è stato sottolineato che occorre partire dall’opposizione sociale. A me pare che questi punti emergano nitidamente nella mozione di maggioranza, ma che siano presenti, sia pure in modo non chiarissimo, anche nella seconda mozione. Per certi versi sono presenti, almeno in parte, anche nelle altre due mozioni presentate.

R. Ma se dicono le stesse cose, converrete entrambi con me che è davvero poco comprensibile questa spaccatura.

C. Io penso che dobbiamo fare un lavoro intelligente sulle parole.

R. Che vuoi dire?

C. Tu hai usato già due volte il termine “spaccatura”. Non siamo mica a questo. Almeno per quello che ho capito. Siamo ad una diversità di posizioni.

R. Diversità su cosa?

C. Probabilmente è vero che traspare poco dai documenti. Ma i documenti stessi sono arrivati dopo una settimana di soffertissima discussione. Se c’è stato un condizionamento reciproco delle posizioni, non deve essere visto come un male, ma come un bene.

R. Alla fine però i documenti, nella ex maggioranza congressuale, sono stati due e non uno.

F. Forse questo si spiega col fatto che non tutto è stato limpido in campagna elettorale e nella spinta ad andare subito “oltre Rifondazione”. Forse ci sono anche cose non dette o dette a metà.

C. Se la poni così sbagli, perché non è questione di reticenza. Nessuna delle due posizioni principali mi sembra reticente. La diversità sta invece in una esplicita accentuazione in un senso o nell’altro. Dire che si parte da Rifondazione Comunista per dar vita al processo costituente della sinistra non è la stessa cosa di dire che si parte da Rifondazione comunista per svilupparne il radicamento sociale, e sulla base di questo dare nuovo impulso al processo di ricostruzione della sinistra.

R. Anche poste così, non mi pare che siamo a posizioni realmente contrapposte l’una all’altra.

C. Assolutamente no. Ma una differenza c’è sia nella sequenza cronologica che nell’ordine delle priorità. E ciò produce effetti anche pratici.

F. Ma tu che pensi nel merito?

C. Penso che il nodo di fondo sia venuto solo molto parzialmente alla luce.

F. E cioè?

C. Cioè che si è chiusa una fase in maniera irrimediabile. Una fase che io chiamerei, oggi, col senno di poi, “della mimesi”. E parlo di una fase lunga che copre tutti i diciotto anni di vita di Rifondazione…

R. E cosa sarebbe questa “mimesi”?

C. Come abbiamo proceduto noi in questi anni? Quale è stato l’argomento di fondo che ha retto la nostra iniziativa politica, la nostra elaborazione culturale, la nostra definizione di linea politica?

F. Quanto a questo, ci siamo detti che bisognava ripigliare il filo della lotta di classe e dell’alternativa di società.

C. Va bene. Ma questo filo andava ripigliato in quali condizioni? Come abbiamo pensato il contesto entro il quale ci si trovava ad agire?

F. Non capisco bene a cosa tu voglia alludere.

C. Alludo al fatto che noi abbiamo mimato, in tutti questi diciotto anni, il partito comunista di massa. Non lo eravamo, ma ci comportavamo come se potevamo esserlo da un momento all’altro.

F. Per dei comunisti è ben naturale pensare di poter intercettare le speranze e la voglia di cambiamento degli strati popolari.

C. Sì, ma noi abbiamo ragionato sul presupposto che avevamo alle nostre spalle una eredità formidabile, e cioè il grande radicamento sociale del Partito comunista italiano; e semplicemente per un inganno, perché qualcuno aveva alterato il “testamento”, non riuscivamo ancora ad entrarne liberamente in possesso. Ma il “nostro” popolo –fate caso all’aggettivo possessivo, a quel “nostro”- era comunque là, sempre pronto, e coincideva con l’insieme delle classi popolari. Abbiamo pensato questo, che avevamo già una base naturale di massa, e ciò solo perché ci sentivamo soggettivamente gli eredi di un passato. E per di più lo abbiamo pensato in un’epoca nella quale non solo le soggettività politiche venivano messe a torsione, ma anche le soggettività sociali. Non solo quel popolo non era “nostro”, ma era anche scomposto come tale; e anche ora deve ancora ritrovarsi come soggettività.

F. Su questo sono molto d’accordo. Abbiamo fatto politica come se dietro di noi ci fossero davvero milioni e milioni di lavoratori, come se avessimo un consenso ampio, solidificato e sperimentato, come se il problema fosse solo di utilizzare al meglio la nostra capacità di egemonia, e farla pesare poi in tutti i passaggi. Abbiamo sottovalutato l’importanza fondativa dell’essere fisicamente interni all’esperienza concreta di coloro che intendevamo rappresentare.

C. Proprio così. Abbiamo vissuto la grande illusione di essere storicamente i legittimi eredi della rappresentanza popolare, della rappresentanza di classe; e che dovevamo solo far valere questi nostri titoli di eredi e sbugiardare il PDS-DS, oggi Partito democratico, il quale con l’imbroglio e i capricci del caso si sarebbe sostituito a noi nell’eredità. Ci sfuggiva il fatto che gli unici, possibili eredi di un patrimonio già in sé progressivamente degenerato erano esattamente gli altri; e che la chiusura del Novecento non portava, non poteva portare alcuna vera eredità in termini di consenso, almeno a coloro che volevano continuare a contrastare il capitalismo. Il “nostro” popolo, insomma, dovevamo addirittura costruirlo, non semplicemente guidarlo. E la politica che dovevamo fare non poteva essere semplicemente quella di “rappresentare”, sul piano della dinamiche istituzionali, le aspettative e le istanze della parte più debole della società, istanze, peraltro, erroneamente immaginate come già mature e condivise; doveva essere, invece, una politica “della costruzione”, proprio della costruzione, giorno per giorno e all’interno del corpo sociale, di concretissime spinte di emancipazione e liberazione, un qualcosa di molto diverso dalla politica “della rappresentazione”...

R. Io potrei anche essere d'accordo col vostro discorso, col fatto che Rifondazione abbia vissuto fin dall’inizio in un grande equivoco, che ha preso un abbaglio storico; ma se c'è stata una svista così gigantesca, questo ci ha riguardati tutti. Non è che si può distinguere tra chi ha fantasticato di più e chi di meno.

C. E’ vero, l'abbaglio ha riguardato tutti, ma proprio tutti. Perché tutti abbiamo creduto che comunisti e popolo costituissero un binomio indissolubile, per l’ieri, per l’oggi e per il domani. E non si è capito che non soltanto i comunisti e il popolo, dopo il Novecento, dovevano, ciascuno di essi, ri/pensarsi, ri/definirsi e ri/costituirsi, ma che anche il loro legame andava continuamente ri/guadagnato, postazione per postazione.

F. E vero, un tale fraintendimento ha davvero riguardato tutti noi, tuttavia...

R. Tuttavia?

F. Non sono sicuro che tutti, ora, stiano capendo che c'è stato un errore di tal fatta. Anzi, per dirla chiara, penso che questa percezione sia ancora troppo poco presente all'interno del corpo del partito. A partire dai dirigenti, che questo partito l’hanno pur diretto…

R. Fammi capire a chi ti riferisci.

F. Per esempio, quelli che pensano che il nostro problema consista nell'individuazione di un leader - un leader del partito o della sinistra, la cosa non cambia - mostrano di essere ancora completamente dentro la logica che prima Carlo indicava, quella della politica come rappresentazione. Era sbagliato prima, è sbagliato ancora di più adesso, quando l'inconsistenza nostra è venuta così drammaticamente alla luce. Peraltro, questa faccenda del leader è davvero irritante. Mi pare di assistere alle camarille delle case regnanti dell'Ottocento, che perdevano il regno, erano costrette all'esilio, ma si applicavano lo stesso, e molto seriamente, ai meccanismi della successione. La successione del niente!

R. Ma la questione del leader è proprio l'ultimo dei nostri problemi…

F. Dici bene, è proprio l'ultimo dei nostri problemi!

R. Tuttavia, pur essendo questo l'ultimo dei problemi, dovremo comunque individuare un gruppo dirigente per la nuova fase. Magari senza ricorrere alla conta…

C. Questo è giusto, ma il punto vero è quale processo concreto dovrà guidare questo gruppo dirigente, al di là della sua composizione. Io ritengo che farebbe bene ad assumere nettamente il tema della costruzione e bandire quanto più possibile le logiche della rappresentazione, cioè la modalità di un partito che esiste solo perché ha dei gruppi parlamentari, perché ha consiglieri e assessori. La logica della rappresentazione è la modalità di un partito che riesce ad essere reale soltanto quando c'è qualcuno che ne parla per televisione, o parla a suo nome in un talk show. Ma noi non possiamo ridurci ad essere qualcosa che dallo schermo si rivolge agli ascoltatori. Siamo chiamati a vivere una reale internità con l'esperienza concreta degli sfruttati. Tu, Federico, opportunamente la definivi come “internità fisica”. Essa è tanto più necessaria perché questa società ha superato storicamente l’epoca della “penuria” naturale dei beni che servono alla vita, e nondimeno resta profondamente ingiusta e degradante; ma questa sua contraddizione terribile la si capisce veramente solo se avvengono concretissimi percorsi di differenziazione, concrete esperienze di contrasto, concreti passaggi di svolta; e soltanto se queste pratiche vengono svolte da un insieme vero di persone, partendo da condizioni comuni di lavoro e di vita, e procedendo come una pluralità di individui che arrivano a riconoscersi, proprio nell’attività, come una soggettività collettiva…

R. Insomma, occorre più movimento.

C. Anche, ma soprattutto più costruzione della soggettività. Le dinamiche di movimento contribuiscono a determinare gli elementi di soggettività, ma non li esauriscono. Occorrono molte cose insieme: ci vuole movimento, ci vuole discussione, ci vuole condivisione, ci vuole compartecipazione...

R. In concreto, ci vuole una bella traversata del deserto.

F. C'è un aspetto, però, di questo ragionamento che dovrebbe essere chiarito meglio, e cioè che quello che tu chiami “costruzione” non può certo significare il ritrarsi dai meccanismi del quadro politico-istituzionale. Noi abbiamo perso sicuramente perché è venuta alla luce l'inutilità sociale di Rifondazione e dell’attuale sinistra antagonista, ma anche perché è risultata chiara la sua inutilità politica…

C. Vedo che tu continui a porre uno stacco molto netto tra il momento sociale e il momento politico. E però, per chi come noi non assume la società per come è data, ma si propone esplicitamente di cambiarla, la separazione tra l’elemento sociale e l’elemento politico non dovrebbe essere così forte. La politica cui noi miriamo è esattamente la dinamica sociale che diviene “condizionamento e proposta”, che diviene “politica” senza intermediari. In altri termini: la pratica della trasformazione ha come suo autentico presupposto metodologico il fatto che la dialettica sociale irrompa quanto più direttamente possibile nel quadro politico, senza il protagonismo della mediazione istituzionale.

F. E’ un ragionamento complicato quello che proponi.

C. Sì, lo è. Quelli che si propongono il governo della società, anche un buon governo, onesto, sollecito, attento, scrupoloso, possono permettersi di vedere il corpo sociale da lontano, giusto nelle campagne elettorali. Possono soprattutto permettersi di vederlo come un tutto indistinto, come un insieme di singoli, con singoli, individuali problemi. E quanto alla società possono permettersi di guardarla come un intreccio di problematiche con vari gradienti di difficoltà, che richiedono soluzioni efficaci. Possono concepire perciò la politica come semplice capacità di dare risposta alle domande che via via sorgono nei processi di articolazione e di riarticolazione del corpo sociale. Noi però non possiamo permetterci e un approccio così semplice e lineare alla politica. Proprio perché vogliamo trasformare la società, ed anzi partiamo da una critica di fondo dei suoi meccanismi costitutivi, noi abbiamo bisogno del protagonismo della società medesima.

R. Questo è giusto, e penso che lo condividano tutti i compagni e tutte le compagne. Ma la questione è come si determina, come si favorisce il protagonismo sociale.

F. Certamente non lo si favorisce restando chiusi nei palazzi istituzionali…

R. Se questo era il problema, ora nei palazzi non ci siamo nemmeno più.

F. Sì, il dato elettorale ci ha messo fuori dai palazzi romani, ma sparsi per l’Italia ci sono tanti altri palazzi e palazzine. Il problema è uscir fuori, è stare tra le persone in carne ed ossa.

R. Ma scusa, non eri tu che prima ti preoccupavi di un partito che si sposta tutto sulla società e lascia il terreno della politica?

F. Che c’entra? La politica che intendo io è sì politica, ma non prevede affatto la centralità dei palazzi; e neppure delle palazzine. E se mi preoccupa un partito che faccia solo esperienza sociale, mi preoccupa ancora di più un partito che invece di porsi il problema dell’iniziativa sociale, si ponga anzitutto il problema di come mantenere le sue postazioni, per esempio negli enti territoriali. Insomma, un partito, che invece di andare dai palazzi alla società scegliesse di andare dai palazzi alle palazzine degli enti locali, dimostrerebbe di non aver capito affatto le priorità del momento.

R. Che proponi? Di uscire anche da tutte le giunte?

F. Forse questo potrebbe essere utile. Tu, Carlo, che pensi?

C. Che una tale scelta non dovrebbe essere esclusa, ma che è assolutamente prematuro assumerla come regola generale. Alcuni passaggi debbono ancora definirsi, anche nello stesso quadro della politica-politica: per esempio, la questione dell’autosufficienza del Partito democratico. Veltroni l’ha fatta valere sul piano della prospettiva di governo nazionale. Dopo la sconfitta, che è stata molto dura anche per loro, questa posizione sarà mantenuta? E si allargherà anche agli enti locali, come scelta strategica? E’ difficile dirlo adesso. E simmetricamente, è difficile prevedere già ora quale effettiva fisionomia assumeranno le diverse pratiche di opposizione al nuovo governo Berlusconi, la nostra e quella del PD. Per il momento, io farei valere il principio di guardare situazione per situazione. Laddove la presenza in una giunta fosse realmente funzionale ad una pratica sociale di rivendicazioni e mantenesse aperto il quadro istituzionale per il protagonismo diretto delle persone, allora può valer la pena di disporre anche di un tale strumento. La regola, almeno per adesso, potrebbe essere perciò quella di provare a starci, se ci sono condizioni di partenza accettabili; ma di starci, per così dire, con la valigia sempre pronta. In ogni caso, giunta o non giunta, la questione fondamentale è quella di lavorare nella società; e di costruire, in questo lavoro, un profilo chiaramente autonomo e alternativo del nostro partito.

F. Torni sempre su questo punto: lavoro di costruzione nella società. Ma non si rischia così una politica per frammenti, per singole vertenze, per movimenti di lotta, per dinamiche tutte informali? La politica, anche la politica nostra che vuole rivoluzionare la società, non dovrebbe anche essere progetto complessivo? E il nostro progetto complessivo non è forse quello di costruire, per usare la metafora pasoliniana, un “paese nel paese”, una comunità ampia di territori, classi sociali, associazioni, ed anche istituzioni, dove si difendono i diritti e se ne producono di nuovi?

C. E’ giusto quello che dici, ma a una condizione: che si sappia bene qual è l’elemento determinante del processo. Quel paese nel paese la nostra politica può perseguirlo in due modi: o per assemblaggio, mettendo insieme quello che c’è di più avanzato –partiti, sindacati, associazioni, movimenti, ecc.; oppure può farlo modificando e modificandosi incessantemente nel cammino, ponendosi come strumento utile a suscitare l’elemento decisivo della partecipazione e dell’autorganizzazione. I fatti risolutivi per noi non sono le leggi, i decreti o le ordinanze che vengono prodotte, ma i conflitti che si determinano. Le leggi e tutti i provvedimenti che si riescono ad ottenere in sede istituzionale valgono esattamente perché esprimono il livello dato dei processi di protagonismo e di conflitto.

R. Il nostro obiettivo, insomma, non è una società più civile e più ordinata, ma un’altra società, con altri rapporti economici, con altre relazioni sociali.

C. Sì. Per un politico culturalmente interno agli attuali assetti sociali, quello che una volta non avremmo avuto difficoltà a chiamare “politico borghese”…

F. Potremmo anche continuare a chiamarlo così…

C. Potremmo, solo che c’è il piccolo particolare che dovremmo anche preliminarmente ricostruire una teoria delle classi sociali, che faccia pienamente i conti con quella che io chiamo “totalizzazione del rapporto di capitale”, e cioè con la concreta realtà economica, sociale e culturale del nostro tempo.

R. Va bene, ma indipendentemente da come lo si qualifichi, si capisce bene che quel tuo politico si pone, nel migliore dei casi, solo il problema di governare la complessità, di garantire il funzionamento della società, incoraggiando dove c'è da incoraggiare, mettendo dove c'è da mettere, eliminando dove c'è da eliminare. Ma per noi? Come deve essere la politica per noi?

C. La politica che si batte per un altro mondo possibile deve badare sempre, come suo sguardo e come sua preoccupazione costanti, alle linee dello sfruttamento e dell’oppressione, deve sempre partire dalla pressione drammatica del sistema capitalistico sul lavoro, e soprattutto sulla vita della quasi totalità delle persone. Deve badare allo sfruttamento e all’oppressione per come sono e per come si riproducono, non solo nella pratica concreta, ma nella stessa testa degli individui. Deve essere attenta, insomma, a costruire una critica costante della società stessa, e in questa critica della società deve riporre anche una specifica critica della politica, anche del modo di fare politica.

R. Ma in questo quadro ha senso un programma complessivo?

C. Certo che sì. Ma non vorrai che affrontiamo ora anche la questione del programma.

R. No. Ne avremo di tempo per discutere.

F. Discutere ed agire.

C. Certo, discutere ed agire. Ma, almeno la discussione, la riprendiamo la prossima settimana.

Napoli, 22 aprile 2007

RINO MALINCONICO

Dialoghi sulla sconfitta / 2

DIALOGHI ALL'INDOMANI DI UNA SCONFITTA di Rino Malinconico

parte seconda: IL CONTO DELLA STORIA


ROSA Avete visto? Sembra che si vada di male in peggio. La sinistra arcobaleno sta dando veramente prova di quello che è. C'è chi fa la costituente dei comunisti, chi fa la costituente ambientalista, chi fa la costituente della sinistra, c'è chi vuole tornare all'anno scorso, c'è chi vuole andare nel PD. Non ti pare, Carlo, che dopo la tragedia si sia già caduti nella farsa?

CARLO No, la tragedia resta. E le diverse articolazioni che si registrano in questi giorni e in queste ore non aggiungono e non tolgono nulla alla sostanza delle cose. La crisi che attraversiamo non è principalmente di linea politica, ma è più di fondo.

FEDERICO Già. L'altra volta dicevi che la questione è proprio di ragionare sui massimi sistemi.

C. Lo confermo. La questione riguarda i nodi di fondo. Il risultato elettorale del 14 aprile ha svelato la nostra debolezza strutturale. E’ questa che deve essere indagata.

F. Usando questo termine, “debolezza strutturale”, mi fai capire che siamo affetti da un male dal quale non si guarisce semplicemente con un nuovo indirizzo politico; un male che dipende soprattutto da processi storici oggettivi e solo in minima parte dai nostri errori.

C. Non estremizzare il discorso. I nostri errori pesano, ed hanno pesato, nel dare consistenza a questo male. Tuttavia dici bene sul punto decisivo: la nostra crisi dipende largamente da un processo più vasto, che come soggettività politica noi non controlliamo e sul quale possiamo intervenire solo in parte. Ma non è indifferente se ci interveniamo oppure no; come non è indifferente, proprio per delineare l’intervento più opportuno, se capiamo le caratteristiche di questo male oppure no.

R. Ma a cosa ti riferisci? Al fatto che il Novecento si è chiuso?

C. Sì il Novecento si è chiuso, e questo vale per tutti. Ma per noi specificamente vale, a mio avviso, in tre direzioni, che sintetizzerei così: la nuova dislocazione del valore e la conseguente crisi della dialettica sociale, che è la madre di tutte le questioni; le nuove forme storiche della democrazia e la conseguente crisi della dialettica politica; la parabola storica delle formazioni comuniste del ‘900 e la conseguente crisi della forma-partito.

R. Hai detto niente! Quelle che hai elencato sono questioni epocali!

C. Ma noi siamo esattamente ad una svolta d'epoca.

R. Ma di questioni così non se ne viene mica a capo in una discussione! E neppure in cento discussioni.

C. Non si tratta tanto di definirle in termini di parole; si tratta piuttosto di assumerle come questioni fondative del nostro modo di essere.

R. Cioè?

C. Si tratta di tenerle ben presenti qui, davanti a noi, e di cimentarsi nella comprensione, nella ricerca di risposte utili. Si tratta di avviare un cammino proficuo all'interno di tali questioni, non già dall'esterno ma proprio all'interno dello spazio che esse segnano nella storia e ci consegnano nel vivere concreto.

R. Più facile a dirsi che a farsi.

C. Ma forse, paradossalmente, è proprio il contrario: è più facile a farsi che a dirsi. Prendiamo, ad esempio, la questione fondamentale della nuova dislocazione del valore. La creazione di valore, che nella lettura di Marx equivale, giustamente, al concreto processo di sfruttamento, oggi non avviene più con le modalità tipiche dell'Ottocento o anche di gran parte del secolo scorso. Non è più il semplice tempo di lavoro non pagato al lavoratore dal capitalista a determinare il plusvalore, entro uno spazio chiaramente definito e circoscritto del meccanismo di produzione; bensì è la potenza degli agenti che vengono messi in moto durante il tempo di lavoro a costituire, come già prevedeva lo stesso Marx delineando gli scenari futuri del capitalismo della sua epoca, il vero, grande pilastro della produzione della ricchezza e dunque anche del processo di valorizzazione del capitale. E questa “potenza degli agenti” non va riferita semplicemente alla maggiore sofisticazione tecnologica dei macchinari: va invece rapportata proprio alla struttura integrata delle dinamiche produttive.

F. Questo, forse, ci è abbastanza chiaro. Del resto te l'abbiamo già sentito fare altre volte il discorso della produzione capitalistica che si estende progressivamente a tutto il vivere sociale: le macchine più sofisticate agiscono in sinergia con la rete dei servizi, con la catena della logistica e della distribuzione, con le infrastrutture, con l'istruzione, con le attività di coesione sociale. In questa progressiva totalizzazione del rapporto di capitale, tutto concorre a potenziare i tempi di lavoro immediati, per cui è propriamente l'insieme a fondare la produzione della ricchezza e a reggere il processo della valorizzazione: il livello di combinazione tecnica della produzione, il grado di cooperazione sociale del lavoro, la mobilitazione produttiva del corpo sociale, finanche l’irregimentazione dei tempi e degli stili di vita...

C. Esatto. Ma quello che a noi ora interessa sono le conseguenze. Il fatto nuovo è che nell'epoca compiuta della totalizzazione lo sfruttamento diventa generale, si estende all'insieme delle figure sociali e all'insieme della vita di relazione, si estende, in progressione, all’intera esistenza degli uomini e delle cose. Tutto diviene merce e tutto diviene potenza. produttiva.

F. Ma in tal modo l'esercito degli sfruttati dovrebbe essere molto più forte di prima, più numeroso, più articolato, più ricco di competenze al proprio interno. Invece assistiamo esattamente alla disgregazione, e quasi alla dissoluzione di un punto di vista autonomo del proletariato.

C. Sembra un paradosso, ma non lo è. Il punto decisivo è che proprio questo universalismo dello sfruttamento e della condizione proletaria rende difficile le dinamiche della coscienza di classe.

F. Piano, questo passaggio mi pare un po' ostico.

C. E’ meno ostico di quello che sembra. Prova a ragionare così: una qualsiasi soggettività, io, tu, lei, perché si ritrova ad esser tale?

F. Tale come?

C. Tale, appunto, come soggettività, come un io distinto dagli altri io.

F. Ma perché… perché si riconosce con delle particolarità.

C. Sì, ma com’è che arriva a riconoscere su di sé delle particolarità?

F. Oh, bella! Perché sa di avere caratteristiche specifiche, che altri non hanno.

C. Giusto. Ciascuno di noi si percepisce subito distinto dagli altri. Ma il presupposto di questa distinzione è esattamente che ci siano degli altri di fronte all’io. La costruzione della soggettività, il porsi come un io, è possibile perché ci si separa, prima biologicamente, poi per sensazioni, poi per pratiche di vita, da ciò che io non è. Risiede proprio nell’elemento oppositivo a me la condizione possibile che apre al definirsi del mio io, alla dinamica della coscienza che mi porta continuamente a riconoscermi come me stesso. Vale per le singole persone, vale ancora di più per i soggetti collettivi. Il proletariato come classe, come realtà che si muove sul piano storico, e quindi come soggetto della storia, oggi vive un processo di auto-costruzione molto più difficile, e ciò esattamente perché sui luoghi di lavoro, e negli stessi luoghi di vita, fatica a visualizzare ciò che non è proletario. Anche lo stesso operaio di fabbrica non ha più di fronte il padrone, ma proprietà impersonali; non ha più nemmeno la semplice palazzina della direzione, ma un articolato sistema che è assieme di lavoro e costrizione, che è sfuggente e interattivo, nel quale i tecnici, anche i tecnici di alto livello, sono essi stessi tendenzialmente proletari; e nel quale, soprattutto, la relazione di sfruttamento non si ritrova immediatamente, perché vive solo a scala generale.

F. Insomma, quello che tu sostieni è che la dialettica della soggettività di classe dell'Ottocento, o anche del Novecento, prevedeva chiare e nette demarcazioni: da un lato il proletariato, dall'altro la borghesia, in mezzo le cosiddette classi intermedie. E che ora non è più così. Ho capito bene?

R. Qualcuno ha sostenuto che il proletariato scompariva...

C. E invece ad essere, non dico scomparsa, ma profondamente modificata è stata proprio la borghesia. E’ questa che il proletariato non trova più di fronte a sé come altro da sé. Alle classi sfruttatrici è subentrato un sistema che si autoriproduce con le modalità di uno sfruttamento divenuto davvero generale, più esteso e più intenso, riferito a tutti i tempi e a tutte le attività, e che, in progressione, ricomprende sotto di sé la quasi totalità degli esseri umani.

R. Ma questo che vuol dire? I ricchi non sono mica scomparsi…

C. Certo che i ricchi continuano ad esserci; e ci sono anche i borghesi. Ma non sono più l'altra parte del sistema. Di fronte ai proletari sta oggi il sistema nella sua nuda essenza, nella sua astrattezza, e non già più altri uomini concreti. E di quel sistema, cioè della sua essenza, il proletario è al tempo stesso protagonista e vittima. In questo si dà il corto circuito della costruzione della coscienza.

F. Voglio vedere se ho capito. Tu dici che gli operai ci sono, anzi i proletari, ed essi coprono la quasi totalità del lavoro dipendente. E però non diventano, che riescono a diventare classe operaia, ovvero “proletariato”, perché lo sviluppo stesso del capitalismo ha reso evanescente la classe nemica. E di conseguenza il proletariato fatica a definirsi come classe. E anzi, introietta, se ho capito bene, le stesse ragioni del sistema.

C. Sicuramente è così. Nell'Ottocento e anche nel Novecento, se i salari erano bassi, si percepiva subito che succedeva perché i padroni ci guadagnavano. Oggi questa percezione stenta. Trovi non di rado operai ed impiegati, magari anche precari, che guadagnano appena 1000, 1200 euro al mese, che pure si lamentano, ovviamente, dell’impossibilità di vivere, ma che ragionano, quanto ai rimedi, quasi alla maniera de “Il sole 24 ore”: si dichiarano convinti che il nodo dei salari è legato all’aumento della produttività piuttosto che ai profitti, che occorre aumentare la ricchezza per poterla distribuire, che occorre reggere la concorrenza anche con la flessibilità del lavoro, e che se le aziende vanno male è anche per i troppi vincoli che pone lo Stato, per le troppe tasse, e via dicendo...

F. Fosse solo questo! Se la prendono anche con gli zingari e con gli omosessuali; e invocano ordine e pulizia, nonché polizia, con parole e proposte chiaramente di destra...

C. Pure questo si spiega. Se viene meno l’identità collettiva, si resta semplici individui in balìa della propria esperienza immediata. Per un operaio o per un disoccupato, l'immigrato è un concorrente; ed allo stesso disoccupato o operaio, in quanto cittadino, una pronunciata diversità di stili di vita e di comportamenti attorno a lui provoca un evidente problema psicologico di convivenza e relazione, ed è perciò spontaneamente avvertita come un fastidio. Poi, se c’è chi soffia continuamente sul fuoco, viene percepita anche come una minaccia. Insomma, se le contraddizioni “in verticale” tra proletariato e borghesia diventano confuse, si ingigantiscono immediatamente le contraddizioni “in orizzontale”, quelle col proprio vicino, con chi sta fisicamente di fronte.

R. Ma guardate che se realmente siamo a questo punto, c’è davvero ben poco da fare. Tu, Carlo, parlavi di qualcosa che era più facile a farsi che a dirsi, ma in una condizione così disgregata come si fa a recuperare il conflitto di classe?

C. Intanto capendo bene, per prima cosa, che l'identità di classe non è un dato di partenza e che il problema non è semplicemente di rappresentare quell'identità sul piano della politica. L'identità deve essere ricostruita anzitutto sul piano sociale. Si tratta di un lavoro certamente complesso, ma per cominciare, lo ripeto, bisogna comprendere bene da che punto si parte. Tanto più che non è soltanto in crisi il conflitto sociale, ma anche il conflitto sul piano della politica.

F. Già. Nel tuo elenco dei problemi hai posto anche la questione delle nuove forme della democrazia.

C. Sì, è questo il secondo grande terreno del mutamento epocale che stiamo vivendo. La forma-stato e l'articolazione della politica si sono rapidamente trasformate negli ultimi decenni. Siamo passati, per dirla in breve, dalla politica come luogo di confronto, e anche di scontro, fra interessi sociali diversi e contrapposti, alla politica come puro governo della complessità. Proprio perché l'universalità della condizione capitalistica ha confuso, sul piano sociale, le linee della contrapposizione, la politica può ora registrare soltanto la grandezza e la complessa struttura dell'insieme. E di fronte a questo insieme indistinto, essa può porsi solamente come “puro governo”.

R. Ma in realtà la capacità di governo della politica è venuta meno proprio nel quadro della globalizzazione. Non sei d’accordo?

C. Sì, e non c'è contraddizione con quello che ho appena detto: la politica come governo della complessità è semplicemente un accompagnare la complessità stessa. Il sistema si autoriproduce e si espande per sue proprie dinamiche; la politica, divenuta ormai semplice governo, può soltanto accompagnare il movimento e togliere dalla strada tutto ciò che può fare inciampo. In questo senso, essa è intimamente autoritaria.

R. Ma è un autoritarismo di tipo nuovo, non semplicemente il vecchio fascismo.

C. Certo, le forme non sono, non possono essere, quelle del vecchio fascismo. Anche se ci andrei cauto a definire il vecchio fascismo come semplice dittatura.

F. Il fascismo fu totalitarismo e dunque una effettiva irregimentazione della società, una determinata capacità di modellarla.

C. Appunto. La politica autoritaria di oggi, rispetto al vecchio fascismo, è facilitata nel suo compito dal fatto che la società ha assunto una fisionomia già inquadrata per forza propria. La politica tutto può fare fuorché mettere in discussione le coordinate che il capitalismo ha fissato per l'insieme del corpo sociale.

F. Quello che tu dici mi sembra giusto. Si spiega così anche il fatto che i programmi dei partiti si assomigliano tutti, che i politici dicono grosso modo le stesse cose e che è così facile scambiarsi di posto nei parlamenti dei paesi a capitalismo avanzato.

C. Sì, la politica non procede per linee alternative ma per dinamiche di alternanza. E gli uomini in carne ed ossa, con le loro individuali biografie, valgono, in tale quadro, più delle loro proposte e dei loro programmi. Anzi i partiti diventano proprietà personali, con il nome del leader nel simbolo.

R. E però, se ho inteso bene, tu stai dicendo qualcosa di molto serio, e cioè che all'interno del sistema democratico non è possibile delineare nessuna alternativa di società.

C. Sì, l'alternativa di società non può nascere dall'interno dell’attuale sistema democratico. Anche solo per poter cominciare a muoversi, essa deve dotarsi di una sua vita autonoma, parallela e contrapposta. Deve chiamare ad una partecipazione “altra”, al di fuori del sistema.

R. L'esodo, di cui parla Negri?

C. Sì e no. C’è un primo movimento indispensabile che è il “chiamarsi fuori”; è c’è un secondo movimento che è il costruire in modo alternativo. All'attuale democrazia, in concreto, vanno praticamente contrapposti gli istituti di democrazia diretta, non con una modalità di pura separazione, ma facendo in modo che questi premano su quella e strappino risultati utili sul piano sociale; e che, di conseguenza, crescano nello stesso assetto della società, come suo specifico punto di crisi e di ricostruzione alternativa.

R. Ma in un tale quadro ha poi senso definirsi come partito comunista? ha senso la partecipazione alle elezioni? ha senso la presenza nei vari istituti rappresentativi dell’attuale sistema democratico?

C. Rispondo subito di sì a tutte e tre le domande. Il dualismo tra istituti di democrazia diretta ed attuale democrazia rappresentativa, lo ripeto, non può essere di separazione. Non c'è un altrove separato dalla concreta società dentro la quale siamo inseriti. La pratica della democrazia diretta è una progressione di marcia: per crescere ha bisogno di incidere, di strappare conquiste, di costringere la democrazia rappresentativa a concessioni e capitolazioni. La presenza di sue propaggini all'interno dei concreti luoghi della democrazia rappresentativa, dai consigli comunali al parlamento, e anche all'interno, laddove è possibile e utile, delle loro emanazioni di governo, può essere senz'altro d'aiuto. Così come lo è la partecipazione alle elezioni, che nell'attuale condizione sono largamente un rito di coesione ed irregimentazione, ma che pure possono essere vissute come momento di presenza e forza dell'universo alternativo.

R. Attenzione però, la pratica elettorale e anche la pratica istituzionale, non sono solo uno strumento. Sono esse stesse una forza costruttiva, definiscono fisionomie, culture, modi di essere. Con l'elezione si diventa facilmente elettoralisti, e nelle istituzioni ci si trasforma troppo facilmente in istituzionalisti.

C. Quello che dici è vero. E’ la pratica sociale delle persone che determina la loro coscienza, e non viceversa. Ma io dico che la gran parte della nostra pratica deve svolgersi esattamente “fuori”. Se non si costruiscono i percorsi della democrazia diretta, è evidente che la partecipazione alla democrazia rappresentativa ci modella nel senso di quest'ultima, e dunque dentro le logiche dell'alternanza e non dell'alternativa. Chiamarsi fuori è, come ho già detto, il primo movimento. Il secondo è di premere sull'insieme della società, ivi compreso il suo assetto rappresentativo. C'è un elemento prioritario e un andamento derivato. Ma se non c'è la priorità della democrazia diretta, diventa inevitabile che, pur con tutte le migliori intenzioni, la partecipazione alla democrazia rappresentativa snaturi la nostra stessa volontà di alternativa.

R. Ma dove si situa specificamente questa nostra volontà di alternativa? Mica ci ripresenterai il discorso del partito come luogo mitico del nostro essere diversi?

C. No. Il partito va inteso alla stregua di un semplice strumento pratico. Nulla di più. Il partito che propongo è un partito con la p minuscola. Tanto più che proprio la forma-partito è entrata in crisi, e i partiti comunisti hanno avuto storicamente una parabola di evidente snaturamento ed isterilimento. E l’hanno avuta proprio in quanto partiti, in quanto processo storico definito, non per responsabilità di gruppi dirigenti che avrebbero, per così dire, “tradito”.

F. E’ questo che intendevi come terzo lascito del Novecento? Il terzo problema che il conto della storia ci consegna?

C. Sì. Accanto alla dislocazione del valore nell’insieme della società e alla politica democratica come governo della complessità, la chiusura del Novecento ha portato con sé anche la fine del partito come luogo onnicomprensivo dell'alternativa di società. Si sono consumati entrambi i modi di concepire la pratica dei comunisti. Da un lato, ha fallito il partito comunista di massa, che manteneva nel proprio programma il socialismo e la trasformazione della società, e però concretamente si metteva in gioco dentro le dinamiche politiche date. La sua corsa è proseguita fino all'assunzione piena delle forme della democrazia rappresentativa per come esse stesse si venivano modificando, nel senso del governo della complessità. La cosiddetta mutazione genetica del vecchio PCI in PDS, DS ed oggi Partito democratico, non è un incidente della storia ma l’esito, per certi versi inevitabile, di quel mettersi in gioco sul piano della politica, con la conseguente scissione concettuale e pratica tra programma massimo e programma minimo, tra strategia e tattica, tra idealità e politica.

F. Ma è fallito anche l'altro modo di concepire l'identità comunista, come avanguardia che si preserva e si prepara ad intercettare le dinamiche della società dentro gli scenari di crisi. Bordighisti e trotzchisti di vario segno, così attenti a non esser coinvolti più di tanto nelle dinamiche della politica come governo, sono stati lasciati indietro dalle stesse dinamiche di conflitto della società, sono rimasti gruppi sterili, in grado di essere anche presenti nel conflitto segmento per segmento, ma senza alcuna capacità di riannodare le fila e di spingere per una alternativa complessiva.

C. Sì, è così. I comunisti “togliattiani” sono stati come i panni logorati dal troppo uso, che alla fine non si riconoscono più neppure nel colore e nel disegno. Gli altri sono stati come i panni riposti nei cassetti che, a poco a poco, ingialliscono, si tarlano, perdono di consistenza e diventano sostanzialmente inservibili.

R. Ma allora il comunismo come pratica organizzata, come identità militante, come partecipazione culturale ed emotiva è ormai una cosa del passato?

C. Le cose del passato sono del passato. Oggi occorre essere comunisti in modo nuovo e in nuove forme organizzate. E occorre esserlo anzitutto sul piano delle relazioni sociali, e solo derivatamente sul piano delle relazioni politiche. Ed occorre esserlo soprattutto agendo per favorire dinamiche di autorganizzazione sociale, di democrazia diretta.

R. Ma allora bisogna cambiare tutto anche rispetto al nostro più recente passato, anche rispetto a come è stata negli ultimi quindici anni Rifondazione comunista.

C. Sì. Questa comunità di compagni che ancora è Rifondazione comunista deve produrre un nuovo inizio, una nuova pratica, portando con sé tutto il meglio di quello che ha prodotto finora in termini di innovazione culturale.

F. E vi pare che si stia andando in questa direzione ora? dopo la batosta elettorale?

C. Non so. Domani c'è il Comitato politico nazionale di Rifondazione. Vedremo cosa ne esce.

F. Da come si preannuncia ci sarà scontro duro.

C. Non è lo scontro che ci deve preoccupare, ma il punto in cui siamo. Noi siamo obbligati, volenti o nolenti, ad un nuovo inizio.

R. Sì, ma con quali caratteristiche?

C. Di questo potremo anche parlare un'altra volta.

R. Va bene, chiudiamola qui per il momento. E diamoci appuntamento a dopo il comitato politico.

F. D'accordo.


Napoli, 18 aprile 2008 RINO MALINCONICO