<?xml version='1.0' encoding='UTF-8'?><?xml-stylesheet href="http://www.blogger.com/styles/atom.css" type="text/css"?><feed xmlns='http://www.w3.org/2005/Atom' xmlns:openSearch='http://a9.com/-/spec/opensearchrss/1.0/' xmlns:georss='http://www.georss.org/georss' xmlns:gd='http://schemas.google.com/g/2005' xmlns:thr='http://purl.org/syndication/thread/1.0'><id>tag:blogger.com,1999:blog-7897224296383579037</id><updated>2012-02-16T05:37:30.343-08:00</updated><title type='text'>movimentazione dialoghi</title><subtitle type='html'></subtitle><link rel='http://schemas.google.com/g/2005#feed' type='application/atom+xml' href='http://movimentazionedialoghi.blogspot.com/feeds/posts/default'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7897224296383579037/posts/default?max-results=100'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://movimentazionedialoghi.blogspot.com/'/><link rel='hub' href='http://pubsubhubbub.appspot.com/'/><author><name>movimentazione</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08759068781258074283</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><generator version='7.00' uri='http://www.blogger.com'>Blogger</generator><openSearch:totalResults>8</openSearch:totalResults><openSearch:startIndex>1</openSearch:startIndex><openSearch:itemsPerPage>100</openSearch:itemsPerPage><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7897224296383579037.post-7328950983903282448</id><published>2008-06-20T11:53:00.000-07:00</published><updated>2008-06-20T11:54:11.429-07:00</updated><title type='text'>Una introduzione ai Dialoghi</title><content type='html'>di Giovanni Russo Spena&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Questi dialoghi di Rino Malinconico sono importanti per la  ricostruzione di un senso collettivo e di una ricerca seria sulle ragioni della sconfitta elettorale del 13 e 14 aprile 2008; essi riescono, con grande lucidità e tempestività, con un metodo di condivisione, attraverso appunto l’espediente del dialogo, a mettere a tema i paradigmi fondativi di ipotesi di riflessione e lavoro politico che condivido molto. Alla sinistra anticapitalistica occorre, infatti, una "rivoluzione copernicana" (difficile perché "controcorrente", ma non impossibile, perché vi sono risorse intellettuali, sociali, morali). Sarà una lunga traversata nel deserto, all’opposizione, senza derive istituzionaliste e governiste. Con l'attenzione, spero, di non scambiare i miraggi ingannevoli, i cortocircuiti politicisti per oasi nelle quali riposare le stanche membra. Abbiamo vissuto, infatti, un sommovimento profondo e aspro, nelle viscere della società, che ha ridislocato altrove parti consistenti di quegli strati sociali che la sinistra ha l'ambizione di rappresentare.&lt;br /&gt;La sconfitta elettorale, temo, viene da lontano; è l'espressione numerica di una crisi di rappresentanza che è anche crisi democratica. Se la crisi della sinistra ha una dimensione sociale e strutturale, non vi è "mossa del cavallo", invenzione politicista, che valga come risposta giusta ed efficace. Occorre scavare nelle cause profonde e non inventare percorsi (presunti ed inefficaci) di soluzioni immediate. Rischiamo, altrimenti, il definitivo declino. Non abbiamo saputo incontrare le masse di scontento, dolore, sofferenza sociale che squassano una società che affronta, in dimensioni drammatiche, per redditi, condizioni di vita e lavoro, la prima crisi della globalizzazione liberista e la democrazia dispotica e militarizzata che di essa è proiezione. Di fronte ai luoghi che bruciano, ai territori sconvolti, ai roghi del razzismo istituzionale (e popolare), alla solitudine operaia (che ha raggiunto, marxianamente, il livello massimo di alienazione e mercificazione) ci siamo illusi che fosse sufficiente "mimare" uno scontro di idee nelle aule istituzionali o sugli schermi televisivi. Siamo stati sconfitti, innanzitutto, nella società, perché venivano, dalla globalizzazione liberista, dalla "rivoluzione regressiva" del capitale, sconvolte le figure sociali, mentre precarizzazioni del lavoro e delle vite, delocalizzazioni industriali, intreccio tra economia legale e mafiosa, creavano, nella classe, vere e proprie mutazioni antropologiche, che scindevano i legami collettivi. L'emblema è rappresentato dai settori sindacalizzati, combattivi, di tanta parte della classe operaia del Nord (anche nelle fabbriche di grandi e medie dimensioni) che votano Lega: si forma, quasi, una nuova identità, non più di classe ma "plebea" (nell'accezione gramsciana) che si riconnette ad una  presunta etnia, al territorio inteso, razzisticamente, come "esclusione" del "diverso", del migrante.&lt;br /&gt;Questa paranoia è alla base della tremenda, contemporanea "guerra tra poveri", dove si smarrisce l'acquisizione del padrone come sfruttatore di tutte e tutti ed i "penultimi" scacciano gli "ultimi" nella paura, nelle insicurezze ossessive indotte dalla globalizzazione liberista. Le sinistre sono apparse, in questo processo di massa (e strutturale, che si ricollega ai processi di valorizzazione del capitale, alle forme ed ai modi dell'accumulazione contemporanea), del tutto ininfluenti. Una sinistra di mera opinione e autoreferenziale non ha antenne per "leggere" la società. Solo insediandosi di nuovo nei luoghi di lavoro e di vita, con una faticosa ricostruzione vertenziale "dal basso", possiamo riportare la politica di trasformazione nelle coscienze, nei corpi, nel senso di massa, da cui è stata espulsa. Lo spazio pubblico, in questa tempesta, non è mera rappresentazione istituzionale; esso può rivivere solo in rapporto alla società. &lt;br /&gt;La sinistra (più che mai oggi) o è sociale o non è. Sono molto d'accordo con Marco Revelli: "una sinistra svaporata nell'astrattezza nulla può contro la destra sociale della Lega, di Tremonti, di Alemanno. La sinistra potrà ripartire solo se saprà "fare società"; e, soprattutto, costruire il proprio popolo ed il proprio linguaggio". Non mero movimentismo banale, ma una nuova statualità alternativa, evitando partiti contenitori o partiti plebiscitari. &lt;br /&gt;La nostra riflessione non potrà eludere un secondo grande tema, collegato, che costituisce parte importante della riflessione di Rino Malinconico: la concezione stessa del partito comunista contemporaneo, delle sue forme, dei suoi modi d'essere, dei suoi sistemi di relazione. Penso ad un "partito sociale", il coordinamento di un sistema a rete (in cui Rifondazione Comunista, il partito in cui milito, viva come realtà organizzata, insieme alle altre soggettività politiche, culturali, di movimento, associazionistiche). Un sistema a rete che abbatta verticismo e gerarchia ed esalti l'orizzontalità, il mutualismo, la "confederalità dal basso": attraversando il territorio non come luogo dell'esclusione, ma come luogo della relazione, della convivialità, del mutuo soccorso. Dovremo saper far vivere la rete diffusa del "saper fare sociale". I luoghi sul territorio possono essere le "case della sinistra", da costruire subito ed ovunque; così nasce l'incontro tra le differenti soggettività, lottando insieme contro il governo delle destre introducendo all'interno dell'opposizione elementi di programmi anticapitalisti. Non esistono solo i partiti; l'innovazione culturale passa attraverso la piena consapevolezza, il riconoscimento, che esiste, quotidianamente e in ogni dove, tanta politica diffusa al di fuori dei partiti. La tendenza è internazionale, globale: i movimenti acquistano sempre più una dimensione politica; i partiti, se non si trasformano in presidi di democrazia ed organizzatori del conflitto, si riducono, con una deriva burocratica, a ceti politici di rappresentanza.&lt;br /&gt;La nostra capacità innovativa si ricollega alla necessità di ricostruire senso, linguaggio, popolo, attraverso una visione del mondo, un punto di vista alternativo sulla società, una fitta trama di valori condivisi. Non a caso ci troviamo, oggi, a vivere uno "stordimento" della nostra umanità, che genera quello "sciame inquieto" che Bauman descrive. &lt;br /&gt;Non so quale porto raggiungeremo; so che è importante intraprendere il viaggio, la nuova ricerca della società "dentro e contro" la globalizzazione liberista. I "dialoghi" di Rino Malinconico ci indicano la rotta.&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;Giovanni Russo Spena&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7897224296383579037-7328950983903282448?l=movimentazionedialoghi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://movimentazionedialoghi.blogspot.com/feeds/7328950983903282448/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7897224296383579037&amp;postID=7328950983903282448' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7897224296383579037/posts/default/7328950983903282448'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7897224296383579037/posts/default/7328950983903282448'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://movimentazionedialoghi.blogspot.com/2008/06/una-introduzione-ai-dialoghi.html' title='Una introduzione ai Dialoghi'/><author><name>movimentazione</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08759068781258074283</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7897224296383579037.post-504417168653319485</id><published>2008-06-20T11:51:00.000-07:00</published><updated>2008-06-20T11:58:47.657-07:00</updated><title type='text'>Dialoghi sulla sconfitta / 7</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;DIALOGHI ALL'INDOMANI DI UNA SCONFITTA di Rino Malinconico&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;parte settima (12 maggio)&lt;br /&gt;UN DIVERSO PARTITO POLITICO&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;ROSA  Ma cosa pensate? che ce la faremo? Dico: ad uscire dal tunnel in cui ci troviamo?  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;CARLO Volete una risposta sincera?  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;FEDERICO Certo che deve essere sincera. &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Allora, per parte mia, posso solo dirvi che non lo so.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Pensi che potremmo anche non farcela?  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Sì, penso che potremmo essere consegnati ad un sostanziale silenzio, e per un periodo non brevissimo.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Cioè, permarrà la nostra condizione di extra-parlamentari...  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Quello è il meno.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Alle elezioni europee dell'anno prossimo, sempre che non cambino la legge elettorale e non inseriscano una soglia di sbarramento al 4 o al 5%, è possibile che avremo dei seggi, sia che si presenti una lista comune della sinistra di alternativa, sia che si presentino più liste, tra cui sicuramente la lista di Rifondazione comunista.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Meglio, molto meglio tornare ad essere chiaramente il Partito della Rifondazione Comunista anche sulle schede elettorali! Sicuramente andremmo oltre il 3% del mese scorso!&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Ma anche se prendissimo il 4 o il 5% non ci sarebbe un mutamento vero, non cambierebbero i termini di fondo, e cioè la questione della nostra sostanziale ininfluenza nella società italiana, e soprattutto la questione della sostanziale assenza di una positiva soggettività di classe nelle dinamiche sociali. Insomma è davvero reale la scomposizione del tessuto proletario, che pure quantitativamente, in quanto lavoro dipendente, e comunque subordinato, si estende ormai all'intera società, e ricomprende dentro la sua condizione quelli che una volta erano “ceti medi” e si caratterizzavano per l’erogazione di prestazioni professionali. E’ più esteso, ma è anche più frantumato, il proletariato del mondo di oggi.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Hai ragione. La scomposizione è un fatto reale, morde davvero nel profondo. E analogamente, nelle difficoltà che attraversano la stessa globalizzazione c’è la causa vera del crescere dei conflitti orizzontali, con il loro corredo di xenofobia e di chiusura identitaria. E se a ciò aggiungiamo la grande capacità di iniziativa politica delle destre, che riescono a intercettare i sentimenti di frustrazione e paura, svolgendoli in direzione di un nuovo identitarismo localistico e nazionalista ad un tempo, e con contenuti che sono assieme autoritari e clericali, e perciò con una miscela che ricorda molto da vicino quello che in altre epoche e con altre forme sono stati i fascismi, allora la cosa si fa veramente grave.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Ma ci siamo anche noi, c’è anche una soggettività politica non rassegnata, che si propone la trasformazione.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Sì ci siamo anche noi, ma ci muoviamo con troppo piombo nelle ali. Piombo di ogni tipo.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Certo, non si tratta solo di difficoltà organizzative, ci sono anche limiti teorici, di comprensione della realtà, di sottovalutazione dei rapporti di forza…  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Io ho paura che la crisi sia ancora più profonda, perché investe, per ragioni diverse, tutte e due le principali generazioni che ancora si muovono sul piano della politica di alternativa e del conflitto sociale. E’ qualcosa che è molto visibile dentro Rifondazione comunista, ma vale per tutta la sinistra di alternativa, sia quella politica e sindacale, sia quella che si struttura a livello locale in comitati e associazioni. Mi riferisco, da un lato, alla generazione che si è formata negli anni Settanta, o che si è educata anche successivamente, ma comunque alla maniera degli anni Settanta; dall’altro, ad una più giovane generazione, che ha affiancato l’altra nel movimento no-global, con propri modi di essere e con propri linguaggi. Oggi entrambe possono dare poco.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Hanno già dato tutto quello che potevano. Questo intendi?&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Come generazioni probabilmente sì. Possono restare dei singoli, traiettorie individuali che si collocano sul piano di una scelta ideale; ma come generazioni, come dinamica sociale collettiva, inclino a pensare che non abbiano più alcunché da dire, o da dare.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Delle due, quella degli anni Settanta è stata piuttosto coriacea. Ancora oggi, se guardiamo alle aree più o meno militanti, resta preponderante anche quantitativamente…&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. E’ una generazione che ha sentito molto l’etica della responsabilità e del sacrificio. Anzi, la massima kantiana di agire come se il criterio fondativo della propria azione potesse essere assunto a norma universale, il che costituisce il principio proprio della moralità moderna, veniva esaltata al massimo grado, e addirittura si snaturava facilmente in direzione di una vera e propria ipertrofia del soggetto: non solo le proprie azioni venivano vissute come se esprimessero in sé, immediatamente, un valore universale, ma anche come condizione stessa dell’universalità dell'universo-mondo. E’ stata una generazione “atlanteide”. In tanti, forse in troppi, si sono sentiti come Atlante che reggeva sulle spalle il mondo.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Con tutti gli errori, anche tragici, di scambiare la propria condizione, il proprio io e la propria volontà, per gli elementi realmente posti alla base dell’universo e della sua storia.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Certo, con tutti gli errori tipici del soggettivismo. Ma quello che qui voglio sottolineare è il sentimento forte del sacrificio e della responsabilità.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Ma questa generazione è ancora in campo.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Sì, ma è più stanca, è una generazione anche di sconfitti. E’ ancora capace di spirito di sacrificio, ma senza gioia. Può ancora dar vita a linee di resistenza, ma non riesce a produrre da sola una vera progressione in avanti.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Ci sono tuttavia i giovani, la generazione di Genova...  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Questo è l’altro piombo che abbiamo nelle ali. La generazione intervenuta dopo, quella effettivamente nuova, formatasi nel movimento antiglobalizzazione o altermondialista o come diavolo vogliamo chiamarlo, è una generazione che ha maturato un individualismo compiuto; ed è attraversata compiutamente dagli stilemi della comunicazione mediatica, e perciò con una curvatura fortemente virtuale delle proprie percezioni. Agli atlanteidi sono succeduti i “narcisi”, ripiegati su se stessi. In quella espressione decisa, così ossessivamente gridata nei cortei contro la guerra in Iraq, e che pure conteneva tanta giusta voglia di protagonismo, e cioè: “non in mio nome”, l’accento cadeva esattamente sull'aggettivo possessivo. Era la prima persona singolare a parlare; non era “non in nostro nome”. Si tratta di un io, senza alcuna apertura collettiva. Questo individualismo, questo spontaneo ripiegamento su se stessi è ovviamente figlio dei tempi. E’ una generazione che ha davanti a sé un futuro nebuloso e un presente fatto di precarietà, di segmenti staccati l'uno dall'altro. E’ una generazione che vive senza tessuti connettivi intorno.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. E’ la propria condizione materiale che li isola, i giovani d’oggi, che non li mette in comunicazione con quello che c’è intorno.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Esatto, mica ci sono disfunzioni genetiche! Ma un determinato tempo produce determinate figure umane, determinati sensi comuni. Se ci si ripiega su se stessi e sulla immediatezza del presente, la voce collettiva diviene più difficile a farsi.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. E’ davvero terribile quello che dici.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Sì. Ma temo che le cose stiano proprio così. Lo spirito di sacrificio nasce quando c’è anche un futuro. Chi ha davanti una prospettiva sa anche sacrificarsi; chi non ce l’ha, è costretto a riempire il proprio sguardo solo di ciò che possiede immediatamente,  e cioè se stesso e il proprio presente. E se a questo si aggiunge la forza dell'apparire rispetto all’essere, che oggi è la regola, diventa chiaro quanto pesi questo secondo piombo nelle ali.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Insomma, abbiamo, da un lato, una generazione stanca, con un grosso fardello di errori sulle spalle, che ha sbagliato perché ha lungamente ricondotto il mondo a sé; dall’altro, abbiamo una generazione con poche illusioni e perciò anche con pochi sogni collettivi, che tende a ripiegare continuamente in se stessa e perciò la dà vinta in partenza all'atomizzazione della società, allo stato di cose presenti…  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. E’ una sintesi efficace, che condivido.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Aspettate un poco. La realtà che viene fuori da questi nostri discorsi mi pare davvero tragica: c’è la scomposizione di classe, e quindi una crisi strutturale del conflitto; c’è la trasformazione delle istituzioni e delle forme della politica, con la conseguente crisi delle dinamiche di rappresentanza; c’è il dissolvimento dei modelli politici e culturali del Novecento, e di conseguenza anche la crisi delle ideologie e delle forme organizzate di queste ideologie, in particolare dei partiti politici di derivazione operaia. Ora scopriamo, in aggiunta, il venir meno delle generazioni attive: l’una perché stanca, l’altra perché attraversata dall'individualismo del nostro tempo. Mi sembra ce ne sia abbastanza per concludere non solo che un’epoca si è chiusa, ma che non ci sia pressoché più nulla da fare.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Questo è un esempio perfetto, se permetti, di ragionamento poco dialettico.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Che vuol dire?  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Vuol dire tirare delle conclusioni assolute, là dove invece si chiede semplicemente di accompagnare i problemi al loro svolgimento.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Spiegati, perché davvero non ti capisco.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. E’ presto detto: affermare che il conflitto, la rappresentanza, la forma partito, la stessa ideologia comunista siano entrati in crisi, non vuol dire che essi siano stati automaticamente cancellati dalla storia. Vuol dire semplicemente che sono davvero in crisi e che perciò chiunque pensi di poter continuare alla maniera di prima è un illuso. Ma sbaglia anche chi pensa di poter imboccare un'altra strada senza questo fardello di crisi sulle spalle.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Cioè?  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Cioè occorre puntare ancora sul conflitto, sapendo però che deve essere condotto in modo nuovo; così come occorre continuare ad assumere la politica come rappresentazione di interessi contrapposti, ma tenendo fermo che la rappresentazione deve essere oggi la stessa cosa della costruzione.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Gli interessi contrapposti vanno non semplicemente rappresentati ma propriamente organizzati, costruiti proprio dentro la vita sociale.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Giusto. E vanno parimenti riproposti il tema della trasformazione e l’orizzonte del comunismo, ma liberandoli di tutte le incrostazioni stataliste e autoritarie che hanno accompagnato il secolo scorso. Anche la forma-partito, ovvero il luogo organizzato per promuovere conflitto, politica di contrapposizione e prospettiva di trasformazione, va totalmente ripensata.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Vorrei che su quest’ultimo aspetto ti esprimessi in maniera più chiara.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Bisogna percorrere vie nuove. Un partito che si richiami all’ideale del comunismo non può riproporre oggi il modello leninista delle avanguardie organizzate. E neppure il modello del partito di massa centralizzato di tradizione togliattiana.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Che deve essere allora?  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Va chiarito innanzitutto ciò che non deve essere. Non può continuare, per esser chiari, a vivere in maniera assolutamente contraddittoria con la propria idea di società alternativa. Il comunismo prospetta l'estinzione stessa dello Stato, e cioè la sua riduzione a semplice struttura di coordinamento tecnico di una società aperta e costitutivamente attraversata dal protagonismo diffuso delle persone e delle loro libere associazioni. E però tutti i partiti comunisti si sono sempre organizzati in maniera esattamente speculare allo Stato moderno, con una segreteria che corrisponde al governo, un comitato centrale che corrisponde al parlamento, le commissioni di garanzia che corrispondono all'autorità giudiziaria.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Insomma, abbiamo riproposto dentro di noi ciò che volevamo abolire.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Ma questo poteva anche andare bene quando la prospettiva del comunismo era storicamente immatura, e cioè nell'Ottocento e per buona parte del Novecento, allorché valevano le regole sociali imposte dalla penuria dei beni e delle risorse, con una conseguente obiettiva sproporzione del tempo di lavoro socialmente necessario rispetto ai tempi di vita liberamente creativi e liberamente vissuti. Non era solo per il profitto dei padroni, ma proprio per riprodurre la stessa vita materiale che occorreva spendere l’intera giornata di vita, in una condizione di fatica ininterrotta. In quelle condizioni un partito che parlava di comunismo, ma che si organizzava secondo gli schemi dello stato di cose presenti, poteva anche non stridere eccessivamente. Ma oggi, quando c’è una maturità e anzi la necessità del comunismo, in presenza di uno scivolamento generale del capitalismo stesso verso la barbarie...  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Sì, va bene; ma, in concreto, che tipo di partito occorrerebbe organizzare?  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Te la dico così: un partito continuamente aperto alla società, attraversato continuamente da “gruppi in fusione”. L’espressione è di Sartre ed indica esattamente il contrario della condizione “pratico-inerte” e dell’andamento “seriale” che sempre caratterizzano le strutture organizzate, anche un partito comunista. Il “gruppo in fusione” è, invece, un insieme determinato e concreto di presenze, con gli sguardi che reciprocamente si incrociano e con un’attività effettiva e uno scopo reale, e anzi immediato, da realizzare. Occorre far vivere la vivacità dei gruppi in fusione senza cancellare il tessuto connettivo dell’essere partito. Ma questo partito dovrà, in tal modo, essere “a raggiera” e non “a piramide”, orizzontale e non verticale. Penso, insomma, ad un partito che viva come percorsi che si dispiegano e proposte che si discutono, con molteplici e variegate modalità di associazione.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Sicuramente un partito di questo tipo, così come lo tratteggi, sarebbe anche naturalmente centrato sul protagonismo delle compagne e dei compagni e praticherebbe al proprio interno quello che è straordinariamente mancato in tutti questi anni, almeno nella mia esperienza di militante, e cioè le condizioni di una democrazia effettiva. Il che vuol dire cancellare la logica dei ruoli a vita sia negli organismi di direzione del partito che nei compiti di rappresentanza istituzionale.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Nello statuto di Rifondazione queste cose ci sono.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Ci sono, ma su questo ha perfettamente ragione Federico: non sono mai state davvero praticate. E questo la dice lunga sul fatto che non si è capito che “il modo di essere” è esso stesso un contenuto dell’essere. E anzi, di questi tempi, quando dobbiamo ricostruire una capacità di dialogo con la società, il nostro modo di essere è esattamente il primo contenuto che cade sotto gli occhi.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Ma poi si tratta anche di rafforzare ulteriormente i dispositivi dello Statuto. Dovremmo saper costruire un partito che abbia come suo elemento costitutivo proprio la critica della politica, ovvero la critica agli elementi di separatezza, di logica meramente gestionale e di orizzonte puramente governista che caratterizzano il normale “fare politica”. Avremmo bisogno, in altre parole, di circoli che assomiglino a vere e proprie “case del popolo”, abitate da soggettività articolate, plurime, che trovino il loro momento unificante nella discussione e nell’iniziativa, e che vivano i ruoli esecutivi come ruoli semplicemente a termine.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. E’ difficile vederlo un partito del genere, immaginarlo…  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Meno di quanto sembrerebbe, Rosa. Cosa vieterebbe, ad esempio, di superare la figura del segretario politico di circolo, di federazione, o anche nazionale, e di designare invece, al suo posto, dei portavoce annuali, magari contemporaneamente un compagno e una compagna, per sottolineare la parità di genere? Per un anno, un anno e mezzo, svolgerebbero la duplice funzione di rappresentanza esterna e di coordinamento del lavoro, e poi questa incombenza passerebbe ad altri. E a loro volta le segreterie, o meglio gli esecutivi locali, provinciali e nazionali potrebbero essere costituiti da compagni e compagne designati dai gruppi di lavoro e dai territori, anch’essi in una logica “da portavoce” e “a tempo determinato”.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Un partito così fatto mi sembra molto il partito del disordine permanente.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. E’ vero. Ma l’idea di contrapporre all’ordine del sistema, un ordine simmetrico, che se ne differenzia solo per i contenuti e non per il modo stesso di essere e di proporsi, è una idea sbagliata. Bisogna essere alternativi in senso proprio, nel modo di essere non meno che nelle cose che si dicono.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. In astratto un partito senza ruoli fissi è certamente una buona cosa, anche seducente. Ma al di là della difficile praticabilità di questo turn over delle funzioni dirigenti, ci potrebbe essere una conseguenza pesantemente negativa, e cioè che la riconoscibilità del partito, le sue figure di riferimento si dislocherebbero inevitabilmente sulle compagne e sui compagni con ruoli istituzionali. Invece di avere un partito dei segretari rischieremmo di avere un partito dei consiglieri, degli assessori, o dei deputati, quando ne avremo di nuovo...  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Se non è che questo, il rimedio ci sarebbe: basta riproporre anche a livello istituzionale una logica di rotazione, di circolarità, per esempio facendo valere il principio contenuto appunto nello Statuto di Rifondazione, estendendolo a tutte le funzioni istituzionali. Lì si stabilisce un massimo di due mandati, equiparando i consigli e le giunte regionali col parlamento e il governo nazionale. Sarebbe opportuno invece far valere il principio delle due funzioni istituzionali in modo ancora più esteso, comprendendole tutte nell’elenco, in maniera paritaria, dal consigliere di municipalità al senatore della repubblica. Per nessuno dovrebbe esserci deroga: avremmo in tal modo un turn over anche per le nostre figure istituzionali.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Questo mi pare ancora più difficile del ricambio dentro il partito. Sul piano istituzionale contano i voti degli elettori e gli elettori guardano anche alle persone. Non è la stessa cosa mettere in lista Caio invece di Sempronio…&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Questa osservazione risponde al vero. Ma noi siamo chiamati a fare battaglia attiva, a far valere il principio della partecipazione diretta, a contrastare la cultura della politica come luogo separato, consegnata a degli specialisti con una semplice scheda elettorale. Per un partito che ha come suo orizzonte il governo della realtà che c’è, e non la sua trasformazione, ha senz'altro senso funzionare alla maniera della politica di oggi, con il leader, o l’aspirante leader, o il sotto-leader, che dallo schermo televisivo parla all'elettore seduto in poltrona o sul divano. Non c’è bisogno di azione da parte delle persone, esse devono solo ascoltare. Molto diverso è il nostro caso. Noi vogliamo trasformare la realtà che abbiamo davanti; siamo, nella nostra ispirazione di fondo, costitutivamente rivoluzionari: per noi non va perciò bene il ridurci ad una appendice della faccia che dal televisore parla al telespettatore. Le persone in carne e ossa noi dobbiamo coinvolgerle attivamente in una comunità, facendo vivere davvero quel “paese nel paese” con cui tante volte, parafrasando Pasolini, riempiamo i nostri discorsi.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Alzo bandiera bianca. Alla tua logica stringente, e al richiamo alla nostra identità rivoluzionaria, non posso obiettare alcunché.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Ma un partito come quello che abbiamo delineato riuscirebbe poi a fare politica?  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Certo. Sarebbe un partito organizzato comunque per fare politica, ma politica in un altro modo. Se per politica intendi la logica delle partite a scacchi, delle “mosse del cavallo” che sparigliano le strategie avversarie, del sacrificio dei pedoni, dell’insidia da tutti i lati alla regina, della sistemazione più opportuna degli alfieri e delle torri per minacciare il re, per cui sullo scacchiere della pura attività di rappresentanza noi strutturiamo collocazioni, lanciamo campagne, prendiamo posizioni., in una logica tutta centrata sulle relazioni che costruiamo o che scompaginiamo rispetto alle altre forze politiche, allora il partito che qui si prospetta -aperto, continuamente attraversato da collettivi di lavoro, ricco di dibattiti e iniziative, luogo di elaborazione e di convivialità ad un tempo, orizzontale e molecolare nel suo modo di funzionare, proiettato nella sua azione sui problemi immediati non meno che sulle trasformazioni epocali-  questo tipo di partito sarebbe senz’altro inadeguato. Ma la logica della politica come gioco di scacchi tra avversari che si studiano, e che, mossa dopo mossa, alimentano un dibattito totalmente separato dalla vita di ogni giorno, può essere tutto fuorché rivoluzionaria. Sta nel perimetro del gioco, sulla scacchiera appunto. Non rovescia il tavolo, non propone altre cose al di fuori della partita che gioca. E’, insomma, una idea della politica totalmente congruente con le logiche di conservazione del sistema. Poi si può certamente essere polemici, dire cose giuste, fare denunce appropriate: ma se la cultura che ci muove è del tipo della “rappresentanza” invece che della costruzione della soggettività antagonista, resteremo pur sempre dentro lo scenario di ciò che c’è, con la nostra piccola “parte in commedia”, quella del bastian contrario, quella che sottolinea le incongruenze del testo, che arriva anche allo sghignazzo e all’invettiva rabbiosa, ma che, per restare alla metafora teatrale, non rompe mai la “quarta parete” e alimenta anch’essa la separazione tra l’al di qua e l’al di là del sipario. La gente concreta, per questa via, anche noi contribuiamo a mantenerla nella condizione di un pubblico che assiste.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Certo che è proprio difficile fare i rivoluzionari. E poi adesso, in queste condizioni, con noi che siamo appena uno sputo nel deserto…  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Già, non è che ci manchino le idee; è che non abbiamo la forza per attuarle.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Sì, può essere anche che non ci riusciremo.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Allora tu pensi che non ce la facciamo? sì, dico, ad uscire dal tunnel in cui siamo capitati?  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Vuoi una risposta sincera?  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Certo che deve essere sincera.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Non lo so. Questa è la mia risposta: So solo che dobbiamo provarci. Anche se poi non ce la faremo.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Allora perché provarci?  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Perché è giusto.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. E perché siamo comunisti.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Che di questi tempi non so più se sia una disgrazia o una fortuna..  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Sicuramente una disgrazia. Ma allo stesso modo che è una disgrazia la condizione di ogni essere umano. Guardare senza veli l'ingiustizia e sapere al tempo stesso che una condizione decente di vita per tutti è davvero possibile, e che l'uomo potrebbe forse essere felice: tutto ciò è straziante, ma è anche quello che ci permette di dare un senso al nostro stesso vivere.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. E poi noi non sapremmo fare altro, perché abbiamo il maledetto vizio di sentirci parte di un tutto.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Proprio così. E allora andiamo ancora avanti, con un’impresa collettiva che non si sa dove ci porterà davvero...&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Ovunque vorrà condurci ne sarà valsa la pena. Qualcuno diceva che non è tanto importante il porto che si raggiunge ma il viaggio che si intraprende, col soffio del vento tra i capelli e lo spruzzo delle onde sulla nave.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7897224296383579037-504417168653319485?l=movimentazionedialoghi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://movimentazionedialoghi.blogspot.com/feeds/504417168653319485/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7897224296383579037&amp;postID=504417168653319485' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7897224296383579037/posts/default/504417168653319485'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7897224296383579037/posts/default/504417168653319485'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://movimentazionedialoghi.blogspot.com/2008/06/dialoghi-sulla-sconfitta-7.html' title='Dialoghi sulla sconfitta / 7'/><author><name>movimentazione</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08759068781258074283</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7897224296383579037.post-6950145597028260882</id><published>2008-06-20T11:47:00.000-07:00</published><updated>2008-06-20T11:58:29.034-07:00</updated><title type='text'>Dialoghi sulla sconfitta / 6</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;DIALOGHI ALL'INDOMANI DI UNA SCONFITTA di Rino Malinconico&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;parte sesta (8 maggio)&lt;br /&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;IL PROGRAMMA DELLA TRASFORMAZIONE   &lt;/span&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;FEDERICO  La domanda con la quale ci siamo lasciati l’ultima volta riguardava il programma di alternativa di società: come andrebbe strutturato e come potrebbe diventare iniziativa concreta.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;ROSA  In altri termini, non come si alimenta la lotta di classe, ma come si spinge in direzione del comunismo.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;CARLO  Non è necessario contrapporre le due cose. Sono proprio le specifiche vertenze, lo scontro sulle questioni politico-culturali e il contrasto sui temi di rilevanza sociale a far vivere la prospettiva dell’alternativa di società. Tuttavia è vero che essa va anche specificamente declinata nelle situazioni di lotta, nelle dinamiche di movimento, negli schieramenti che si determinano sulle diverse questioni; e quindi va costruita anche come discorso compiuto.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Io credo che si debba anzitutto riconoscere l’attualità del comunismo. Voglio dire che non si tratta di discorsi “per i giorni di festa”, ma di una prospettiva che è già matura nelle cose. In altre parole, io non credo che abbia più molto significato la distinzione tradizionale tra “riforme” e “rivoluzione”.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Sono d’accordo. Non è più attuale questa distinzione, come non è più attuale una distinzione rigida tra soggettività specifiche, interessi particolari e interessi generali, e ciò esattamente perché la potenza produttiva degli agenti che vengono messi in moto durante il tempo di produzione ha compiutamente sopravanzato il tempo di lavoro effettivo. Quello che era stato previsto dal Marx dei “Grundrisse” sta ormai sotto i nostri occhi, nel senso che non è più individuabile, non è più dato un valore definito delle specifiche prestazioni lavorative. La combinazione sociale della produzione e del lavoro giunge a tal punto che ogni cosa concorre, e deve necessariamente concorrere, alla produzione stessa: il tempo di lavoro tradizionale, ma anche tutto ciò che in passato era “tempo di vita”, le strutture tradizionalmente produttive (fabbriche, uffici, negozi), ma anche quelle che siamo abituati a pensare come “strutture civili” (scuole, ospedali, spazi ludici), il vivere lavorativo, ma anche il vivere sociale. Proprio perché è intervenuta questa inedita “totalizzazione” del rapporto di capitale, e l’”individuo produttivo sociale” è una realtà dell’oggi e non una mera astrazione teorica, allora davvero non resta più molto spazio per una politica fondata sulla distinzione rigida di soggetti ed interessi. Non c’è più spazio, beninteso, se si resta dentro le coordinate del sistema economico e sociale di tipo capitalistico.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. E’ esattamente quello che intendevo. In tutta la seconda metà del Novecento la sinistra europea di ispirazione socialdemocratica, terzinternazionalista ed eurocomunista, ha puntato a condizionare il quadro generale a partire dalla politica governativa, proponendo misure mitigatrici delle sofferenze sociali, insistendo su leggi di tutela, delineando una strategia di sviluppo produttivo e di contestuale redistribuzione della ricchezza. E’ ancora possibile muoversi sul filo di un tale orizzonte? Con la logica, appunto, dello “scambio” politico-sindacale, facendo pesare i nostri (pochi) voti nelle istituzioni, la nostra (relativa) capacità di mobilitazione della piazza, la stessa forza d’inerzia di un blocco sociale, che di suo è già pochissimo consolidato e compatto? Purtroppo per noi, la realtà è diventata molto più complicata rispetto a venti, trenta anni fa, e ciò anche al di là delle debolezze della nostra parte. Non funziona più la logica dello “scambio”: né noi, né “loro” abbiamo molto da scambiare. Voglio dire che non possiamo più contrattare, né noi né il capitale, sulla base di quantità chiare e definite: “vogliamo tot perché diamo tot”. Il “tot che possiamo dare” e il “tot che potremmo ricevere” sono già inesorabilmente attivati, fin dall’inizio, nel ciclo produttivo generale, e comunque concorrono, proprio come hai detto ora, indipendentemente da qualsiasi scambio, alla potenza produttiva generale.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Proprio così. Del resto, ci sono conferme evidenti di questo “blocco dello scambio”: la concertazione che prende il posto del vecchio scambio sindacale; la politica di destra che viene portata avanti anche dai partiti e dai governi di sinistra. E’ questione di meri tradimenti? Di sfortunati tradimenti progressivi -da Wilson a Blair in Inghilterra, da Berlinguer a D’Alema e Veltroni in Italia, da Brandt a Schroeder in Germania, e via dicendo? O, invece, è questione che nelle nuove condizioni il patto fordista non solo degenera, ma diventa propriamente impossibile?  In altre parole, non si tratta di politiche codarde, ovvero di un semplicistico asservimento della politica all’economia. La politica anzi c’è, c’è e resta forte dappertutto, tanto da arrivare a costruzioni di portata epocale: l’Euro, la nuova NATO, il G8…; così come forte resta, dappertutto, il ruolo dello Stato, che continua, anche più di prima, a governare l’economia e la società, pur senza gestire direttamente come un tempo.   &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Politica e Stato mantengono la loro centralità ad una sola condizione: che assumano per intero il punto di vista generale del capitalismo di questa fase, e diano vita a quello che è stato definito negli anni scorsi, indubbiamente con efficacia propagandistica e forse con limiti analitici, il "pensiero unico", un intreccio vigoroso di cultura liberista e politiche neoautoritarie, magari a rappresentazione partitica variabile, ma in definitiva segnato sempre più da una voglia di “guerra”, come dimostra la stessa vicenda irakena, e da esplicite pulsioni reazionarie, come dimostra, in tutto il mondo, il rinnovato slancio delle destre e financo dei veri e propri fascismi.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Ma proprio questa rinnovata giovinezza dello “spirito borghese” è la spia più evidente che siamo ad una nuova fase storica nei rapporti di forza tra le classi, una fase caratterizzata non solo dall’impossibilità di una trasformazione “dall’alto” del sistema, ma anche dall’inanità delle “proposte redistributive” e della logica di “condizionamento istituzionale”. Una ulteriore riprova è data dal paradosso per cui crescono le sofferenze da un lato, e, dall’altro lato, diminuiscono elettoralmente, o restano inchiodati a piccole percentuali, i comunisti e i partiti critici del “pensiero unico”. Il punto da considerare è che la critica non ha proprio più spazio come “critica interna” al sistema capitalistico, magari sul presupposto di una contrapposizione possibile tra “new deal” e liberismo sul piano interno, e tra diplomazia e guerra sul piano esterno. Il liberismo, più o meno temperato, è il capitalismo del nostro tempo, non una sua degenerazione. Come lo è la tendenza alla guerra. Questo capitalismo si lascia governare sì dalla politica, ma solo sul presupposto intoccabile della flessibilità dei fattori sociali.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Ma in una situazione del genere, quale orizzonte politico resta alle forze antagoniste? Mica dobbiamo abbandonare le questioni che concernono, qui ed ora, il lavoro e lo sfruttamento?&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Non diciamo fesserie, per favore. La trincea del lavoro e della organizzazione produttiva non va sguarnita affatto. Ma essa, nelle forme politiche e sindacali che conosciamo, è una trincea costitutivamente di difesa: difesa dai licenziamenti, dall’abbassamento dei diritti, dalle decurtazioni salariali. La tenuta su questi temi è importante, perché riguarda l’esperienza concreta degli oppressi e degli sfruttati, la loro identità collettiva; tuttavia non porta, non può più portare, di per sé, ad un mutamento qualitativo dei rapporti di forza, ad un nuovo antagonismo. Anzi, l’iniziativa  antagonista, se resta tutta incentrata sul punto della produzione sociale, è destinata ad un doppio scacco: da un lato, rimane prigioniera di una inevitabile “rincorsa a perdere” per quanto riguarda i risultati specifici, proprio per l’impossibilità di far valere strategicamente le “rigidità proletarie” dentro gli attuali processi produttivi; dall’altro, si condanna ad una marginalità sostanziale sul piano politico, e questo perché il rapporto di capitale concentra oggi la sua esistenza e il suo sviluppo non più sulla produzione immediata, e cioè sul lavoro vivo, bensì sui fattori specificamente sociali, vale a dire la potenza degli agenti, la combinazione sociale del lavoro, la mobilitazione produttiva del corpo sociale… Insomma, se non facciamo il salto concettuale dai temi della produzione sociale alle questioni della riproduzione della vita materiale (e spirituale), se non passiamo dalle proposte sui tempi di lavoro alle proposte sui tempi di vita, e se soprattutto non riorganizziamo anche il nostro stesso parlare di “lavoratori”, introducendo politicamente il concetto di “persona”, e rinvenendo, in altri termini, nella nostra “logica emancipativa” le più compiute, ed oggi anche più attuali, ragioni della “liberazione”, e se anzi, non cominciamo a parlare proprio di “liberazione” e non più di “emancipazione”, se non apriamo, in sintesi, noi stessi e la teoria medesima cui ci ispiriamo, ad una  profondissima “rivoluzione culturale”, e se non operiamo risolutamente in questa nuova direzione, non avremo davvero scampo: la marginalità, quella vera, quella di spessore storico, ci resterà attaccata addosso, nel nuovo secolo più che mai.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Sottrarsi al rischio della marginalità… Non mi pare certo facile. Dovremmo recuperare interamente il piano della dialettica tra società e politica, nel senso che a differenza della politica borghese, che conosce appunto le sole ragioni della politica come governo, occorre continuare a presentare testardamente le “ragioni della società”, denunciandone le disarmonie, parlando per i tanti che sono “tagliati fuori” dallo sviluppo, sostenendo soprattutto la causa di quelli che questa società la reggono davvero, col proprio lavoro di sfruttati e con la propria condizione di oppressi…&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Io penso che occorra andare anche oltre questa dinamica. Anzi, il punto è che tale dinamica di denuncia, lotta e proposta dovrà essere ricompresa entro un più ampio quadro di riferimenti, e sciolta a nuovi significati. In altre parole, la contraddizione tra politica e società rinvia oggi ad una più lacerante ed ultimativa contraddizione: tra politica e società da un lato ed umanità dall’altro. La società è ormai tutta compiutamente capitalistica, e dentro il rapporto di capitale viene tutto ricompreso, anche il nostro tempo libero, anche le sacche di “arretratezza”, finanche gli squilibri, mentre tutta la realtà diventa, contemporaneamente e in progressione, sia merce che fattore produttivo. Proprio perché è intervenuta la totalizzazione del rapporto di capitale, con la connessa integrazione di economia, politica e società, il punto di partenza di un discorso di liberazione dovrà oltrepassare necessariamente le colonne d’Ercole dell’orizzonte emancipativo: non potrà che incentrarsi sul “senso umano”, sull’”istinto di sopravvivenza” dell’uomo, quello che appunto resiste alla sua metamorfosi in merce e fattore produttivo.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. In concreto?  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. In concreto: corpo, affetti, cultura, natura. Da qui si dipana, può dipanarsi, una nuova prospettiva di antagonismo e trasformazione. Dobbiamo prospettare cioè una rivoluzione anzitutto antropologica, e solo per questa via anche sociale e politica.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Capisco dove vuoi arrivare: dobbiamo partire dagli esseri umani, non dagli assetti sociali.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Sì, ma non è solo perché la realtà sociale è tutta interna al sistema, al rapporto sociale di capitale. Il partire dagli esseri umani ci permette di mettere assieme con linearità la rivendicazione particolare e la critica al sistema complessivo. Parlare della contraddizione tra corpo e capitale significa, per esempio, riannodare tanta parte delle sofferenze sociali, tutto ciò che concerne la materialità del vivere: il livello dei consumi, l’ampiezza dello spazio, l’integrità della crescita. Il corpo postula nutrimento, mobilità, sviluppo, salute; e dunque un reddito adeguato al consumo, uno spazio accogliente ed amico, un arredo articolato cui riferirsi, un controllo costante dei fattori di salubrità. Non si tratta, forse, di un vero e proprio programma rivendicativo? Dal reddito di cittadinanza (o salario garantito, o salario sociale che dir si voglia) al diritto alla casa per tutti, dalla disponibilità piena dei trasporti all’arredo urbano “a misura d’uomo”, dalla certezza della previdenza all’efficacia dell’assistenza sanitaria.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. E’ vero.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. E analogo è il ragionamento a proposito degli affetti e dello svolgimento spirituale degli uomini. L’affettività significa “tempo per gli affetti”, significa incontro, significa scelta. I punti del programma diventano così anzitutto quelli che puntano a liberare il tempo, riducendo in particolare l’orario di lavoro e i periodi di obbligo sociale; ma si tratta anche di prospettare l’abolizione delle separazioni e delle barriere, sia quelle macroscopiche tra stati e razze, sia quelle minute del mercato, che recinta di prezzi e biglietti anche gli spazi ludici e d’incontro; si tratta soprattutto di tutelare le scelte e gli orientamenti di vita di ciascuno, restituendo a ciascuna persona la propria responsabilità e la propria diversità. E lo stesso vale pure per la cultura. Da un lato, la disponibilità piena delle conoscenze sociali e la diffusività, la compiutezza e la pluralità dell’informazione; dall’altro, la libertà della ricerca e del sapere; dall’altro ancora, la tutela puntuale del diritto per tutti all’apprendimento. Su questi nodi si possono (e si devono) costruire schieramenti, lotte, proposte, proprio nel senso generale del nostro discorso: i contenuti dell’umanità contro i contenuti del capitale&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. E’ una logica convincente. E sicuramente va bene anche sull’ambiente, perché, oggi come non mai, le relazioni basate sul profitto producono degrado, inquinamento, distruzione degli habitat e dei sistemi ecologici…  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Ma soprattutto impediscono una nuova necessaria osmosi tra uomo e natura, come rafforzamento reciproco della naturalità dell’uomo e dell’umanizzazione della natura. Che le leggi di natura non siano il punto più alto dell’orizzonte è, io credo, un dato pacifico del pensiero moderno, non solo per i marxisti: la natura ragiona in termini di specie e sacrifica gli individui; gli uomini, al contrario, sono propriamente, oggi, dopo tanti secoli e millenni, degli individui.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Sono individui sì, ma con un ritmo naturale.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Certo. E proprio qui sta il punto: che tale ritmo, col consumo capitalistico dei nostri tempi e dei nostri bisogni, è oggi disperso. Rivendicarlo come orizzonte, significa molte cose: la critica delle produzioni nocive, superflue ed antinaturali sicuramente, ma anche la tutela degli spazi e delle specie, così come la naturalità degli alimenti e degli strumenti.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Vedo che siamo tutti d’accordo. Ma va capito appieno il nodo teorico di fondo, e cioè  che partire dal corpo, dagli affetti, dalla cultura e dalla natura significa prospettare un orizzonte di trasformazione incentrato esattamente su una moderna idea di “cittadinanza umana”, superando tutte le logiche “sviluppiste” e articolando in chiari e definiti contenuti l’indicazione storica della nostra parte politica: il comunismo come libera espressione di tutti e di ciascuno, ovvero “da ciascuno secondo le sue possibilità e a ciascuno secondo i suoi bisogni”. Non dobbiamo avere timore a pronunciare parole come “cittadinanza” e “diritti”, “umanità” e “persona”. D’altronde abbiamo sempre saputo che a coronamento della trasformazione sociale, ci sarebbe dovuta essere una “nuova umanità”, uno sbocco antropologico. La novità è che quest’orizzonte oggi, nell’epoca della “totalizzazione del rapporto di capitale”, non viene più “dopo”; bensì accompagna fin dall’inizio l’antagonismo e la spinta rivoluzionaria. L’accompagna costitutivamente, nel senso che ne ri/definisce le parole d’ordine e gli obiettivi.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. A ben vedere, si tratta di far uscire le nostre proposte non dal nostro cervello, e neppure dal passato, dagli anni ’30 in America o dagli anni ’60 in Germania o in Italia; le dobbiamo ricercare, invece, proprio nel punto delle novità intervenute nella produzione sociale, svolgendole alla maniera di questa che tu chiami “nuova cittadinanza umana”.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Esatto. Ci dicono che ciascuno di noi dovrà cambiare lavoro quattro o cinque volte nella vita? Bene. Noi dovremmo rispondere che ciascuna persona dovrà disporre anche di quattro o cinque anni sabbatici, nei quali prepararsi -professionalmente, psicologicamente e praticamente- al cambiamento. Ci dicono che occorre flessibilità e responsabilità nel lavoro? Bene. Dovremmo rispondere che la flessibilità implica più formazione, scolarizzazione più lunga, più ampi tempi di riposo per il recupero psicologico e fisico, e che la responsabilità ha senso solo in un quadro di autogestione e autocontrollo della prestazione lavorativa. Ci dicono che l’economia è globale, che non ci devono essere più barriere per le merci e il capitale? Rispondiamo che lo stesso vale per il lavoro, che non deve conoscere più particolarità e deve essere “uguale” dappertutto come valore e come diritti, così come dappertutto le frontiere devono essere aperte ai lavoratori e alle persone.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Insomma, al di là dei singoli specifici obiettivi, va tenuta ferma la direzione di marcia complessiva, che è la critica del sistema.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Sì, e la critica deve essere chiarissima riguardo al contenuto di fondo: capovolgere il principio di “sussidiarietà”. Dentro l’attuale rapporto di capitale ciò che qui abbiamo chiamato “nuova cittadinanza umana” è un mero residuo, è quello che resterebbe, semmai restasse!, dopo la flessibilità, il mercato, il profitto. Per la nostra parte, il ragionamento è, deve essere, esattamente opposto: siano flessibilità, mercato e profitto i residui, quello che resterebbe, semmai restasse!, dopo i diritti di cittadinanza…  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Non so, Carlo. L’orizzonte che tu tratteggi mi affascina, ma ho paura che sia un tantino astratto.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Anche a me fa lo stesso effetto. L’iniziativa politica è certo definire per noi una progressione di marcia, ma è anche una capacità di dare risposte a situazioni reali, che riguardano la condizione delle persone concrete.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. E perché mai sarebbe astratta la prospettiva di una “nuova cittadinanza umana”? Mica impedisce di costruire lotte, di promuovere campagne politiche, di formulare proposte che rispondano a situazioni concrete. Anzi, tutte queste cose le valorizza ulteriormente, poiché le connette ad una prospettiva complessiva…&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Probabilmente è così, ma vorrei visualizzarlo meglio, rendermi conto della praticabilità di una impostazione del genere.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Sì, sarebbe utile una esemplificazione. Per esempio, che connessione potrebbe esserci tra i diritti di cittadinanza umana e i problemi che attraversano il nostro Mezzogiorno, con la questione meridionale che continua…&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. O la questione settentrionale. Oggi c’è anche una “questione settentrionale”…&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Va bene, se serve a tranquillizzarvi… Però scelgo il tema del Sud ed eviterei di parlare di questione settentrionale. Nel Nord dell’Italia esistono molteplici ragioni di malessere e anche di vera e propria sofferenza, ma esse attengono a problemi di carattere generale, che riguardano il nostro paese nel suo complesso e hanno molto a che vedere con le dinamiche più negative della globalizzazione. Mi riferisco, in particolare, alla condizione del lavoro, reso oggi precario e insicuro anche nei luoghi storici di un sistema industriale che è stato attraversato, nel corso degli ultimi decenni, da processi giganteschi di esternalizzazione, riconversione e delocalizzazione. Il lavoro degli operai, dei tecnici e degli impiegati è meno garantito di quindici o vent'anni fa: non si sa fino a quando si andrà avanti, peggiorano le condizioni di tutela della salute e i livelli di sicurezza, non si riesce ad arrivare alla fine del mese. Sono le questioni del lavoro e del salario quelle che attraversano drammaticamente il Nord. Ma lo ripeto: non in quanto Nord, ma in quanto territorio principale dell’economia italiana.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Questo è giusto. D’altronde le stesse chiusure municipalistiche, che diventano al Nord così intense e rancorose, si spiegano anche come tentativo di difesa dai processi di omologazione indotti dall’attuale economia globalizzata. Le specificità dei territori, le vocazioni produttive tradizionali, il patrimonio di tradizioni e cultura delle diverse comunità, le stesse linee del paesaggio: tutto viene fagocitato in un indistinto mercato generale che rende tutto uniforme e tutto piega entro l’ambito angusto del valore delle merci. Di qui lo spaesamento culturale, le memorie che sembrano vacillare. Di qui anche i cortocircuiti politici, con le pulsioni identitarie, declinate dalla Lega in chiave razzista, e le spinte reazionarie che accolgono il mercato e chiudono alle persone, declinate dall’insieme della destra con particolare virulenza anche in questa ultima campagna elettorale.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. In verità, le stesse problematiche che ci consegna il Nord vivono anche al Sud. Con l’aggravante che qui esse si intrecciano con una specifica e corposa “questione meridionale”, una questione che narra ancora di vecchie arretratezze e di insufficienze storiche nello sviluppo economico e sociale, ma che si presenta soprattutto in forme nuove, con caratteristiche pienamente interne all’attuale ciclo del capitalismo. Il punto decisivo risiede nel modo stesso di funzionamento dell'economia di oggi, che tende ad essere compiutamente duale anche nei paesi avanzati, con la creazione di aree forti (segnate comunque da una rigida compressione del lavoro), e il parallelo determinarsi di aree deboli, destinate al declino o addirittura al degrado e alla marcescenza sociale. L’affanno attuale del Sud si spiega anzitutto con il modello sociale costruito dalla globalizzazione capitalistica. Viene incessantemente riprodotta, a scala planetaria, una società atomizzata, con poca capacità di interazione sul piano delle culture e delle dinamiche collettive, unificata esclusivamente dalle regole del mercato. Ciò si traduce nel nostro Sud in un moltiplicarsi abnorme della disgregazione economica e sociale, proprio perché la spinta generale alla frammentazione trova un terreno già fertile, preparato da una storia antica di squilibri e disarmonie. Il Sud che frana, che si piega sotto il peso della criminalità organizzata, dei disastri ambientali e della precarietà assoluta dell'esistenza, è un'immagine chiarissima della moderna barbarie dei nostri tempi.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Sì, ma come si risponde a tutto questo?  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Io dico che si risponde ponendosi per prima cosa una domanda: la crisi del Sud è una crisi anzitutto economica o è una crisi anzitutto sociale?&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Che domanda è? E’ certamente tutte e due le cose.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Vero. Ma è decisivo stabilire quale sia la nota dominante. Io penso che siamo in presenza di una questione sociale prima ancora che economica. E dico questo non a partire dal nostro lessico, che tutto riconduce alle relazioni sociali, ma proprio a partire dal funzionamento della moderna economia capitalistica. Ancora alcuni decenni or sono, l’economia si ritagliava un ruolo di assoluta protagonista, offrendosi come l’elemento dinamico delle vicende umane, come l’artefice quasi unico della trasformazione del mondo. La società si strutturava attorno ad essa e da essa veniva propriamente plasmata a propria immagine, nel senso che l’economia capitalistica omologava a sé tutti i rapporti sociali che incontrava, determinandoli come elementi di una sempre più compiuta società capitalistica. Così il capitalismo è progressivamente diventato, anche nel nostro paese, una realtà sociale generale, fino a giungere alla sua più completa estensione all’insieme dei rapporti sociali, al punto che ora lo stesso processo di valorizzazione del capitale fuoriesce dal semplice tempo di lavoro contabilizzato dal capitalista come immediato capitale variabile del proprio investimento e si dimensiona concretamente sul più ampio movimento dell’individuo produttivo sociale (il General Intellect suggerito dal Marx dei “Grundrisse”). Proprio questa nuova dimensione cooperativa della valorizzazione, ciò che abbiamo indicato più volte con la parola “totalizzazione”, determina una irreversibile novità storica: adesso è esattamente la società nel suo complesso a condizionare l’economia, a descriverne i limiti e le possibilità, a dare ad essa prospettiva o declino. In un tale quadro, appare assolutamente riduttiva la tesi che rinvia la situazione di crisi in cui versa il Sud alla sola storia concreta degli interventi pubblici ed alle scelte di indirizzo e sostegno economico succedutesi nel corso degli anni. Così come è semplicistico sostenere che le politiche economiche meridionaliste non abbiano prodotto effetti positivi soltanto perché sarebbero state, sempre e comunque, o intrinsecamente sbagliate o quantitativamente insufficienti; e che, al contrario, se fossero state pienamente congruenti con i precetti dell’economia politica più rigorosa, e per giunta ampiamente soddisfacenti sul piano della quantità delle risorse, non avremmo neppure più una questione meridionale.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Guarda però che veramente il sostegno economico al Sud è stato insufficiente, o meglio ha oscillato, nel corso dei decenni, tra momenti intensi di trasferimento di risorse e momenti di sostanziale rallentamento del flusso degli investimenti; e però nel complesso è stato, sul piano quantitativo, al di sotto delle possibilità e delle necessità. Inoltre talune scelte fatte in passato, per esempio l'industrializzazione per poli, oppure la velleitaria integrazione di strutture portuali, industrie chimiche e terminali energetici, o anche il finanziamento polverizzato all'agricoltura, sono state sbagliate proprio sul piano dell’efficacia economica, tanto è vero che si sono arenate nel breve volgere di qualche lustro.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. E non va neppure dimenticato come l'intera politica meridionalistica sia stata enormemente segnata da sprechi, ruberie, mancanza di programmazione...&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Ma tutto questo ancora non spiega a sufficienza il disastro del Sud. E’ necessario piuttosto individuare nelle caratteristiche proprie del tessuto sociale meridionale il principale grumo che blocca i passaggi in avanti. In altre parole: quanto ha pesato e pesa, nell’affanno del Sud, il fatto che proprio nel Mezzogiorno, e in Campania in modo particolare, la pratica e la cultura della plebe cittadina, fondata su una logica di nettissima scissione tra le dinamiche dell’esistenza e la realtà del lavoro, abbia storicamente schiacciato la pratica e la cultura dell'elemento contadino, il quale invece, nel Sud come ovunque, intrecciava strettamente e continuamente, nella sua stessa quotidianità, la fatica e la vita?&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Ma dove vuoi arrivare con questo ragionamento? Alle carenze antropologiche del Sud?&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. No. Voglio arrivare alla storia che continua  a pesare. E voglio arrivare soprattutto al fatto che nessuna ricetta esclusivamente economica può davvero affrontare una questione meridionale diventata oggi così complessa, e una realtà sociale così lacerata e lacerante, così piena di contraddizioni. Siamo nell’epoca in cui un reale ed armonico avanzamento economico riesce solo se si colloca entro l’alveo di una società attraversata da relazioni positive al suo interno, che costruisce e conserva elementi di civiltà finanche sul piano dei più minuti legami interpersonali. Il punto decisivo è che qualunque analisi della realtà sociale e, a maggior ragione, qualunque proposito di trasformazione dei rapporti di produzione, deve guardare con grande attenzione non soltanto ai dati nudi e crudi dell’economia, ma anche alla qualità intrinseca del tessuto sociale, al segno che contraddistingue le relazioni interpersonali, al comune senso civico, al grado di autonomia intellettuale degli strati popolari, ai codici comportamentali, al formarsi dei processi di identità e di appartenenza. Occorre far pienamente interagire società ed economia, tanto sul piano dell'indagine quanto sul piano della proposta, proprio perché già esse interagiscono nella concreta realtà del nostro tempo.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. In altre parole, non basta rivendicare più risorse e più impegno ridistributivo per il Sud; e neppure è sufficiente elencare alcune ragionevoli priorità economiche degli investimenti. Quello che tu suggerisci è di ragionare anche, e soprattutto, sulle trasformazioni di fondo della società.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Proprio così. Quel che veramente serve è di intervenire contemporaneamente su tutti i punti del vivere sociale: sugli spazi della produzione e del lavoro non meno che su quelli del vivere e delle relazioni interpersonali; e soprattutto di intervenire avendo in testa, ancor prima che un modello di economia, proprio un modello di società. E’ questo il nodo di fondo: la sfida del Sud si pone oggi esattamente sulla linea di confine dell’alternativa di sistema. Per essere ancora più espliciti, possono davvero valere nel Sud di oggi, anche più che in altre parti del nostro paese, la logica conflittuale dei diritti e la prospettiva della piena cittadinanza umana per tutte e per tutti. Il ragionamento va fatto, fin da subito, oltre che dal versante dell’economia, anche da quello della cultura e della politica; e, per giunta, come politica di alternativa.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Allora è proprio in questo Sud disarmonico, che avrebbe più senso proporre le acquisizioni sulle quali il movimento dei movimenti ha insistito negli ultimi anni: i processi di de-crescita, la critica del consumismo, la difesa dei beni comuni, l’apertura comunicativa… Proprio in questo Sud, che vede le concentrazioni urbane caotiche e invivibili, e al tempo stesso la dorsale appenninica in fase di progressivo spopolamento, andrebbero dunque sperimentati il ciclo breve di produzione e consumo, l'energia pulita e il recupero ambientale come riqualificazione non solo degli habitat ma dell'intero vivere sociale...  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Sì, Rosa. Ed ovviamente una tale prospettiva andrebbe tradotta in obiettivi ragionevoli, che creino uno schieramento ampio, a partire dalla rivendicazione di una nuova stagione di programmazione economica, con un nuovo intervento pubblico in economia, caratterizzato da precisi vincoli sociali. Io, per esempio, giudicherei positivamente una ripresa della politica industriale nel nostro Mezzogiorno, guidata dallo Stato, e riterrei riduttiva una prospettiva che assegni alle regioni meridionali un ruolo di pura piattaforma logistica. Ma aggiungo subito che, poste così, nessuna delle due opzioni sarebbe risolutiva. Occorre una qualificazione sociale degli investimenti, una loro aperta finalizzazione in direzione del modello di società. Diventa stringente, insomma, il tema del “cosa” produrre, del “come” produrre, del “quanto” produrre.  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Di più ancora, Carlo: la questione riguarda immediatamente la qualità del vivere sociale. E ciò chiama in causa certamente il protagonismo diffuso delle persone e delle comunità che chiedono a gran voce le bonifiche ambientali, o gli interventi di riassetto urbano, o la incentivazione delle produzioni tradizionali ed eco-compatibili…  &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Non solo, cari miei. Chiama in causa anche un intervento attivo per il sostegno al reddito dei disoccupati, e allo stesso tempo una diffusione davvero ampia della formazione e dell’istruzione. Sollecita pure il rilancio, e nel Sud sarebbe una novità, della realtà cooperativa. E chiama in causa anche una relazione positiva con i paesi del Mediterraneo, in particolare con i paesi della sponda sud. Il nostro Mezzogiorno è un crocevia naturale. E può dunque diventare un crocevia organizzato di relazioni, di cooperazioni e di scambi, in un clima di reale apertura e reciprocità. Il Sud dell’Italia è, concretamente, l'Europa nel Mediterraneo; contemporaneamente esso è il Mediterraneo che dialoga con l’Europa. E’ con questa visione che dovremmo saper utilizzare le stesse occasioni offerte dalla Comunità europea...&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Fermiamoci qui. Non è necessario andare oltre. Mi pare che con l’esemplificazione del Sud la questione della concretezza del conflitto sui diritti di cittadinanza umana si risolva in modo positivo…&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Già. Anche stavolta dobbiamo darti ragione.&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Eppure, mica tutto fila liscio. Promuovere il conflitto sulla cittadinanza umana e riproporre l’alternativa di società, e il comunismo come liberazione del corpo, degli affetti, della cultura e della natura, per stare al tuo suggestivo elenco, implica una soggettività politica, concretamente un partito con caratteristiche tutte nuove. Ma c’è questo partito?&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. La domanda è pertinente. Ma non vi sembra, vista l’ora, che potremmo anche parlarne la prossima volta? &lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7897224296383579037-6950145597028260882?l=movimentazionedialoghi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://movimentazionedialoghi.blogspot.com/feeds/6950145597028260882/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7897224296383579037&amp;postID=6950145597028260882' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7897224296383579037/posts/default/6950145597028260882'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7897224296383579037/posts/default/6950145597028260882'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://movimentazionedialoghi.blogspot.com/2008/06/dialoghi-sulla-sconfitta-6.html' title='Dialoghi sulla sconfitta / 6'/><author><name>movimentazione</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08759068781258074283</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7897224296383579037.post-7749443030915671816</id><published>2008-05-18T03:24:00.000-07:00</published><updated>2008-06-20T11:58:04.527-07:00</updated><title type='text'>Dialoghi sulla sconfitta / 5</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;DIALOGHI ALL'INDOMANI DI UNA SCONFITTA di Rino Malinconico&lt;/span&gt;&lt;p&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;b&gt;parte quinta: UN MINIMO DI PROSPETTIVA&lt;/b&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;div id="Sezione1" dir="ltr"&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;CARLO &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Eravamo  rimasti, se non sbaglio, all’interrogativo di come si possono  contrastare le destre.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;FEDERICO &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Sì,  eravamo proprio a questa domanda cruciale. E non mi pare che  possiamo dare risposte molto originali.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;ROSA  &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Intanto,  io ritengo che bisogna ripartire esattamente dai territori. Dobbiamo  assumere come prioritaria proprio la difesa della loro integrità  sul piano ambientale e la spinta ad uno sviluppo reale dei loro  livelli di civiltà. Dobbiamo proporre un assetto territoriale che  si caratterizzi per la diffusione dei servizi alle persone, per  l’attenzione estetica e funzionale allo sviluppo urbano, per  sistemi efficienti di mobilità pubblica… &lt;/span&gt;  &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Questo  è certamente un punto dell’azione di contrasto alle destre. Ma  nel rivendicare un assetto territoriale più armonico, va prestata  molta attenzione al “principio di apertura”. Occorre esigere  assetti territoriali aperti, capaci di accoglienza, di scambio, di  integrazione e interazione. Sui territori è necessario avviare,  oggi più che mai, una battaglia culturale di fondo, per esempio  contro l'idea dei “nidi puliti”, cioè contro l’idea che un  territorio per essere salvaguardato debba essere anche omogeneo  quanto a tradizioni, credi religiosi, modelli comportamentali,  bagaglio linguistico, riferimenti culturali e morali. Il  comunitarismo dei “nidi puliti” è l’anticamera del razzismo  esplicito, quello che guarda ai lineamenti fisici e al colore della  pelle. Occorre stare certamente dentro le dinamiche di  valorizzazione dei territori, muovendosi in sintonia col desiderio  di vivibilità delle popolazioni;  ma ci si deve stare anche con un  grande impegno di contrasto nei confronti delle logiche dei “nidi  puliti”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;F.&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt; E  però, al di là della giusta osservazione di Carlo sui pericoli di  razzismo, non vi pare che ci possa essere, proprio nel richiamo ai  territori, il rischio di una logica troppo “da campanile”, di  località contro località, senza alcun piano di programmazione  territoriale?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;R.&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt; Un  rischio del genere sicuramente c’è, lo vedo anch’io. Per  evitarlo, dobbiamo coniugare strettamente la programmazione  territoriale con la partecipazione democratica delle popolazioni. Le  scelte tecnocratiche calate dall’alto sono sbagliate; anche le  logiche alla “nimby” sono ovviamente sbagliate. Noi dobbiamo  saper restare dentro il punto di vista dei territori, ma facendo  valere le prospettive generali. Per esempio, sulla emergenza rifiuti  che oggi vive la Campania, con le popolazioni che si mobilitano  contro discariche e inceneritori in nome di una giusta esigenza di  salvaguardia ambientale, il principale tema generale è quello della  riduzione a monte della produzione dei rifiuti; e questo comporta un  insieme di proposte pratiche sulle modalità stesse del consumo,  sulle modalità della distribuzione e sulla modalità di sviluppo  degli assetti territoriali...&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Rosa  ha perfettamente ragione.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;  &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Dobbiamo funzionare,  da una parte, come “intelligenza generale”; dall’altro  dobbiamo essere interni alle soggettività che si mettono in moto.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Non  è mica facile: quando le soggettività territoriali se ne vengono  fuori, per esempio, con la parola d’ordine della sicurezza e  scatenano magari la caccia agli immigrati, noi poi come la mettiamo?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;La  mettiamo nel senso che sulla sicurezza dobbiamo fare noi una  offensiva, proporre un discorso di attacco. Dobbiamo saper sfidare  il governo delle destre proprio sui punti che per esso sono più  ostici, e mi riferisco anzitutto alla lotta contro la criminalità  organizzata e il narcotraffico, che sono gli elementi che davvero  guastano in radice il vivere civile. Dobbiamo proporre su questi  aspetti una lotta senza quartiere, affrontando la questione  dell’economia illegale da tutti i lati: chiedendo a gran voce, ad  esempio, un nuova normativa, più trasparente, sui depositi bancari  e sulle società di capitali; o anche una regolamentazione più  rigida degli appalti pubblici; o anche provvedimenti più chiari di  salvaguardia ambientale, ivi compresa una moratoria delle  costruzioni nelle zone ad alta densità di degrado. &lt;/span&gt;  &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Insomma,  quando loro dicono “sicurezza”, noi dovremmo dire: “sta bene;  ma che facciamo sul punto dell’economia illegale e di quella che è  a metà strada tra economia legale e illegale?” &lt;/span&gt;  &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Esattamente,  ma dobbiamo dirlo senza sottrarci neppure per un attimo a tutto il  resto, ovvero alla questione della sicurezza dei cittadini negli  spazi urbani. Ma anche qui, come va affrontato questo tema? Servono,  ovviamente, l’azione della polizia e il controllo delle strade e  dei quartieri da parte delle forze dell’ordine; servono anche la  celerità dei processi e la certezza della pena, da comminare  comunque sulla base del principio di rieducazione previsto dal  nostro ordinamento; ma dovremmo chiarire bene che il modo più  efficace per produrre sicurezza è anzitutto la moltiplicazione dei  “presidi di civiltà”. Quando ha pesato, ad esempio,  disabilitare le stazioni ferroviarie, che pure per decenni, in molti  paesoni degli interland urbani, ma anche in tanti paesini degli  entroterra collinare e montano, hanno costituito una presenza che  dava compagnia e sicurezza, specie nelle ore notturne? Io, per  esempio, proporrei una specifica rivendicazione, che attraversi  tutta la penisola, di riabilitazione delle piccole stazioni  ferroviarie: non solo per potenziare il traffico ferroviario e la  rete dei trasporti pubblici, ma proprio per contrassegnare i  territori con ulteriori elementi del vivere civile.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Ma  le ferrovie oggi sono private...&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;F. A&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;giscono  pur sempre in base ad una concessione pubblica. Si può intervenire  tecnicamente sui termini della concessione.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;In  ogni caso la sicurezza mica la risolvi coi capostazione.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;La  risolvi anche coi capostazione, Rosa; così come la risolvi anche  tenendo aperte le scuole al pomeriggio, incoraggiando l’attività  teatrale di quartiere, moltiplicando le biblioteche pubbliche e i  musei, allungando i loro orari di apertura, istituendo gli  ambulatori pubblici di zona e accorpando in essi le guardie mediche  notturne, curando gli spazi verdi attrezzati… Si tratta, insomma,  di sviluppare un insieme di interventi che punteggino le strade e le  piazze di autentici “presidi di civiltà”. E accanto ad essi  servono altri provvedimenti: per esempio, il potenziamento degli  uffici giudiziari, in modo da permettere loro un più celere lavoro.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Su  questo occorre, a mio parere, anche altro, nel senso che si dovrebbe  mettere mano ad un riordino complessivo delle leggi, dei codici di  procedura e dei regolamenti. Lo dicevano chiaramente gli illuministi  del Settecento: troppe leggi non implicano maggiore legalità, ma,  al contrario, comportano una perenne crescita di disfunzioni e  illegalità grandi e piccole.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Così  puoi trovare d’accordo anche il governo, che anzi vuole proprio  tagliare le leggi che gli fanno ombra e che fanno ombra agli affari.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Io  parlo di riordino delle leggi, non di favorire gli affari.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Sì,  ma in ogni caso le questioni decisive che ci dividono dalle destre  non sono mica la legalità o la giustizia, bensì la &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;i&gt;vexata  quaestio&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt; dei salari  e del loro potere d’acquisto. La linea delle destre, ma anche  quella delle forze governiste di opposizione, e finanche della  maggioranza dei sindacati, è anzitutto di comprimere gli elementi  di universalità contrattuale e di legare, quanto più possibile,  salario e produttività. La tendenza è di costruire una situazione  a macchia di leopardo anche con la creazione di gabbie salariali,  regione per regione. Noi, al contrario, dobbiamo far valere il punto  della universalità dei contratti, facendo capire che è l’unico  argine possibile anche rispetto alla falcidia del potere d’acquisto  dei lavoratori.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Io  penso che su questo dovremmo osare di più. Dovremmo, cioè,  riproporre la questione degli automatismi: una nuova scala mobile  che recuperi sull’aumento dei prezzi. Penso che questa sia una  delle campagne decisive che dovremmo avviare, in particolare coi  venti di recessione che già si annunciano.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Non  ti sfuggirà che su una opzione del genere avremmo contro anche i  sindacati, anche la CGIL.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;E’  probabile. Ma io penso che dovremmo andare avanti lo stesso, anche  con una raccolta di firme per una legge di iniziativa popolare: se  in parlamento arriviamo con un milione di firme, diventa difficile  per tutti spiegare un eventuale no alla scala mobile…&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Ma  anche il tema tradizionale nostro della lotta alla precarietà  dovrebbe costituire un elemento di netta contrapposizione alle  destre.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Sì,  ma pure dovremmo sostanziarlo di rivendicazioni chiare e concrete.  Per esempio, ponendo particolare attenzione ai periodi di non  lavoro.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Che  significa? che dovremmo accettare il principio del lavoro ad  intermittenza?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Noi  non accettiamo alcun principio del genere, ma il lavoro ad  intermittenza è un dato di fatto. Va ormai oltre la normativa  esistente, è organicamente dentro il capitalismo della  totalizzazione, come forma della flessibilità assoluta del lavoro.  Contrastarlo significa proporre un altro principio, un’altra  modalità complessiva di produrre e lavorare. Ma questo oggi, per i  rapporti di forza generali, non si traduce in atti concreti. Sarebbe  lo stesso che criticare in sé i meccanismi di sfruttamento.  Ovviamente dobbiamo farlo, ma dobbiamo pur saper distinguere tra una  giusta affermazione di principio, che attiene alla delineazione di  un altro mondo possibile, e la concreta rivendicazione sulla quale  si possono mobilitare energie e conseguire davvero risultati. Io  credo che dovremmo provare a concentrare la pressione sui tempi di  non lavoro, anzitutto nel senso di far valere da subito un aumento  consistente dell’indennità di disoccupazione, portandola, per  tutti i precari, al livello dell’indennità di disoccupazione  speciale, e ciò indipendentemente dal numero di mesi lavorati in  precedenza. Andrebbe, inoltre, rivendicata per tutti l’identica  cosa che esiste già per gli edili, con la cosiddetta “cassa  edile”, e cioè uno strumento finanziato essenzialmente dai datori  di lavoro, che possa corrispondere anche al lavoratore precario il  pagamento del mese di ferie e la tredicesima mensilità. &lt;/span&gt;  &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;In  sostanza, stando a quello che dici, si tratterebbe di articolare un  ragionamento che spinga per un vero e proprio “salario di  congiunzione” tra i diversi periodi lavorativi della condizione  precaria, di modo da trovare linee di unificazione tra categorie che  pure restano diverse, mettendo assieme lavoratori a progetto,  lavoratori interinali, lavoratori a collaborazione continuativa,  lavoratori a tempo determinato. Insomma, un reddito di cittadinanza,  un salario sociale per i tempi di non lavoro.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Ma  quello dovremmo rivendicarlo anche per i disoccupati, per chi non ha  mai lavorato...&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Certo,  da un determinato momento dello stato di disoccupazione, dovrebbe  valere anche per chi non ha mai lavorato, per chiunque sia  disoccupato, magari in parallelo con corsi di formazione regionali.  Il salario di ricongiunzione per i lavoratori precari e disoccupati,  così come una nuova scala mobile potrebbero essere i due elementi  di base per una ripresa di iniziativa del lavoro dipendente. Dire  questo, ovviamente, non esclude tutto il resto, vale a dire le  vertenze per aumenti salariali o le vertenze per rivendicare la  stabilizzazione dei precari in determinati settori, in determinati  comparti, o anche a livello generale.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;E  sulle tasse? Non dovremmo dir nulla sulle tasse?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;E’  certamente un tema poco agevole per noi, ma qualcosa la potremmo  comunque dire, puntando nella direzione di un nuovo calmiere dei  prezzi sui generi di prima necessità. E’ l’uso che si fa delle  tasse, e non tanto la loro entità, che dovremmo focalizzare.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Stai  proponendo la diminuzione dell’IVA sui generi di largo consumo?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Certo,  sarebbe meglio intervenire in una tale direzione piuttosto che sul  reddito delle persone fisiche. Va anche detto che contrapponendo la  riduzione dell’IVA alla riduzione dell’IRPEF si determina una  ulteriore linea di contrasto chiara con le destre.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Fermiamoci  un attimo, per carità, e vediamo di ricapitolare, di non perderci  in tutta questa sequela di proposte e obiettivi. Mi pare che  conveniamo sul fatto che una linea efficace di contrasto al governo  delle destre passa sia per una iniziativa sui territori che nei  luoghi di lavoro. Sui territori, nella forma delle vertenze per la  difesa ambientale e per lo sviluppo dei servizi alle persone; nei  luoghi di lavoro, nella forma di un doppio intervento sul salario:  salario di congiunzione per precari e disoccupati e meccanismo di  indicizzazione per tutti.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Sì.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Poi,  ancora, tu Carlo proponi una iniziativa sulla sicurezza che  rivendichi coerenza e rigore nella lotta alle mafie e al  narcotraffico e che incentivi, soprattutto, i presidi di civiltà  nelle strade e nelle piazze. &lt;/span&gt;  &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Esatto  anche questo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Infine,  prospetti una iniziativa per calmierare i prezzi anche attraverso  una riduzione delle imposte indirette sui beni di prima necessità.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Come  programma per una opposizione immediata non c’è male.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Ma  mica è tutto qui. Manca ancora la parte più essenziale, e cioè il  contrasto puntuale alle iniziative della destra. E si tratta di  almeno tre campi specifici di questioni. In primo luogo c’è il  problema della compressione dei diritti delle persone, a partire dal  tentativo di cancellare praticamente, se non normativamente, la  legge 194 sull’interruzione di gravidanza. In molti, anche per le  pressioni delle gerarchie ecclesiastiche, vogliono rimetterla in  discussione. La difesa dell’autodeterminazione delle donne e della  maternità libera e consapevole è un punto fondativo non solo  dell’opposizione alle destre ma anche dell’idea di società che  dovremmo proporre. Accanto ad essa vanno ripresi i temi della parità  di condizione, i famosi DICO, e la denuncia delle discriminazioni  nei confronti degli omosessuali. Si tratta non solo di essere  interni ad un moto generale di resistenza che spontaneamente si  determinerà su tali questioni, ma anche di promuoverlo, di essere  parte attiva in questa tenuta di civiltà.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Va  bene. Non credo che sia necessario aggiungere altro su questo  aspetto. E per quanto riguarda la seconda questione, penso che tu ti  riferisca agli immigrati.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Certo.  Questo governo, proprio per le sue caratteristiche interne, non  potrà che spingere in una direzione xenofoba, anche con  provvedimenti autoritari nei confronti dei nomadi oltre che dei  clandestini. Sostenere in tutti i modi i poveri del mondo,  chiedendo, assieme a loro, condizioni di vita più eque, è più di  un compito politico: è un dovere morale, una inevitabile e  necessaria pratica quotidiana. E poi c’è un terzo ambito di  problemi. Le destre garantiscono pienamente, per la loro stessa  natura, il comando d’impresa. Nel privato, ma anche nel settore  pubblico, i manager e le gerarchie tecniche e gestionali si  sentiranno incoraggiate a chiedere di più, ad imporre ritmi e  mansionari più faticosi.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Ma  c’è il sindacato su questo. O meglio, c’è il problema di dar  vita a un sindacato degno di questo nome…&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Beh,  la questione sindacale è essa stessa un pezzo del quadro. Da un  lato i sindacati, legando produttività e lavoro, si muovono essi  stessi in una logica di trasferimento di potere dal centro alla  periferia; dall’altro la pressione padronale e manageriale, che si  determina concretamente situazione per situazione, potrà trovare un  argine solo nel livello di organizzazione più immediato del mondo  del lavoro. Io penso che le RSU di azienda (che però dovrebbero  anche trovare la possibilità di agire come RSU di sito produttivo,  dal momento che negli stessi luoghi, anche nei medesimi capannoni  industriali, convivono una pluralità di aziende, una pluralità di  soggetti proprietari e anche una pluralità di gerarchie) diverranno  un crocevia obbligato della resistenza alle destre.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Quindi  tu ritieni superata la questione della costruzione di un nuovo  sindacato nazionale, di un sindacato di classe. &lt;/span&gt;  &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Ma  guarda che di sindacati ce ne sono già troppi, e aggiungerne un  altro non mi pare la cosa più intelligente, tanto più che i  tentativi di dare vita a un sindacato più combattivo e più legato  alla partecipazione diretta dei lavoratori non sono stati certo  brillanti. I cosiddetti sindacati di base si sono divisi in  continuazione e la loro pratica concreta nei luoghi di lavoro non è  stata troppo diversa da quella degli altri. E anche la costruzione  delle correnti interne ai sindacati tradizionali, per esempio in  CGIL, non è che abbia portato molto lontano. &lt;/span&gt;  &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Le  dinamiche sindacali sono state davvero, negli ultimi anni, un  capitolo poco produttivo della riorganizzazione della soggettività  del mondo del lavoro. Ma indipendentemente da quegli esiti, oggi i  termini sono nettamente diversi, perché le linee generali del  conflitto sociale passano per un movimento, appunto, generale, un  movimento politico e sindacale insieme. Lo strumento puramente  sindacale serve perciò solo fino a un certo punto. E quanto  all’altro piano del conflitto, quello che si determina situazione  per situazione, singolo luogo di lavoro per singolo luogo di lavoro,  sui temi soprattutto dei ritmi, del mansionario e del salario  accessorio, esso passa obiettivamente per un ruolo più forte delle  rappresentanze aziendali. C’è in sostanza una obiettiva  difficoltà di tutte le organizzazioni sindacali ad agire in quanto  tali. Si dovrà aprire per forza di cose una fase nuova, un nuovo  modo di essere sindacato.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Se  è così allora il sindacato dovrebbe essere ricostruito proprio a  partire dalle rappresentanze sui luoghi di lavoro, senza far  questione di sigle. Servirebbero coordinamenti delle RSU a scala  territoriale e a scala nazionale, anche per settori; e ciò, lo  ripeto, indipendentemente dalle sigle di appartenenza. &lt;/span&gt;  &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;In  questo modo, però, diamo per completamente morta la concertazione. &lt;/span&gt;  &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;In  parte è morta davvero.&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;  &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;I sindacati possono  anche arrivare a definire talune linee di indirizzo col governo e le  rappresentanze padronali, ma, in ogni caso, potrebbero portarle  avanti davvero solo sulla base di un movimento generale, che spinga  sulle singole questioni e dia il senso di una progressione  complessiva del conflitto. E comunque una serie di materie, pur se  concertate, possono vivere concretamente soltanto nelle specifiche  situazioni. E’ lì che acquistano definitivamente un segno  positivo oppure un segno negativo. &lt;/span&gt;  &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Insomma  noi, Rifondazione e sinistra di alternativa, cosa dovremmo dire ai  nostri compagni militanti sindacali? &lt;/span&gt;  &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Dovremo  dire di valorizzare dappertutto, in ogni passaggio, proprio le  rappresentane sindacali di base, quelle elette dalla generalità dei  lavoratori nei singoli luoghi di lavoro. E dovremmo anche dir loro  di mantenere con coerenza la linea della universalità dei diritti,  pur articolandola situazione per situazione. E dovremmo anche dire  di partecipare con grande impegno ad alcune iniziative generali che  possiamo promuovere o co-promuovere insieme ad altri, quelle che  Carlo diceva prima: la raccolta di firme per una legge di iniziativa  popolare sulla ripristino della scala mobile e l'insieme dei  provvedimenti sul salario di ricongiunzione per il lavoro precario. &lt;/span&gt;  &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Poi  ci sono i contratti, ovviamente. &lt;/span&gt;  &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Sì,  ma su questo non è che ci sia molto da dire, se non che andrebbe  fatto valere il principio dell'adeguamento europeo dei salari e che  va fissato comunque un limite temporale alla possibilità dei  contratti a tempo determinato. &lt;/span&gt;  &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Sentite,  abbiamo fin qui detto molte cose. Messe assieme configurano  sicuramente un terreno articolato di contrasto al governo delle  destre e di ripresa delle dinamiche di conflitto. Ma non vi viene il  dubbio che possano rischiare di restare solo parole? Chi può  autorevolmente proporle all'insieme della società? La sinistra,  intendo la sinistra di alternativa, è quasi all'anno zero. &lt;/span&gt;  &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Cosa  vuoi che ti risponda? Si dovrà partire per forza dal poco che c'è.  Sapendo, tuttavia, che le contraddizioni esistono davvero, che  esistono tra l'altro anche nel quadro politico. Mica possiamo  pensare che il partito democratico sia un blocco unico e che al suo  interno non esistano settori preoccupati dell’attuale situazione,  e comunque più attenti ai temi della tenuta democratica del nostro  paese o dei diritti del mondo del lavoro! Io credo che noi dobbiamo  sforzarci di agire comunque con una ottica maggioritaria, per cui le  cose che diciamo dobbiamo proporle alla generalità dei lavoratori,  all'insieme delle donne e dei giovani, che più di tutti restano  penalizzati in questa società, alle comunità che cercano una via  d’uscita al degrado e all’abbandono. Ma è evidente che la  nostra iniziativa funziona contemporaneamente anche come spina nel  fianco della sinistra governista. Essa è istituzionalmente in un  ruolo di opposizione. Su quali contenuti potrà sviluppare questo  ruolo? Semplicemente facendo le pulci all'iniziativa del governo? o  dovrà anche render conto ai settori popolari della società?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Non  dobbiamo dare per completamente bloccato il quadro. Hai ragione su  questo. D'altra parte non mi pare che sia bloccato neppure dal punto  di vista strettamente politico-politico. La logica di  autosufficienza proposta dal gruppo dirigente del partito  democratico deve fare i conti anch’essa con una sconfitta  elettorale consistente. Sono chiamati anche loro a darsi una  prospettiva credibile, che certamente non potrà essere univocamente  indirizzata al dialogo col governo. &lt;/span&gt;  &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;In  ogni caso, noi dovremmo fidare su noi stessi. &lt;/span&gt;  &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Certo  che dobbiamo fidare su di noi. Ma dobbiamo anche sapere che tutto  ciò che non siamo noi, il che, come si è visto, costituisce il 97%  del corpo elettorale, non va considerato alla stregua di un  monolite. E’ politicismo costruire la propria iniziativa  esclusivamente, o anche principalmente, sulle linee di articolazione  che attraversano le altre forze politiche; ma sarebbe infantile  l'idea opposta, di autosufficienza della propria linea politica.  Fare politica, per noi che vogliamo il cambiamento dei rapporti  sociali, non è semplicemente dire delle cose giuste, ma fare in  modo che le cose giuste, quando le diciamo, sedimentino poi  coscienza, avviino percorsi, aprano contraddizioni, determinino  schieramenti nella società. Insomma va considerato con grande  attenzione tutto ciò che si muove fuori di noi, anzitutto quello  che si muove sul piano delle soggettività sociali, ma anche tutto  ciò che si muove sul piano politico-istituzionale.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Negli  anni passati abbiamo largamente ragionato solo a partire da ciò che  si muoveva nel quadro istituzionale. &lt;/span&gt;  &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;E’  vero. Mi pare di averlo già detto: abbiamo avuto un'idea tutta  rappresentativa della politica, saltando il duro lavoro di  costruzione quotidiana, la presenza continua tra la gente, nei  territori, sulle specifiche situazioni. &lt;/span&gt;  &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Ma  è proprio questo il problema di fondo: che significa agire  politicamente? Significa propagandare il programma? Significa  partecipare a dinamiche istituzionali? Significa costruire lotte e  vertenze? Significa dar vita a campagne di opinione? &lt;/span&gt;  &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;C.&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt; Sarebbe  facile rispondere che è tutte queste cose assieme, il fare  politica; ma mi è ben chiaro che gli interrogativi che poni  riguardano l'essenza stessa del costituirsi di un partito. Il  congresso di Rifondazione sancirà, almeno lo spero, che  Rifondazione Comunista continuerà ad esistere, che continuerà la  sua ricerca su un comunismo all'altezza dei nuovi tempi. Le tue  domande chiedono di ragionare esattamente sull’“anima”  dell'iniziativa politica rivoluzionaria. &lt;/span&gt;  &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Piano,  piano, non vogliamo mica ragionare adesso di rivoluzione? &lt;/span&gt;  &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;No,  possiamo darci qualche giorno in più per riflettere, e parlarne la  prossima volta.. &lt;/span&gt;  &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:85%;"&gt;Sì,  la prossima volta partiamo proprio da questo punto: come va fatto  vivere il programma dell'alternativa.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;/div&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;i&gt;Napoli, 3 maggio 2008       &lt;/i&gt;&lt;b&gt;RINO MALINCONICO&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7897224296383579037-7749443030915671816?l=movimentazionedialoghi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://movimentazionedialoghi.blogspot.com/feeds/7749443030915671816/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7897224296383579037&amp;postID=7749443030915671816' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7897224296383579037/posts/default/7749443030915671816'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7897224296383579037/posts/default/7749443030915671816'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://movimentazionedialoghi.blogspot.com/2008/05/dialoghi-sulla-sconfitta-5.html' title='Dialoghi sulla sconfitta / 5'/><author><name>movimentazione</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08759068781258074283</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7897224296383579037.post-2666427084318192727</id><published>2008-05-12T06:21:00.000-07:00</published><updated>2008-06-20T11:57:39.811-07:00</updated><title type='text'>Dialoghi sulla sconfitta / 4</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;DIALOGHI ALL'INDOMANI DI UNA SCONFITTA di Rino Malinconico&lt;/span&gt;&lt;p style="font-weight: bold;"&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: bold;"&gt;parte quarta: LA FORZA DELLE DESTRE&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;div id="Sezione1" dir="ltr"&gt;&lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;FEDERICO&lt;/span&gt; Peggio di così non poteva  andare. Ora anche in Campidoglio tornano le camice nere.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;ROSA&lt;/span&gt;  Già, questa di Roma è stata  una brutta botta.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;CARLO&lt;/span&gt; Ad esser sinceri, non credo che  cambi molto. Il disastro era già tutto nei risultati del 13 e 14 di  aprile.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;F&lt;/span&gt;. Beh, però Roma ha messo fine ad  ogni residua illusione di semplice sconfitta elettorale. C’è uno  spostamento a destra del paese che indica una tendenza di lungo  periodo.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C&lt;/span&gt;. Il lungo periodo, per la verità,  andrebbe visto anche con riguardo agli anni precedenti.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;R&lt;/span&gt;. E’ vero. Le destre sono  maggioranza elettorale in Italia da molti anni, si può dire dalla  fine della prima Repubblica.   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C&lt;/span&gt;. Proprio così: vinsero nettamente  nel 1994 e poi nel ‘96 persero perché non riuscirono a  coalizzarsi. Hanno vinto ancora nettamente nel 2001 e due anni fa  sono andate sotto per una inezia alla Camera, giusto per il voto  degli italiani all’estero. E comunque ebbero addirittura alcune  centinaia di migliaia di voti in più al Senato. A penalizzarli fu  la loro stessa legge elettorale.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;R&lt;/span&gt;. Ma a ben vedere è certamente  strano questo prevalere costante delle destre, perché l’ultimo  quindicennio è stato comunque segnato dai movimenti di lotta, dal  movimento dei movimenti, dai Social-forum anche in Italia; e poi  dalle lotte in difesa dello Statuto dei lavoratori. In piazza sono  scesi milioni di persone…&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;F&lt;/span&gt;. Evidentemente le piazze piene non  comportano di per sé che anche le urne diventino piene. D’altra  parte, recentemente, solo il 20 ottobre dell’anno scorso, la  sinistra alternativa ha portato in piazza un milione di persone.  Questo è avvenuto appena sette mesi fa. E poi, guarda che disastro  è arrivato in cabina elettorale… Perché scuoti la testa, Carlo?&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C&lt;/span&gt;. Penso all’enorme lavoro che  dovremo fare su noi stessi per essere all’altezza della nuova  situazione. Davvero un lavoro enorme!&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;F&lt;/span&gt;. Sì, ma perché hai scosso la testa  quando ho ricordato il 20 ottobre? Dicevo fesserie?&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C.&lt;/span&gt; No, non mi riferivo a quanto dicevi  sulla discrepanza tra piazze ed urne elettorali. E’ un  ragionamento che contiene pezzi di verità, anche se andrebbe tenuto  ben presente che, per un partito di alternativa, è ancora più  difficile, molto più difficile, che le urne possano riempirsi se  poi le piazze sono vuote. Ma, al di là di questo, noi dovremmo  davvero recuperare, per prima cosa, una qualità che si è troppo  rarefatta di questi tempi.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;R&lt;/span&gt;. Di questi tempi si sono rarefatte  quasi tutte le qualità.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C&lt;/span&gt;. Sì, ma questa si è persa ancora  di più. Intendo: la sobrietà, il senso della misura, l’attitudine  alla verità…&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;F&lt;/span&gt;. E che c’entra questo col 20  ottobre?&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C&lt;/span&gt;. C’entra, eccome! C’entra per il  numero che si dà dei partecipanti. Continuiamo a dire “un milione  di persone”, come se fosse un dato pacifico, acquisito,  incontrovertibile.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;F&lt;/span&gt;. Ma… è il numero che fu dato  anche dal palco.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C&lt;/span&gt;. Appunto. Al di là che dal palco  dissero comunque settecentomila, la verità è che non eravamo né  un milione, né settecentomila. Semplicemente non potevamo esserlo.  Basterebbe andare a vedere l’elenco dei pullman e dei treni  speciali. Solo per mettere centomila persone assieme occorrono  duemila pullman completamente strapieni. E non erano mica stati  organizzati in questo numero.   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;F&lt;/span&gt;. Ma c’erano anche i treni  speciali, un traghetto dalla Sardegna.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C&lt;/span&gt;. Certo. Ma un treno speciale porta  un massimo di milleduecento, millecinquecento persone. Quanti treni  ci sono stati?  Dieci, venti, trenta? Facciamo anche cinquantamila  persone, compreso il traghetto dalla Sardegna, ed è evidente che  stiamo parlando davvero per eccesso. Per il resto, è certo che  molti saranno venuti con le proprie macchine. Ma, ad una media di  quattro per auto, ce ne vogliono non meno di venticinquemila per  arrivare a centomila unità. Pensiamo davvero che si siano mosse  tante automobili?&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;F&lt;/span&gt;. Che concludi?&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C&lt;/span&gt;. Che, facendo stime larghe, e  contando una partecipazione grandissima di Roma e provincia,  nell’ordine almeno delle cinquantamila unità, a sfilare il 20  ottobre non potevano essere più di duecentocinquanta, trecentomila  persone. Il fatto che una tale cifra, che pure è in sé  straordinaria, venga tranquillamente moltiplicata per tre o per  quattro, e che poi tutti se ne convincano, penso che costituisca un  problema politico serissimo perché produce una errata percezione  della nostra forza e dei rapporti di forza nella società.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;R&lt;/span&gt;. D’accordo, ma il punto non è  certo stabilire adesso quanti eravamo. D’altronde, capisco bene  ciò che vuoi sottolineare: che anche noi ci comportiamo in base al  principio che la verità è ciò che appare e non ciò che è.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C&lt;/span&gt;. Di più: non ciò che appare, ma  ciò che noi stessi facciamo apparire. Quello che ci piacerebbe che  fosse, diventa troppo rapidamente ciò che è. Si tratta di una  corposissima omologazione alla società dell’informazione e dello  spettacolo. E sulla base di questa modalità “spettacolare” di  rapporto col mondo, noi costruiamo analisi, fissiamo traguardi,  ragioniamo sui rapporti di forza.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;F&lt;/span&gt;. Guarda, però, che non lo facciamo  solo noi. Lo fanno anche gli altri…&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C&lt;/span&gt;. Appunto. Noi non possiamo essere  come gli altri. Gli altri, i partiti che mirano a governare anziché  a trasformare, mobilitano la società solamente perché essa  ascolti, perché dia, con la sua presenza fisica, una platea di  ascoltatori ad una linea, ad una proposta, ad una logica. Noi, al  contrario, è proprio assieme alla società che dobbiamo costruire.  E una esatta percezione dei numeri è parte integrante del quadro di  esatte percezioni che dovremmo avere…&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;F&lt;/span&gt;. Insomma, anche dal versante dei  numeri, ne viene fuori che abbiamo lungamente vissuto in un  abbaglio, come dicevi l’altra volta… Comunque penso che tu abbia  proprio ragione. Anche la vertenza a difesa dell’articolo 18 dello  Statuto dei lavoratori, con la grande manifestazione a Roma indetta  dalla CGIL: mica erano davvero tre milioni, come pure fu detto, e  ancora tutti ricordano! Avrebbero dovuto essere almeno settantamila  pullmann e le autostrade sarebbero rimaste intasate per ore…&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;R&lt;/span&gt;. Ma perché è scattata questa corsa  alla moltiplicazione, ai numeri smodati? Anche una manifestazione di  centinaia di migliaia, che so, di cinque o seicentomila persone  resta enorme! Fa normalmente impressione…&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C&lt;/span&gt;. Non so perché sia successo.  Probabilmente c’entra quella che Deleuze chiama “la società  dello spettacolo” e la nostra subordinazione culturale ad essa. So  solo che così non può continuare, e che dobbiamo recuperare uno  sguardo veritiero sui rapporti di forza reali, che non sono affatto,  e non lo sono da lungo tempo, per come ce li siamo figurati.  Dobbiamo ripartire da pensieri e da linguaggi più sobri. E dobbiamo  recuperare una passione, che abbiamo purtroppo smarrita: quella per  la verità.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;F&lt;/span&gt;. Ma al di là del fatto che non  abbiamo capito, e che anzi abbiamo sottovalutato, in tutti questi  anni, la forza della destra nella società, resta il fatto che  bisogna comunque spiegare perché questa forza sia tanto cresciuta  fino ad imporsi…   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C&lt;/span&gt;. Non c'è una sola causa. C’entra,  per le generazioni mature, la paura di non farcela più, c’entra  l’incertezza del futuro per le fasce giovanili, c’entra la  virulenza di una propaganda capace di usare al meglio tutte le nuove  frontiere della comunicazione. E c’entrano anche gli errori delle   forze centriste e delle forze di sinistra. C’entra molto pure la  delusione specificamente operaia, e cioè di una classe sociale che  più di tutte ha attraversato i processi di scomposizione di cui  abbiamo parlato altre volte e che si è sentita “tradita”, in  parte a ragione e in parte a torto. Ma soprattutto c’entra, a mio  avviso, una spinta storica di fondo, che è tipica del capitalismo  dell'età della totalizzazione, in direzione di una società  neo-autoritaria e neo-totalitaria. Proprio perché la valorizzazione  è legata alla mobilitazione produttiva del corpo sociale, alla  cointeragenza dell'insieme, avviene che la tendenza alla  irregimentazione del corpo sociale nasca pressoché spontaneamente  da quelle stesse dinamiche di sviluppo del capitalismo; e  parallelamente si determina una realtà di rinnovata competizione,  all’interno dello stesso quadro capitalistico, tra nazioni e  gruppi di nazioni tra loro.   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;R&lt;/span&gt;. Non mi è chiaro questo secondo  aspetto. Il punto della tendenza alla irregimentazione interna lo  capisco: è la totalizzazione stessa che spinge in quella direzione  perché ha bisogno della mobilitazione produttiva del corpo sociale  e deve far sì che tutti, anche quando non lavorano, agiscano come  corpo unico, si sentano un insieme, quello che tu ci hai indicato  come “individuo produttivo sociale”. Ma non capisco perché poi  questa irregimentazione interna dovrebbe divenire aggressiva sul  piano delle relazioni esterne. Se il capitalismo è totalizzante,  perché dovrebbero aumentare i conflitti tra le nazioni? Cioè, i  conflitti all’interno del circuito capitalistico avanzato? Anzi,  il capitalismo che tu descrivi dovrebbe essere immaginato proprio  senza confini, come un unicum di funzionamento sociale, il cui solo  problema dovrebbe essere quello di assoggettare continuamente le  persone, il loro lavoro, i loro spazi di vita...&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C&lt;/span&gt;. Stai attenta che se lo delinei come  un “unicum” disincarnato dal tempo e dallo spazio, questo  capitalismo diventa semplicemente una modalità di funzionamento e  non una forza storica reale. Ad agire non è certo la nuova forma  del capitalismo, alla stregua di una pura “idea in sé”, quanto  piuttosto il concreto percorso storico del costituirsi del  capitalismo in questa sua nuova forma. E ciò significa che questo  capitalismo resta sempre plurale: nella storia si muovono i  capitalismi, vale a dire specifici rapporti sociali costruiti in  determinati spazi e in determinati tempi. La totalizzazione è una  tendenza planetaria nel senso che ovunque, situazione per  situazione, il rapporto di capitale tende a funzionare e a  svilupparsi alla medesima maniera. Tuttavia, gli ambiti spaziali  entro cui esso si articola, entro cui realmente si costruisce come  insieme integrato di lavoro e vita sociale, come un vero e proprio  “individuo produttivo sociale”, restano largamente quelli delle  nazioni, ed anzi tendono addirittura a precisarsi ulteriormente,  all’interno di esse, in entità regionali. Parallelamente si  costruiscono macro-aree a scala continentale e sub-continentale, che  configurano un sistema di alleanze di medio e breve periodo tra  diverse realtà della totalizzazione, più affini tra loro o  semplicemente accomunate da ragioni di utilità reciproca. Ma si  tratta di alleanze contro altre alleanze…&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;R&lt;/span&gt;. Ma se l’interesse del capitalismo  è a valorizzarsi, e questo suo valorizzarsi deriva ora dalla  “potenza degli agenti” messi in moto nel tempo di lavoro, più  ancora che dal tempo di lavoro stesso, com’è che poi restano i  vecchi elementi della concorrenza tra paesi, compresa la loro  possibile evoluzione in scontri commerciali o addirittura in guerre?   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C&lt;/span&gt;. Non si tratta del vecchio  meccanismo della concorrenza commerciale, ma di una concorrenza più  aspra e impersonale tra le diverse capacità produttive. Negli  scambi internazionali di merci e di tecnologie oggi si mettono  realmente a confronto non le merci, i manufatti o le materie prime,  ma esattamente le capacità produttive delle singole aree, delle  singole nazioni, dei vari gruppi di nazioni.   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;F&lt;/span&gt;. Facci capire bene.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C&lt;/span&gt;. Nel commercio mondiale avviene, in  concreto, che il paese con la capacità produttiva più accentuata,  proprio perché è capace di produrre in minor tempo, arrivi ad  incamerare più tempi di lavoro di quanti ne ceda, e ciò  esattamente attraverso lo scambio di merci equivalenti quanto al  semplice valore di mercato. Cedendo un prodotto che rappresenta un  infinitesimo della sua capacità produttiva totale in cambio di un  qualsiasi prodotto straniero, che però rappresenta, per l’altro  paese, un valore infinitesimo maggiore, l’economia più avanzata  aggiunge ai propri tempi di lavoro anche quelli che recupera nello  scambio, concentrando in sé anche quote-parti della potenza  produttiva altrui. Ciò vale finanche se si scambiano i medesimi  prodotti, perché quello che conta non sono gli oggetti in sé  quanto la composizione di valore che essi contengono. Formalmente si  scambiano merci a valori di mercato equivalenti, ma in realtà si  scambiano le rispettive potenze produttive, nel senso che la potenza  maggiore cede una quota percentuale di sé comunque minore della  quota percentuale di capacità produttiva ceduta dall’altro  contraente. Si prendono, per così dire, i minuti di lavoro degli  altri e si danno in cambio solo i secondi del proprio lavoro  complessivo, di modo che il paese più ricco incrementi  ulteriormente la propria ricchezza e realizzi più agevolmente la  sua intrinseca finalità di crescere, cioè di costruire una  capacità produttiva ancora più grande.   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;R&lt;/span&gt;. Vediamo se ho capito. Tu dici che  un determinato capitalismo non sfrutta solo i “propri”  lavoratori, e già qui si intendono tutti, ma proprio tutti i  lavoratori che con la loro attività e anche, addirittura, col loro  stesso vivere, cooperano a determinare la potenza dell’insieme; ma  esso sfrutta anche, almeno in parte, i lavoratori dei paesi più  arretrati con i quali intrattiene rapporti commerciali…   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C&lt;/span&gt;. Sì. I paesi a capitalismo più  avanzato sottraggono a quelli meno sviluppati tempi di lavoro e   concrete potenzialità produttive. L’esempio più evidente è dato  dalle grandi migrazioni del nostro tempo: gli immigrati che arrivano  da noi sono la forma visibile che assume il travaso del  valore-lavoro dai molti sud ai diversi nord del mondo. Ma, a rigore,  c’è travaso in ogni scambio, anche nel commercio che avviene tra  economie ricche. C’è sempre uno scambio diseguale di  valore-lavoro più o meno accentuato, e ciò, oltre a produrre, ad  un determinato livello, le drammatiche fratture planetarie che  abbiamo sotto gli occhi, alimenta dappertutto i fattori di  concorrenza e di contrasto. In sostanza il rapporto di capitale  nell’età della totalizzazione tende a recuperare tutto ciò che  si muove entro la sua orbita e lo riplasma come potenza produttiva.  In tal modo lo fa agire disciplinatamente nel meccanismo di un  processo di valorizzazione che sempre avviene a scala generale,  sicché alla fine di ogni ciclo economico, cioè di un periodo più  o meno omogeneo di attività, venga fuori una potenza produttiva più  grande di prima.   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;F&lt;/span&gt;. Questa è la vecchia tesi di Marx  che il capitalismo, nel suo sviluppo, non è altro che produzione di  macchine a mezzo di macchine.   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C&lt;/span&gt;. Esatto. Solo che la macchina ora  deve essere intesa a scala generale, come individuo produttivo  sociale; e l'ulteriore macchina che esso produce non è altro che un  individuo produttivo sociale più grande ancora, ovvero più capace  di produrre.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;R&lt;/span&gt;. Insomma, per tornare alle destre,  sarebbe proprio questo modo di funzionare dell'economia  capitalistica di oggi a spingere in direzione di una società più  coesa e irreggimentata al suo interno e più aggressiva verso  l’esterno.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C&lt;/span&gt;. Proprio così.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;R&lt;/span&gt;. E però l’immagine che la società  da di sé è esattamente opposta: si presenta come estremamente  disgregata…&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C&lt;/span&gt;. E’ disgregata dalla parte delle  classi subalterne, che non riescono a “fare blocco”  spontaneamente. Ma questa disgregazione è funzionale alla  riaggregazione su un altro piano: si disgrega la capacità di  autonomia delle persone, e si sviluppano processi densissimi di  omologazione e di comportamenti univocamente indirizzati.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;F&lt;/span&gt;. Ma non è solo la destra che  raccoglie una tale spinta. Essa vive anche nelle forze di centro. In  parte vive nella stessa sinistra governista.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C&lt;/span&gt;. Sì, ma la destra è avvantaggiata  dal fatto che nel suo orizzonte culturale c’è esattamente l’idea  del compattamento, della gerarchia, della struttura “ad esercito”.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;R&lt;/span&gt;. Non negherai, però, che rispetto  all’epoca del fascismo classico, oggi c’è molto più  individualismo… Insomma, non so se dici veramente cose giuste,  perché l’individualismo più sfrenato mi pare la regola, molto  più della irreggimentazione.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C&lt;/span&gt;. Insisto: è un individualismo che  rompe, per ragioni storiche oggettive, la dinamica collettiva  dell’esser classe “per sé”; ma non è un individualismo che  rompe col sistema. Ovviamente, la compattezza dell’insieme non è  mai data una volta e per tutte. E’ un qualcosa che deve essere  sempre guadagnata faticosamente, in una dialettica serrata anche  all’interno dello stesso campo. Non a caso le destre propongono,  qui in Italia, direttrici di marcia diverse.   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;R&lt;/span&gt;. Già, non dicono mica la stessa  cosa. La Lega è comunitaria e xenofoba, Alleanza Nazionale è  autoritaria e nazionalista, Forza Italia è liberista e clericale.  Sono tre modi del tutto diversi di concepire e praticare il  compattamento sociale nell’ambito di ciò che tu chiami  “totalizzazione”.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C&lt;/span&gt;. Proprio così. E questo ci dice con  chiarezza che la dialettica politica non è affatto morta, neppure  all’interno dello schieramento di destra.   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;F&lt;/span&gt;. Alla fine, però, la quadra la  trovano. Prendono l’autoritarismo da AN, il comunitarismo dalla  Lega e il clericalismo da Forza Italia. Anche se con non poche  contraddizioni e fibrillazioni, io credo che possono comunque  convivere il federalismo fiscale e l’identitarismo cristiano, la  pratica neo-autoritaria e le regole sciolte del mercato, la cultura  razzista e la retorica nazionalista...&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C&lt;/span&gt;. In ogni caso, quello che abbiamo  ora descritto è solo il quadro statico dell’insieme della destra.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;F&lt;/span&gt;. Cioè?&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C&lt;/span&gt;. E’ un quadro che va fatto  interagire con l’insieme delle dinamiche economiche e politiche.  Tanto per cominciare, la politica della destra è chiamata a  misurarsi con le spinte concrete della competizione internazionale.  Non è mica indifferente se si apre uno scenario di recessione nelle  economie occidentali. Si accentuerebbero, in tal caso, fenomeni di  distanza dagli Stati Uniti e il determinarsi di nuove geometrie  interstatali in Europa.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;R&lt;/span&gt;. Quindi, con una maggiore  integrazione europea.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C&lt;/span&gt;. Non necessariamente. Potrebbe anche  trattarsi di una riorganizzazione delle linee di coesione europea, o  di parti dell’attuale Unione Europea. E poi ci sono anche gli  altri: la Russia, la Cina, il Giappone, l’India, i principali  paesi arabi. Gli scenari internazionali sono uno dei fattori  decisivi che determinerà l’assestarsi concreto della politica  delle destre. L’altro fattore è, ovviamente, il conflitto  sociale.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;F&lt;/span&gt;. Già, non è indifferente, non può  esserlo, la qualità delle lotte, delle vertenze, dei movimenti che  possono emergere nella società.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;R&lt;/span&gt;. Ma se abbiamo appena convenuto che  la società spontaneamente tende all’omologazione…&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C&lt;/span&gt;. E infatti io non coltivo  particolari illusioni su una ripresa generalizzata del conflitto.  Almeno nel breve periodo. Tuttavia anche le tendenze  all’omologazione si strutturano a più livelli. E l’omologazione  stessa, per esser tale, ha bisogno di definirsi rispetto al dato  negativo, di porre un diverso, un non-omologato, di fronte a sé. Un  primo elemento, perciò, è che esistono, debbono continuare ad  esistere, in modo ora latente ed ora esplicito, anche i  non-omologati e i poco-omologabili. Il comparto più significativo è  costituito dagli immigrati, ma non si tratta solo di loro. Anche le  soggettività che la cultura clericale obiettivamente comprime, in  primo luogo le donne, contengono in sé germi di resistenza. E  queste dinamiche di non-omologazione esistono anche nel mondo del  lavoro, nel quale, in ogni caso, aumenteranno i fattori di  insicurezza e diminuiranno gli elementi di benessere materiali. Ma  altre contraddizioni possono venir fuori dallo stesso comunitarismo:  non è certo agevole celebrare l’identità di un territorio e  contemporaneamente metterlo a sacco sul piano ambientale…&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;F&lt;/span&gt;. Quindi tu dici che c'è la  possibilità di contrastarle queste destre.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C&lt;/span&gt;. Questa possibilità c'è. Proprio  perché le destre si propongono obiettivamente un compito complesso,  e cioè di tenere insieme modalità diverse di compattamento  sociale, e anche perché operano in uno scenario aggrovigliato,  segnato dall'aggravarsi dei meccanismi di competizione  internazionale, avviene che si espongono facilmente, in ogni loro  passaggio, all'iniziativa di contrasto. Poi, come è ovvio,  l'iniziativa di contrasto bisogna anche saperla fare.   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;R&lt;/span&gt;. Questo è il punto: noi non siamo  attrezzati per un lavoro del genere e i soggetti sociali versano  nelle condizioni di disgregazione che abbiamo già detto. Quanto  alle dinamiche di movimento, sappiamo bene quanto stentino e siano  contraddittorie.   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;F&lt;/span&gt;. E' vero, nell'immediato non c'è  molto da stare allegri.   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C&lt;/span&gt;. Vi prego di non diventare più  pessimisti di me. Qualcosa è comunque possibile fare. Ma se  permettete potremmo parlarne anche la prossima volta.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;R&lt;/span&gt;. D’accordo. Ne parliamo al nostro  prossimo incontro.&lt;/p&gt; &lt;/div&gt;&lt;br /&gt;Napoli, 30 aprile 2008&lt;br /&gt;&lt;br /&gt;RINO MALINCONICO &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7897224296383579037-2666427084318192727?l=movimentazionedialoghi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://movimentazionedialoghi.blogspot.com/feeds/2666427084318192727/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7897224296383579037&amp;postID=2666427084318192727' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7897224296383579037/posts/default/2666427084318192727'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7897224296383579037/posts/default/2666427084318192727'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://movimentazionedialoghi.blogspot.com/2008/05/dialogo-sulla-sconfitta-4.html' title='Dialoghi sulla sconfitta / 4'/><author><name>movimentazione</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08759068781258074283</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7897224296383579037.post-4996354345103781012</id><published>2008-05-10T01:11:00.000-07:00</published><updated>2008-06-20T11:57:19.250-07:00</updated><title type='text'>Dialoghi sulla sconfitta / 3</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;DIALOGHI ALL'INDOMANI DI UNA SCONFITTA di Rino Malinconico&lt;/span&gt;&lt;p&gt;&lt;b&gt;parte terza: UNA NUOVA POLITICA&lt;/b&gt; &lt;/p&gt;&lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;ROSA &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt; Beh, non è mica andata tanto bene. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;CARLO&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt; Dici del Comitato politico di Rifondazione? &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;FEDERICO&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt; Secondo me qualcosa di positivo comunque è successo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R.&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt; E’ successo solo che c’è stata una spaccatura, uno scontro tra gruppi dirigenti. Invece di parlare delle cose serie di cui bisogna discutere, da una parte c’è chi invoca l’auto-assoluzione, con la logica del tutti colpevoli, nessun colpevole; e dall’altro c’è chi vuole a tutti i costi un capro espiatorio.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C.&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt; Sì, ho letto anch’io che la discussione è stata tesa e lacerante. Ma non ne farei un dramma. La confusione, dopo un disastro di tal fatta, bisogna metterla in conto.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Però, scusate, qualcosa pure è uscito con chiarezza. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Sì? E cosa sarebbe uscito?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Intanto che Rifondazione Comunista c’è ancora, e questo, dopo un disastro così, non era mica scontato. E poi che farà il suo congresso per discutere di ciò che è stato e di ciò che deve essere. In secondo luogo è stato ribadito che bisogna darsi la prospettiva di un qualcosa di più vasto, perché Rifondazione da sola comunque non è sufficiente. E in ultimo è stato sottolineato che occorre partire dall’opposizione sociale. A me pare che questi punti emergano nitidamente nella mozione di maggioranza, ma che siano presenti, sia pure in modo non chiarissimo, anche nella seconda mozione. Per certi versi sono presenti, almeno in parte, anche nelle altre due mozioni presentate.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Ma se dicono le stesse cose, converrete entrambi con me che è davvero poco comprensibile questa spaccatura.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Io penso che dobbiamo fare un lavoro intelligente sulle parole.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Che vuoi dire?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Tu hai usato già due volte il termine “spaccatura”. Non siamo mica a questo. Almeno per quello che ho capito. Siamo ad una diversità di posizioni.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Diversità su cosa?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-left: -0.32cm; margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Probabilmente è vero che traspare poco dai documenti. Ma i documenti stessi sono arrivati dopo una settimana di soffertissima discussione. Se c’è stato un condizionamento reciproco delle posizioni, non deve essere visto come un male, ma come un bene.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Alla fine però i documenti, nella ex maggioranza congressuale, sono stati due e non uno.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Forse questo si spiega col fatto che non tutto è stato limpido in campagna elettorale e nella spinta ad andare subito “oltre Rifondazione”. Forse ci sono anche cose non dette o dette a metà.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Se la poni così sbagli, perché non è questione di reticenza. Nessuna delle due posizioni principali mi sembra reticente. La diversità sta invece in una esplicita accentuazione in un senso o nell’altro. Dire che si parte da Rifondazione Comunista per dar vita al processo costituente della sinistra non è la stessa cosa di dire che si parte da Rifondazione comunista per svilupparne il radicamento sociale, e sulla base di questo dare nuovo impulso al processo di ricostruzione della sinistra.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Anche poste così, non mi pare che siamo a posizioni realmente contrapposte l’una all’altra.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Assolutamente no. Ma una differenza c’è sia nella sequenza cronologica che nell’ordine delle priorità. E ciò produce effetti anche pratici.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Ma tu che pensi nel merito?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Penso che il nodo di fondo sia venuto solo molto parzialmente alla luce.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;E cioè?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Cioè che si è chiusa una fase in maniera irrimediabile. Una fase che io chiamerei, oggi, col senno di poi, “della mimesi”. E parlo di una fase lunga che copre tutti i diciotto anni di vita di Rifondazione…&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;E cosa sarebbe questa “mimesi”?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Come abbiamo proceduto noi in questi anni? Quale è stato l’argomento di fondo che ha retto la nostra iniziativa politica, la nostra elaborazione culturale, la nostra definizione di linea politica?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Quanto a questo, ci siamo detti che bisognava ripigliare il filo della lotta di classe e dell’alternativa di società.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Va bene. Ma questo filo andava ripigliato in quali condizioni? Come abbiamo pensato il contesto entro il quale ci si trovava ad agire?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Non capisco bene a cosa tu voglia alludere.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Alludo al fatto che noi abbiamo mimato, in tutti questi diciotto anni, il partito comunista di massa. Non lo eravamo, ma ci comportavamo come se potevamo esserlo da un momento all’altro. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Per dei comunisti è ben naturale pensare di poter intercettare le speranze e la voglia di cambiamento degli strati popolari.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Sì, ma noi abbiamo ragionato sul presupposto che avevamo alle nostre spalle una eredità formidabile, e cioè il grande radicamento sociale del Partito comunista italiano; e semplicemente per un inganno, perché qualcuno aveva alterato il “testamento”, non riuscivamo ancora ad entrarne liberamente in possesso. Ma il “nostro” popolo –fate caso all’aggettivo possessivo, a quel “nostro”- era comunque là, sempre pronto, e coincideva con l’insieme delle classi popolari. Abbiamo pensato questo, che avevamo già una base naturale di massa, e ciò solo perché ci sentivamo soggettivamente gli eredi di un passato. E per di più lo abbiamo pensato in un’epoca nella quale non solo le soggettività politiche venivano messe a torsione, ma anche le soggettività sociali. Non solo quel popolo non era “nostro”, ma era anche scomposto come tale; e anche ora deve ancora ritrovarsi come soggettività. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Su questo sono molto d’accordo. Abbiamo fatto politica come se dietro di noi ci fossero davvero milioni e milioni di lavoratori, come se avessimo un consenso ampio, solidificato e sperimentato, come se il problema fosse solo di utilizzare al meglio la nostra capacità di egemonia, e farla pesare poi in tutti i passaggi. Abbiamo sottovalutato l’importanza fondativa dell’essere fisicamente interni all’esperienza concreta di coloro che intendevamo rappresentare.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Proprio così. Abbiamo vissuto la grande illusione di essere storicamente i legittimi eredi della rappresentanza popolare, della rappresentanza di classe; e che dovevamo solo far valere questi nostri titoli di eredi e sbugiardare il PDS-DS, oggi Partito democratico, il quale con l’imbroglio e i capricci del caso si sarebbe sostituito a noi nell’eredità. Ci sfuggiva il fatto che gli unici, possibili eredi di un patrimonio già in sé progressivamente degenerato erano esattamente gli altri; e che la chiusura del Novecento non portava, non poteva portare alcuna vera eredità in termini di consenso, almeno a coloro che volevano continuare a contrastare il capitalismo. Il “nostro” popolo, insomma, dovevamo addirittura costruirlo, non semplicemente guidarlo. E la politica che dovevamo fare non poteva essere semplicemente quella di “rappresentare”, sul piano della dinamiche istituzionali, le aspettative e le istanze della parte più debole della società, istanze, peraltro, erroneamente immaginate come già mature e condivise; doveva essere, invece, una politica “della costruzione”, proprio della costruzione, giorno per giorno e all’interno del corpo sociale, di concretissime spinte di emancipazione e liberazione, un qualcosa di molto diverso dalla politica “della rappresentazione”...&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Io potrei anche essere d'accordo col vostro discorso, col fatto che Rifondazione abbia vissuto fin dall’inizio in un grande equivoco, che ha preso un abbaglio storico; ma se c'è stata una svista così gigantesca, questo ci ha riguardati tutti. Non è che si può distinguere tra chi ha fantasticato di più e chi di meno. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;E’ vero, l'abbaglio ha riguardato tutti, ma proprio tutti. Perché tutti abbiamo creduto che comunisti e popolo costituissero un binomio indissolubile, per l’ieri, per l’oggi e per il domani. E non si è capito che non soltanto i comunisti e il popolo, dopo il Novecento, dovevano, ciascuno di essi, ri/pensarsi, ri/definirsi e ri/costituirsi, ma che anche il loro legame andava continuamente ri/guadagnato, postazione per postazione.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;E vero, un tale fraintendimento ha davvero riguardato tutti noi, tuttavia... &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Tuttavia? &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Non sono sicuro che tutti, ora, stiano capendo che c'è stato un errore di tal fatta. Anzi, per dirla chiara, penso che questa percezione sia ancora troppo poco presente all'interno del corpo del partito. A partire dai dirigenti, che questo partito l’hanno pur diretto… &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Fammi capire a chi ti riferisci. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Per esempio, quelli che pensano che il nostro problema consista nell'individuazione di un leader - un leader del partito o della sinistra, la cosa non cambia - mostrano di essere ancora completamente dentro la logica che prima Carlo indicava, quella della politica come rappresentazione. Era sbagliato prima, è sbagliato ancora di più adesso, quando l'inconsistenza nostra è venuta così drammaticamente alla luce. Peraltro, questa faccenda del leader è davvero irritante. Mi pare di assistere alle camarille delle case regnanti dell'Ottocento, che perdevano il regno, erano costrette all'esilio, ma si applicavano lo stesso, e molto seriamente, ai meccanismi della successione. La successione del niente! &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Ma la questione del leader è proprio l'ultimo dei nostri problemi… &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Dici bene, è proprio l'ultimo dei nostri problemi! &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Tuttavia, pur essendo questo l'ultimo dei problemi, dovremo comunque individuare un gruppo dirigente per la nuova fase. Magari senza ricorrere alla conta… &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Questo è giusto, ma il punto vero è quale processo concreto dovrà guidare questo gruppo dirigente, al di là della sua composizione. Io ritengo che farebbe bene ad assumere nettamente il tema della costruzione e bandire quanto più possibile le logiche della rappresentazione, cioè la modalità di un partito che esiste solo perché ha dei gruppi parlamentari, perché ha consiglieri e assessori. La logica della rappresentazione è la modalità di un partito che riesce ad essere reale soltanto quando c'è qualcuno che ne parla per televisione, o parla a suo nome in un talk show. Ma noi non possiamo ridurci ad essere qualcosa che dallo schermo si rivolge agli ascoltatori. Siamo chiamati a vivere una reale internità con l'esperienza concreta degli sfruttati. Tu, Federico, opportunamente la definivi come “internità fisica”. Essa è tanto più necessaria perché questa società ha superato storicamente l’epoca della “penuria” naturale dei beni che servono alla vita, e nondimeno resta profondamente ingiusta e degradante; ma questa sua contraddizione terribile la si capisce veramente solo se avvengono concretissimi percorsi di differenziazione, concrete esperienze di contrasto, concreti passaggi di svolta; e soltanto se queste pratiche vengono svolte da un insieme vero di persone, partendo da condizioni comuni di lavoro e di vita, e procedendo come una pluralità di individui che arrivano a riconoscersi, proprio nell’attività, come una soggettività collettiva… &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Insomma, occorre più movimento. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Anche, ma soprattutto più costruzione della soggettività. Le dinamiche di movimento contribuiscono a determinare gli elementi di soggettività, ma non li esauriscono. Occorrono molte cose insieme: ci vuole movimento, ci vuole discussione, ci vuole condivisione, ci vuole compartecipazione... &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;In concreto, ci vuole una bella traversata del deserto. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;C'è un aspetto, però, di questo ragionamento che dovrebbe essere chiarito meglio, e cioè che quello che tu chiami “costruzione” non può certo significare il ritrarsi dai meccanismi del quadro politico-istituzionale. Noi abbiamo perso sicuramente perché è venuta alla luce l'inutilità sociale di Rifondazione e dell’attuale sinistra antagonista, ma anche perché è risultata chiara la sua inutilità politica… &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Vedo che tu continui a porre uno stacco molto netto tra il momento sociale e il momento politico. E però, per chi come noi non assume la società per come è data, ma si propone esplicitamente di cambiarla, la separazione tra l’elemento sociale e l’elemento politico non dovrebbe essere così forte. La politica cui noi miriamo è esattamente la dinamica sociale che diviene “condizionamento e proposta”, che diviene “politica” senza intermediari. In altri termini: la pratica della trasformazione ha come suo autentico presupposto metodologico il fatto che la dialettica sociale irrompa quanto più direttamente possibile nel quadro politico, senza il protagonismo della mediazione istituzionale. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;E’ un ragionamento complicato quello che proponi. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Sì, lo è. Quelli che si propongono il governo della società, anche un buon governo, onesto, sollecito, attento, scrupoloso, possono permettersi di vedere il corpo sociale da lontano, giusto nelle campagne elettorali. Possono soprattutto permettersi di vederlo come un tutto indistinto, come un insieme di singoli, con singoli, individuali problemi. E quanto alla società possono permettersi di guardarla come un intreccio di problematiche con vari gradienti di difficoltà, che richiedono soluzioni efficaci. Possono concepire perciò la politica come semplice capacità di dare risposta alle domande che via via sorgono nei processi di articolazione e di riarticolazione del corpo sociale. Noi però non possiamo permetterci e un approccio così semplice e lineare alla politica. Proprio perché vogliamo trasformare la società, ed anzi partiamo da una critica di fondo dei suoi meccanismi costitutivi, noi abbiamo bisogno del protagonismo della società medesima. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Questo è giusto, e penso che lo condividano tutti i compagni e tutte le compagne. Ma la questione è come si determina, come si favorisce il protagonismo sociale.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Certamente non lo si favorisce restando chiusi nei palazzi istituzionali…&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Se questo era il problema, ora nei palazzi non ci siamo nemmeno più. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Sì, il dato elettorale ci ha messo fuori dai palazzi romani, ma sparsi per l’Italia ci sono tanti altri palazzi e palazzine. Il problema è uscir fuori, è stare tra le persone in carne ed ossa.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Ma scusa, non eri tu che prima ti preoccupavi di un partito che si sposta tutto sulla società e lascia il terreno della politica?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Che c’entra? La politica che intendo io è sì politica, ma non prevede affatto la centralità dei palazzi; e neppure delle palazzine. E se mi preoccupa un partito che faccia solo esperienza sociale, mi preoccupa ancora di più un partito che invece di porsi il problema dell’iniziativa sociale, si ponga anzitutto il problema di come mantenere le sue postazioni, per esempio negli enti territoriali. Insomma, un partito, che invece di andare dai palazzi alla società scegliesse di andare dai palazzi alle palazzine degli enti locali, dimostrerebbe di non aver capito affatto le priorità del momento.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Che proponi? Di uscire anche da tutte le giunte?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Forse questo potrebbe essere utile. Tu, Carlo, che pensi?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Che una tale scelta non dovrebbe essere esclusa, ma che è assolutamente prematuro assumerla come regola generale. Alcuni passaggi debbono ancora definirsi, anche nello stesso quadro della politica-politica: per esempio, la questione dell’autosufficienza del Partito democratico. Veltroni l’ha fatta valere sul piano della prospettiva di governo nazionale. Dopo la sconfitta, che è stata molto dura anche per loro, questa posizione sarà mantenuta? E si allargherà anche agli enti locali, come scelta strategica? E’ difficile dirlo adesso. E simmetricamente, è difficile prevedere già ora quale effettiva fisionomia assumeranno le diverse pratiche di opposizione al nuovo governo Berlusconi, la nostra e quella del PD. Per il momento, io farei valere il principio di guardare situazione per situazione. Laddove la presenza in una giunta fosse realmente funzionale ad una pratica sociale di rivendicazioni e mantenesse aperto il quadro istituzionale per il protagonismo diretto delle persone, allora può valer la pena di disporre anche di un tale strumento. La regola, almeno per adesso, potrebbe essere perciò quella di provare a starci, se ci sono condizioni di partenza accettabili; ma di starci, per così dire, con la valigia sempre pronta. In ogni caso, giunta o non giunta, la questione fondamentale è quella di lavorare nella società; e di costruire, in questo lavoro, un profilo chiaramente autonomo e alternativo del nostro partito.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Torni sempre su questo punto: lavoro di costruzione nella società. Ma non si rischia così una politica per frammenti, per singole vertenze, per movimenti di lotta, per dinamiche tutte informali? La politica, anche la politica nostra che vuole rivoluzionare la società, non dovrebbe anche essere progetto complessivo? E il nostro progetto complessivo non è forse quello di costruire, per usare la metafora pasoliniana, un “paese nel paese”, una comunità ampia di territori, classi sociali, associazioni, ed anche istituzioni, dove si difendono i diritti e se ne producono di nuovi?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;E’ giusto quello che dici, ma a una condizione: che si sappia bene qual è l’elemento determinante del processo. Quel paese nel paese la nostra politica può perseguirlo in due modi: o per assemblaggio, mettendo insieme quello che c’è di più avanzato –partiti, sindacati, associazioni, movimenti, ecc.; oppure può farlo modificando e modificandosi incessantemente nel cammino, ponendosi come strumento utile a suscitare l’elemento decisivo della partecipazione e dell’autorganizzazione. I fatti risolutivi per noi non sono le leggi, i decreti o le ordinanze che vengono prodotte, ma i conflitti che si determinano. Le leggi e tutti i provvedimenti che si riescono ad ottenere in sede istituzionale valgono esattamente perché esprimono il livello dato dei processi di protagonismo e di conflitto. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Il nostro obiettivo, insomma, non è una società più civile e più ordinata, ma un’altra società, con altri rapporti economici, con altre relazioni sociali. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Sì. Per un politico culturalmente interno agli attuali assetti sociali, quello che una volta non avremmo avuto difficoltà a chiamare “politico borghese”…&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Potremmo anche continuare a chiamarlo così…&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Potremmo, solo che c’è il piccolo particolare che dovremmo anche preliminarmente ricostruire una teoria delle classi sociali, che faccia pienamente i conti con quella che io chiamo “totalizzazione del rapporto di capitale”, e cioè con la concreta realtà economica, sociale e culturale del nostro tempo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Va bene, ma indipendentemente da come lo si qualifichi, si capisce bene che quel tuo politico si pone, nel migliore dei casi, solo il problema di governare la complessità, di garantire il funzionamento della società, incoraggiando dove c'è da incoraggiare, mettendo dove c'è da mettere, eliminando dove c'è da eliminare. Ma per noi? Come deve essere la politica per noi?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;La politica che si batte per un altro mondo possibile deve badare sempre, come suo sguardo e come sua preoccupazione costanti, alle linee dello sfruttamento e dell’oppressione, deve sempre partire dalla pressione drammatica del sistema capitalistico sul lavoro, e soprattutto sulla vita della quasi totalità delle persone. Deve badare allo sfruttamento e all’oppressione per come sono e per come si riproducono, non solo nella pratica concreta, ma nella stessa testa degli individui. Deve essere attenta, insomma, a costruire una critica costante della società stessa, e in questa critica della società deve riporre anche una specifica critica della politica, anche del modo di fare politica. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Ma in questo quadro ha senso un programma complessivo?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Certo che sì. Ma non vorrai che affrontiamo ora anche la questione del programma.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;No. Ne avremo di tempo per discutere.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Discutere ed agire.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Certo, discutere ed agire. Ma, almeno la discussione, la riprendiamo la prossima settimana.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;    &lt;div class="post-body entry-content"&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;i&gt;Napoli, 22 aprile 2007&lt;br /&gt;&lt;/i&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;i&gt;      &lt;/i&gt;&lt;b&gt;RINO MALINCONICO&lt;/b&gt;&lt;/p&gt;&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7897224296383579037-4996354345103781012?l=movimentazionedialoghi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://movimentazionedialoghi.blogspot.com/feeds/4996354345103781012/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7897224296383579037&amp;postID=4996354345103781012' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7897224296383579037/posts/default/4996354345103781012'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7897224296383579037/posts/default/4996354345103781012'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://movimentazionedialoghi.blogspot.com/2008/05/dialoghi-sulla-sconfitta-3.html' title='Dialoghi sulla sconfitta / 3'/><author><name>movimentazione</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08759068781258074283</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7897224296383579037.post-4864322140845920441</id><published>2008-05-10T01:10:00.000-07:00</published><updated>2008-06-20T11:56:55.598-07:00</updated><title type='text'>Dialoghi sulla sconfitta / 2</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;DIALOGHI ALL'INDOMANI DI UNA SCONFITTA di Rino Malinconico&lt;/span&gt;&lt;p style="margin-bottom: 0cm; font-weight: bold;"&gt;parte seconda: IL CONTO DELLA STORIA&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;ROSA Avete visto? Sembra che si vada di male in peggio. La sinistra arcobaleno sta dando veramente prova di quello che è. C'è chi fa la costituente dei comunisti, chi fa la costituente ambientalista, chi fa la costituente della sinistra, c'è chi vuole tornare all'anno scorso, c'è chi vuole andare nel PD. Non ti pare, Carlo, che dopo la tragedia si sia già caduti nella farsa? &lt;div id="Sezione1" dir="ltr"&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;CARLO No, la tragedia resta. E le diverse articolazioni che si registrano in questi giorni e in queste ore non aggiungono e non tolgono nulla alla sostanza delle cose. La crisi che attraversiamo non è principalmente di linea politica, ma è più di fondo. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;FEDERICO Già. L'altra volta  dicevi che la questione è proprio di ragionare sui massimi  sistemi.   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Lo confermo. La questione riguarda i nodi di fondo. Il risultato elettorale del 14 aprile ha svelato la nostra debolezza strutturale. E’ questa che deve essere indagata. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Usando questo termine, “debolezza strutturale”, mi fai capire che siamo affetti da un male dal quale non si guarisce semplicemente con un nuovo indirizzo politico; un male che dipende soprattutto da processi storici oggettivi e solo in minima parte dai nostri errori. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Non estremizzare il discorso. I nostri errori pesano, ed hanno pesato, nel dare consistenza a questo male. Tuttavia dici bene sul punto decisivo: la nostra crisi dipende largamente da un processo più vasto, che come soggettività politica noi non controlliamo e sul quale possiamo intervenire solo in parte. Ma non è indifferente se ci interveniamo oppure no; come non è indifferente, proprio per delineare l’intervento più opportuno, se capiamo le caratteristiche di questo male oppure no. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Ma a cosa ti riferisci? Al fatto  che il Novecento si è chiuso?   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Sì il Novecento si è chiuso, e questo vale per tutti. Ma per noi specificamente vale, a mio avviso, in tre direzioni, che sintetizzerei così: la nuova dislocazione del valore e la conseguente crisi della dialettica sociale, che è la madre di tutte le questioni; le nuove forme storiche della democrazia e la conseguente crisi della dialettica politica; la parabola storica delle formazioni comuniste del ‘900 e la conseguente crisi della forma-partito. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Hai detto niente! Quelle che hai  elencato sono questioni epocali!   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Ma noi siamo esattamente ad una  svolta d'epoca.   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Ma di questioni così non se  ne viene mica a capo in una discussione! E neppure in cento  discussioni.   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Non si tratta tanto di definirle in termini di parole; si tratta piuttosto di assumerle come questioni fondative del nostro modo di essere. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Cioè?   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Si tratta di tenerle ben presenti qui, davanti a noi, e di cimentarsi nella comprensione, nella ricerca di risposte utili. Si tratta di avviare un cammino proficuo all'interno di tali questioni, non già dall'esterno ma proprio all'interno dello spazio che esse segnano nella storia e ci consegnano nel vivere concreto.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Più facile a dirsi che a  farsi.   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Ma forse, paradossalmente, è proprio il contrario: è più facile a farsi che a dirsi. Prendiamo, ad esempio, la questione fondamentale della nuova dislocazione del valore. La creazione di valore, che nella lettura di Marx equivale, giustamente, al concreto processo di sfruttamento, oggi non avviene più con le modalità tipiche dell'Ottocento o anche di gran parte del secolo scorso. Non è più il semplice tempo di lavoro non pagato al lavoratore dal capitalista a determinare il plusvalore, entro uno spazio chiaramente definito e circoscritto del meccanismo di produzione; bensì è la potenza degli agenti che vengono messi in moto durante il tempo di lavoro a costituire, come già prevedeva lo stesso Marx delineando gli scenari futuri del capitalismo della sua epoca, il vero, grande pilastro della produzione della ricchezza e dunque anche del processo di valorizzazione del capitale. E questa “potenza degli agenti” non va riferita semplicemente alla maggiore sofisticazione tecnologica dei macchinari: va invece rapportata proprio alla struttura integrata delle dinamiche produttive. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Questo, forse, ci è abbastanza chiaro. Del resto te l'abbiamo già sentito fare altre volte il discorso della produzione capitalistica che si estende progressivamente a tutto il vivere sociale: le macchine più sofisticate agiscono in sinergia con la rete dei servizi, con la catena della logistica e della distribuzione, con le infrastrutture, con l'istruzione, con le attività di coesione sociale. In questa progressiva totalizzazione del rapporto di capitale, tutto concorre a potenziare i tempi di lavoro immediati, per cui è propriamente l'insieme a fondare la produzione della ricchezza e a reggere il processo della valorizzazione: il livello di combinazione tecnica della produzione, il grado di cooperazione sociale del lavoro, la mobilitazione produttiva del corpo sociale, finanche l’irregimentazione dei tempi e degli stili di vita... &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Esatto. Ma quello che a noi ora interessa sono le conseguenze. Il fatto nuovo è che nell'epoca compiuta della totalizzazione lo sfruttamento diventa generale, si estende all'insieme delle figure sociali e all'insieme della vita di relazione, si estende, in progressione, all’intera esistenza degli uomini e delle cose. Tutto diviene merce e tutto diviene potenza. produttiva. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Ma in tal modo l'esercito degli sfruttati dovrebbe essere molto più forte di prima, più numeroso, più articolato, più ricco di competenze al proprio interno. Invece assistiamo esattamente alla disgregazione, e quasi alla dissoluzione di un punto di vista autonomo del proletariato. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Sembra un paradosso, ma non lo è. Il punto decisivo è che proprio questo universalismo dello sfruttamento e della condizione proletaria rende difficile le dinamiche della coscienza di classe. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Piano, questo passaggio mi pare un  po' ostico.   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. E’ meno ostico di quello che sembra. Prova a ragionare così: una qualsiasi soggettività, io, tu, lei, perché si ritrova ad esser tale? &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Tale come?   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Tale, appunto, come soggettività,  come un io distinto dagli altri io.   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Ma perché… perché  si riconosce con delle particolarità.   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Sì, ma com’è che  arriva a riconoscere su di sé delle particolarità?   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Oh, bella! Perché sa di  avere caratteristiche specifiche, che altri non hanno.   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Giusto. Ciascuno di noi si percepisce subito distinto dagli altri. Ma il presupposto di questa distinzione è esattamente che ci siano degli altri di fronte all’io. La costruzione della soggettività, il porsi come un io, è possibile perché ci si separa, prima biologicamente, poi per sensazioni, poi per pratiche di vita, da ciò che io non è. Risiede proprio nell’elemento oppositivo a me la condizione possibile che apre al definirsi del mio io, alla dinamica della coscienza che mi porta continuamente a riconoscermi come me stesso. Vale per le singole persone, vale ancora di più per i soggetti collettivi. Il proletariato come classe, come realtà che si muove sul piano storico, e quindi come soggetto della storia, oggi vive un processo di auto-costruzione molto più difficile, e ciò esattamente perché sui luoghi di lavoro, e negli stessi luoghi di vita, fatica a visualizzare ciò che non è proletario. Anche lo stesso operaio di fabbrica non ha più di fronte il padrone, ma proprietà impersonali; non ha più nemmeno la semplice palazzina della direzione, ma un articolato sistema che è assieme di lavoro e costrizione, che è sfuggente e interattivo, nel quale i tecnici, anche i tecnici di alto livello, sono essi stessi tendenzialmente proletari; e nel quale, soprattutto, la relazione di sfruttamento non si ritrova immediatamente, perché vive solo a scala generale. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Insomma, quello che tu sostieni è che la dialettica della soggettività di classe dell'Ottocento, o anche del Novecento, prevedeva chiare e nette demarcazioni: da un lato il proletariato, dall'altro la borghesia, in mezzo le cosiddette classi intermedie. E che ora non è più così. Ho capito bene? &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Qualcuno ha sostenuto che il  proletariato scompariva...   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. E invece ad essere, non dico scomparsa, ma profondamente modificata è stata proprio la borghesia. E’ questa che il proletariato non trova più di fronte a sé come altro da sé. Alle classi sfruttatrici è subentrato un sistema che si autoriproduce con le modalità di uno sfruttamento divenuto davvero generale, più esteso e più intenso, riferito a tutti i tempi e a tutte le attività, e che, in progressione, ricomprende sotto di sé la quasi totalità degli esseri umani. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Ma questo che vuol dire? I ricchi  non sono mica scomparsi…&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Certo che i ricchi continuano ad esserci; e ci sono anche i borghesi. Ma non sono più l'altra parte del sistema. Di fronte ai proletari sta oggi il sistema nella sua nuda essenza, nella sua astrattezza, e non già più altri uomini concreti. E di quel sistema, cioè della sua essenza, il proletario è al tempo stesso protagonista e vittima. In questo si dà il corto circuito della costruzione della coscienza. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Voglio vedere se ho capito. Tu dici che gli operai ci sono, anzi i proletari, ed essi coprono la quasi totalità del lavoro dipendente. E però non diventano, che riescono a diventare classe operaia, ovvero “proletariato”, perché lo sviluppo stesso del capitalismo ha reso evanescente la classe nemica. E di conseguenza il proletariato fatica a definirsi come classe. E anzi, introietta, se ho capito bene, le stesse ragioni del sistema. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Sicuramente è così. Nell'Ottocento e anche nel Novecento, se i salari erano bassi, si percepiva subito che succedeva perché i padroni ci guadagnavano. Oggi questa percezione stenta. Trovi non di rado operai ed impiegati, magari anche precari, che guadagnano appena 1000, 1200 euro al mese, che pure si lamentano, ovviamente, dell’impossibilità di vivere, ma che ragionano, quanto ai rimedi, quasi alla maniera de “Il sole 24 ore”: si dichiarano convinti che il nodo dei salari è legato all’aumento della produttività piuttosto che ai profitti, che occorre aumentare la ricchezza per poterla distribuire, che occorre reggere la concorrenza anche con la flessibilità del lavoro, e che se le aziende vanno male è anche per i troppi vincoli che pone lo Stato, per le troppe tasse, e via dicendo...&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Fosse solo questo! Se la prendono anche con gli zingari e con gli omosessuali; e invocano ordine e pulizia, nonché polizia, con parole e proposte chiaramente di destra... &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Pure questo si spiega. Se viene meno l’identità collettiva, si resta semplici individui in balìa della propria esperienza immediata. Per un operaio o per un disoccupato, l'immigrato è un concorrente; ed allo stesso disoccupato o operaio, in quanto cittadino, una pronunciata diversità di stili di vita e di comportamenti attorno a lui provoca un evidente problema psicologico di convivenza e relazione, ed è perciò spontaneamente avvertita come un fastidio. Poi, se c’è chi soffia continuamente sul fuoco, viene percepita anche come una minaccia. Insomma, se le contraddizioni “in verticale” tra proletariato e borghesia diventano confuse, si ingigantiscono immediatamente le contraddizioni “in orizzontale”, quelle col proprio vicino, con chi sta fisicamente di fronte. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Ma guardate che se realmente siamo a questo punto, c’è davvero ben poco da fare. Tu, Carlo, parlavi di qualcosa che era più facile a farsi che a dirsi, ma in una condizione così disgregata come si fa a recuperare il conflitto di classe? &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Intanto capendo bene, per prima cosa, che l'identità di classe non è un dato di partenza e che il problema non è semplicemente di rappresentare quell'identità sul piano della politica. L'identità deve essere ricostruita anzitutto sul piano sociale. Si tratta di un lavoro certamente complesso, ma per cominciare, lo ripeto, bisogna comprendere bene da che punto si parte. Tanto più che non è soltanto in crisi il conflitto sociale, ma anche il conflitto sul piano della politica. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Già. Nel tuo elenco dei  problemi hai posto anche la questione delle nuove forme della  democrazia.   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Sì, è questo il secondo grande terreno del mutamento epocale che stiamo vivendo. La forma-stato e l'articolazione della politica si sono rapidamente trasformate negli ultimi decenni. Siamo passati, per dirla in breve, dalla politica come luogo di confronto, e anche di scontro, fra interessi sociali diversi e contrapposti, alla politica come puro governo della complessità. Proprio perché l'universalità della condizione capitalistica ha confuso, sul piano sociale, le linee della contrapposizione, la politica può ora registrare soltanto la grandezza e la complessa struttura dell'insieme. E di fronte a questo insieme indistinto, essa può porsi solamente come “puro governo”. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Ma in realtà la capacità di governo della politica è venuta meno proprio nel quadro della globalizzazione. Non sei d’accordo? &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Sì, e non c'è contraddizione con quello che ho appena detto: la politica come governo della complessità è semplicemente un accompagnare la complessità stessa. Il sistema si autoriproduce e si espande per sue proprie dinamiche; la politica, divenuta ormai semplice governo, può soltanto accompagnare il movimento e togliere dalla strada tutto ciò che può fare inciampo. In questo senso, essa è intimamente autoritaria. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Ma è un autoritarismo di  tipo nuovo, non semplicemente il vecchio fascismo.   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Certo, le forme non sono, non possono essere, quelle del vecchio fascismo. Anche se ci andrei cauto a definire il vecchio fascismo come semplice dittatura. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Il fascismo fu totalitarismo e dunque una effettiva irregimentazione della società, una determinata capacità di modellarla. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Appunto. La politica autoritaria di oggi, rispetto al vecchio fascismo, è facilitata nel suo compito dal fatto che la società ha assunto una fisionomia già inquadrata per forza propria. La politica tutto può fare fuorché mettere in discussione le coordinate che il capitalismo ha fissato per l'insieme del corpo sociale. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Quello che tu dici mi sembra giusto. Si spiega così anche il fatto che i programmi dei partiti si assomigliano tutti, che i politici dicono grosso modo le stesse cose e che è così facile scambiarsi di posto nei parlamenti dei paesi a capitalismo avanzato. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Sì, la politica non procede per linee alternative ma per dinamiche di alternanza. E gli uomini in carne ed ossa, con le loro individuali biografie, valgono, in tale quadro, più delle loro proposte e dei loro programmi. Anzi i partiti diventano proprietà personali, con il nome del leader nel simbolo. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. E però, se ho inteso bene, tu stai dicendo qualcosa di molto serio, e cioè che all'interno del sistema democratico non è possibile delineare nessuna alternativa di società. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Sì, l'alternativa di società non può nascere dall'interno dell’attuale sistema democratico. Anche solo per poter cominciare a muoversi, essa deve dotarsi di una sua vita autonoma, parallela e contrapposta. Deve chiamare ad una partecipazione “altra”, al di fuori del sistema. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. L'esodo, di cui parla Negri?   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Sì e no. C’è un primo movimento indispensabile che è il “chiamarsi fuori”; è c’è un secondo movimento che è il costruire in modo alternativo. All'attuale democrazia, in concreto, vanno praticamente contrapposti gli istituti di democrazia diretta, non con una modalità di pura separazione, ma facendo in modo che questi premano su quella e strappino risultati utili sul piano sociale; e che, di conseguenza, crescano nello stesso assetto della società, come suo specifico punto di crisi e di ricostruzione alternativa. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Ma in un tale quadro ha poi senso definirsi come partito comunista? ha senso la partecipazione alle elezioni? ha senso la presenza nei vari istituti rappresentativi dell’attuale sistema democratico? &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Rispondo subito di sì a tutte e tre le domande. Il dualismo tra istituti di democrazia diretta ed attuale democrazia rappresentativa, lo ripeto, non può essere di separazione. Non c'è un altrove separato dalla concreta società dentro la quale siamo inseriti. La pratica della democrazia diretta è una progressione di marcia: per crescere ha bisogno di incidere, di strappare conquiste, di costringere la democrazia rappresentativa a concessioni e capitolazioni. La presenza di sue propaggini all'interno dei concreti luoghi della democrazia rappresentativa, dai consigli comunali al parlamento, e anche all'interno, laddove è possibile e utile, delle loro emanazioni di governo, può essere senz'altro d'aiuto. Così come lo è la partecipazione alle elezioni, che nell'attuale condizione sono largamente un rito di coesione ed irregimentazione, ma che pure possono essere vissute come momento di presenza e forza dell'universo alternativo. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Attenzione però, la pratica elettorale e anche la pratica istituzionale, non sono solo uno strumento. Sono esse stesse una forza costruttiva, definiscono fisionomie, culture, modi di essere. Con l'elezione si diventa facilmente elettoralisti, e nelle istituzioni ci si trasforma troppo facilmente in istituzionalisti.&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Quello che dici è vero. E’ la pratica sociale delle persone che determina la loro coscienza, e non viceversa. Ma io dico che la gran parte della nostra pratica deve svolgersi esattamente “fuori”. Se non si costruiscono i percorsi della democrazia diretta, è evidente che la partecipazione alla democrazia rappresentativa ci modella nel senso di quest'ultima, e dunque dentro le logiche dell'alternanza e non dell'alternativa. Chiamarsi fuori è, come ho già detto, il primo movimento. Il secondo è di premere sull'insieme della società, ivi compreso il suo assetto rappresentativo. C'è un elemento prioritario e un andamento derivato. Ma se non c'è la priorità della democrazia diretta, diventa inevitabile che, pur con tutte le migliori intenzioni, la partecipazione alla democrazia rappresentativa snaturi la nostra stessa volontà di alternativa. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Ma dove si situa specificamente questa nostra volontà di alternativa? Mica ci ripresenterai il discorso del partito come luogo mitico del nostro essere diversi? &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. No. Il partito va inteso alla stregua di un semplice strumento pratico. Nulla di più. Il partito che propongo è un partito con la p minuscola. Tanto più che proprio la forma-partito è entrata in crisi, e i partiti comunisti hanno avuto storicamente una parabola di evidente snaturamento ed isterilimento. E l’hanno avuta proprio in quanto partiti, in quanto processo storico definito, non per responsabilità di gruppi dirigenti che avrebbero, per così dire, “tradito”. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. E’ questo che intendevi come  terzo lascito del Novecento? Il terzo problema che il conto della  storia ci consegna?   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Sì. Accanto alla dislocazione del valore nell’insieme della società e alla politica democratica come governo della complessità, la chiusura del Novecento ha portato con sé anche la fine del partito come luogo onnicomprensivo dell'alternativa di società. Si sono consumati entrambi i modi di concepire la pratica dei comunisti. Da un lato, ha fallito il partito comunista di massa, che manteneva nel proprio programma il socialismo e la trasformazione della società, e però concretamente si metteva in gioco dentro le dinamiche politiche date. La sua corsa è proseguita fino all'assunzione piena delle forme della democrazia rappresentativa per come esse stesse si venivano modificando, nel senso del governo della complessità. La cosiddetta mutazione genetica del vecchio PCI in PDS, DS ed oggi Partito democratico, non è un incidente della storia ma l’esito, per certi versi inevitabile, di quel mettersi in gioco sul piano della politica, con la conseguente scissione concettuale e pratica tra programma massimo e programma minimo, tra strategia e tattica, tra idealità e politica. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Ma è fallito anche l'altro modo di concepire l'identità comunista, come avanguardia che si preserva e si prepara ad intercettare le dinamiche della società dentro gli scenari di crisi. Bordighisti e trotzchisti di vario segno, così attenti a non esser coinvolti più di tanto nelle dinamiche della politica come governo, sono stati lasciati indietro dalle stesse dinamiche di conflitto della società, sono rimasti gruppi sterili, in grado di essere anche presenti nel conflitto segmento per segmento, ma senza alcuna capacità di riannodare le fila e di spingere per una alternativa complessiva. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Sì, è così. I comunisti “togliattiani” sono stati come i panni logorati dal troppo uso, che alla fine non si riconoscono più neppure nel colore e nel disegno. Gli altri sono stati come i panni riposti nei cassetti che, a poco a poco, ingialliscono, si tarlano, perdono di consistenza e diventano sostanzialmente inservibili. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Ma allora il comunismo come pratica organizzata, come identità militante, come partecipazione culturale ed emotiva è ormai una cosa del passato?&lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Le cose del passato sono del passato. Oggi occorre essere comunisti in modo nuovo e in nuove forme organizzate. E occorre esserlo anzitutto sul piano delle relazioni sociali, e solo derivatamente sul piano delle relazioni politiche. Ed occorre esserlo soprattutto agendo per favorire dinamiche di autorganizzazione sociale, di democrazia diretta. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Ma allora bisogna cambiare tutto anche rispetto al nostro più recente passato, anche rispetto a come è stata negli ultimi quindici anni Rifondazione comunista. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Sì. Questa comunità di compagni che ancora è Rifondazione comunista deve produrre un nuovo inizio, una nuova pratica, portando con sé tutto il meglio di quello che ha prodotto finora in termini di innovazione culturale. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. E vi pare che si stia andando in  questa direzione ora? dopo la batosta elettorale?   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Non so. Domani c'è il  Comitato politico nazionale di Rifondazione. Vedremo cosa ne esce.   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. Da come si preannuncia ci sarà  scontro duro.   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Non è lo scontro che ci deve preoccupare, ma il punto in cui siamo. Noi siamo obbligati, volenti o nolenti, ad un nuovo inizio. &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Sì, ma con quali  caratteristiche?   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;C. Di questo potremo anche parlare  un'altra volta.   &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;R. Va bene, chiudiamola qui per il  momento. E diamoci appuntamento a dopo il comitato politico.   &lt;/p&gt; &lt;/div&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;F. D'accordo.&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;p style="margin-bottom: 0cm;"&gt;Napoli, 18 aprile 2008        RINO MALINCONICO&lt;/p&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7897224296383579037-4864322140845920441?l=movimentazionedialoghi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://movimentazionedialoghi.blogspot.com/feeds/4864322140845920441/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7897224296383579037&amp;postID=4864322140845920441' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7897224296383579037/posts/default/4864322140845920441'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7897224296383579037/posts/default/4864322140845920441'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://movimentazionedialoghi.blogspot.com/2008/05/dialoghi-sulla-sconfitta-2.html' title='Dialoghi sulla sconfitta / 2'/><author><name>movimentazione</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08759068781258074283</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry><entry><id>tag:blogger.com,1999:blog-7897224296383579037.post-3326418171222411603</id><published>2008-05-10T01:07:00.000-07:00</published><updated>2008-06-20T11:56:22.915-07:00</updated><title type='text'>Dialoghi sulla sconfitta / 1</title><content type='html'>&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;DIALOGHI ALL'INDOMANI DI UNA SCONFITTA di Rino Malinconico&lt;/span&gt;&lt;br /&gt;&lt;p style="font-weight: bold;"&gt;parte prima: LE SPIEGAZIONI DEBOLI&lt;/p&gt;&lt;br /&gt;&lt;div class="post-body entry-content"&gt;&lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;ROSA&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;  Sei molto pensieroso, Carlo. A cosa pensi?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;CARLO&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;  Penso che bisognerebbe tacere di più prima di parlare.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;FEDERICO&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;  Ma in questo momento? E con questo sbandamento generale dei compagni?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C.&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt; Proprio per questo. Proprio perché quello che è accaduto è davvero la chiusura di un’epoca, non si può reagire con il primo umore che s’agita nel cervello o nelle viscere. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R.&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt; Con chi ce l’hai?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Con quello che ho sentito in queste ore.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F.&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt; Certo, sono ancora balbettii; ma è comunque normale che i compagni, ciascuno con una determinata accentuazione, provino a spiegare, a sé e agli altri, quello che è accaduto.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Spiegare? Spiegare è un’azione complessa.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Vuoi dire che le spiegazioni date non sono ancora convincenti?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Intanto sono già state date distinte spiegazioni, anche opposte tra loro. Ma non è questo il punto, perché non si tratta di scegliere ora quale sia la più giusta; e neppure quale sia la meno contraddittoria. Io dico che è sbagliato il contesto che le regge, codeste spiegazioni. Direi quasi che sono sbagliati i soggetti che le propongono.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Spiegati.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Voglio dire che la nostra casa, la casa che abbiamo costruito in tutti questi anni, dal principiare degli anni ’90 ad oggi, quella che i giornali chiamano la Sinistra antagonista…&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Ebbene?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Ebbene, questa casa è completamente terremotata. Di più: è irrimediabilmente terremotata. E sotto le sue macerie ci sono concretissimi cadaveri…&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;E’ una metafora forte. Anche troppo macabra.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Ma la sua premessa è stranamente “di destra”, e non me lo sarei aspettato da parte tua. Pare quasi che senza rappresentanza istituzionale non c’è più un partito, un soggetto che possa coltivare l’orizzonte della trasformazione.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Non sostengo affatto questo. Tra i numeri, quello che mi spaventa davvero non è lo 0 in seggi, ma il 3% in voti.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Cioè?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Dico che se la legge elettorale fosse stata ancora peggiore, con uno sbarramento al 10%, come è stato in Francia per tanti anni, e noi fossimo arrivati, che so, giusto al 9%, allora, pur senza eleggere alcun parlamentare, non avremmo certo una casa terremotata, e il dato non avrebbe potuto essere giudicato in termini negativi. Ci saremmo sentiti ovviamente delusi e avremmo recriminato; ma non saremmo precipitati nel dramma.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Sì, capisco quello che vuoi dire. Il risultato elettorale è drammatico non tanto perché comporta una cancellazione dalle aule parlamentari, ma perché allude soprattutto ad una cancellazione dalla coscienza civile del nostro paese…&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Piano compagni, neppure dobbiamo esagerare con le parole… appena due anni fa, l’insieme delle forze de &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;i&gt;La Sinistra l’arcobaleno&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt; stava oltre il 10%: mi pare 10,2 alla Camera e 11,5 al Senato. E ciò, senza neppure considerare l’apporto di &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;i&gt;Sinistra democratica&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;. Come non è stato stabile quel risultato lusinghiero, potrebbe anche non esserlo questo drammatico di oggi. Tra un anno potrebbe tutto nuovamente cambiare, e stavolta in meglio.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;E’ un ragionamento anche questo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Allora convieni?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;No. Dico che è un ragionamento, ma con la debolezza tipica dei ragionamenti che procedono per analogia.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;E come si dovrebbe ragionare, se non comparando le situazioni e prendendo spunto da ciò che si è verificato in passato?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Bisogna ragionare sul concreto contesto di oggi, sulle dinamiche che si sono attivate e sull’insieme dei dati che abbiamo. Il 3% a &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;i&gt;La sinistra l’arcobaleno&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt; è solo un pezzo del quadro. Messo assieme ad altri, io temo che ci consegni, almeno per i prossimi anni, per tutta una fase di medio periodo, un punto di non ritorno. Purtroppo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Ma allora quelli che invitano a reagire sbagliano?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Occorre vedere come si invita a reagire…&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;E come vuoi che si articoli un invito a reagire? Si dice di continuare, di riprendere il cammino…&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Per reagire davvero occorre capire bene quello che è accaduto e il punto in cui si è.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;C’è poco da capire: siamo a un vero disastro politico.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Certo. Ma le parole devono essere colte in tutta la loro densità, facendosi attraversare pienamente da tutta la loro forza. E’ un disastro vero, non una grave sconfitta. Non è una Caporetto, ma una Waterloo. Dopo Caporetto ci fu il Piave. Dopo Waterloo, si aprì definitivamente una nuova epoca, con tutto un nuovo corredo di immagini e parole: da Sant’Elena alla Restaurazione, dalle insorgenze democratiche e nazionali alle prime organizzazioni socialiste, dalla nuova filosofia tedesca alla nuova geografia industriale…&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Ma allora tu sei ancora più pessimista di noi e di tutti gli altri compagni.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Non scambiare il realismo per pessimismo. Chi non si pone il problema di riconsiderare preliminarmente la propria capacità di percezione della realtà, non solo avrà maggiori difficoltà a darsi una prospettiva, ma non riuscirà a capire bene neppure dove si trova. A me pare che ci sia troppo irrealismo nelle nostre file. Anche ora, anche dopo che il disastro si è reso evidente e incontestabile.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Che intendi per irrealismo?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Per esempio, mi paiono del tutto irrealistici quelli che dicono che la prima cosa da fare sia di accelerare comunque nella direzione già tracciata dalla proposta de &lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;i&gt;La Sinistra l’arcobaleno&lt;/i&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;. E sono irrealistici pure coloro che pensano che quella strada sia comunque quella giusta, e che vada percorsa semplicemente con un po’ di prudenza in più.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Perché li chiami irrealistici?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Per quanto concerne quelli del primo tipo, cioè quelli che dicono: andiamo avanti ancora più velocemente, la risposta è fin troppo facile, tanto più che la loro argomentazione fondamentale –“sarebbe peggio tornare indietro” – si scontra col fatto obiettivo (e cioè non con una semplice opinione contraria) che il treno non può andare più né avanti e né indietro, ma è lì scomposto di fronte a noi: è deragliato, le carrozze sono fuori dai binari, alcune addirittura giacciono riverse lungo la scarpata. Esortare gli attoniti passeggeri, ammaccati e sanguinanti, ad accelerare è davvero una bizzarria. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;L’osservazione che fai è sicuramente comprensibile. Ma perché sarebbe irrealistico anche il ragionamento di chi dice di continuare nella stessa direzione? con un percorso più calibrato e tempi più distesi? &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Perché detto così non significa davvero niente. O si tratta di un generico invito a puntare ad una aggregazione più ampia, a raccogliere ciò che di sinistra si muove nella società, e allora non v'è chi non sia d'accordo. Oppure il discorso vuole essere una indicazione pratica, e allora si dà prova di non aver capito il punto in cui si è. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Cioè? &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Cioè che siamo ad una situazione molto prossima allo zero. Per tornare all'esempio del treno: esso semplicemente non c'è più. Deve essere ricostruito, e forse non è neppure detto che debba trattarsi di un treno; ma ci vorranno comunque degli anni. In ogni caso, lo si potrà costruire soltanto se intanto ci si incammina con l'unica cosa che abbiamo ora: le nostre gambe. Ci aspetta una non breve traversata del deserto. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Quello che però io mi chiedo è come sia stato possibile un risultato così disastroso. Una delle ragioni è certamente il nostro distacco da quello che pure dovrebbe essere il nostro riferimento fondamentale, e mi riferisco al proletariato. Non sei d’accordo, Carlo? Molto del disastro non dipende dal fatto che siamo andati così poco davanti ai cancelli delle fabbriche? &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;C'è sicuramente un pezzo di verità in quello che dici, ma è molto, troppo parziale. La questione non è la presenza ai cancelli delle fabbriche, o negli altri variegati universi del lavoro dipendente, anche perché, almeno in determinate circostanze, i compagni ci sono anche stati; la questione vera è che, se pure incontriamo fisicamente i lavoratori, rischiamo comunque di non aver molto da dire all’insieme del proletariato. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Ma è la stessa cosa che ho detto io. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;No. Io sostengo che noi non avevamo molto da dire, e non l’abbiamo neppure adesso, anzitutto perché non abbiamo maturato una comprensione vera di come le fabbriche, le infrastrutture, gli uffici, i servizi, le reti logistiche, i luoghi della distribuzione e tutto l’insieme del tessuto economico si siano scomposti. Il comportamento elettorale delle cinture operaie del nord è la spia evidente di una scomposizione profonda del proletariato. E segnali li abbiamo registrati anche negli anni scorsi. Un esempio è dato dalla parabola discendente del sindacalismo di base, che pure ancora un decennio fa sembrava essere un evento significativo, una novità importante, mentre oggi stenta finanche ad essere rappresentato nelle rsu. Ed è significativa anche l'esperienza di isolamento vissuta in CGIL dalla FIOM, peraltro anch'essa un sindacato con molte facce, non tutte bellissime.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Stai parlando delle difficoltà della classe operaia… &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;No, sto parlando della difficoltà degli operai, degli impiegati, dei commessi, e di tutto i lavoratori subordinati a divenire “classe”. E per quanto riguarda noi sto parlando delle nostre illusioni: abbiamo oscillato tra l’assunzione della FIOM come esemplificazione del tutto, come se fosse molto più di un sindacato, ed anzi essa stessa né più né meno che “la classe operaia”, e la corrispondente sottovalutazione delle ricadute storiche e sociali dei processi di scomposizione e ricomposizione interna al tessuto produttivo. Da un lato i compagni parlavano coi sindacalisti e pensavano di aver parlato con la “classe”; dall’altro si dava comunque per scontato che la classe era là e che il problema era solo di rappresentarla. Ma se gli operai, e i proletari in genere, nel cui numero vanno comprese tutte, ma proprio tutte le variegate figure del lavoro dipendente di oggi, non riescono poi a muoversi come corpo collettivo, e sviluppano soltanto mugugno e rancore, la prospettiva nostra viene intaccata proprio alla radice… &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Io credo ho che non bisogna andare tanto lontano con l'analisi. Si rischia di perdere di vista le cose più semplici: per esempio, il peso devastante che ha avuto l'esperienza di governo. Abbiamo ingoiato troppi bocconi amari nel governo Prodi. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Questo è vero. Ma anche qui bisognerebbe scendere un poco più in profondità. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Che vuoi dire? &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Che è stata la nostra debolezza strutturale a provocare la nostra debolezza politica, e non viceversa. Proprio perché eravamo, e siamo, poca cosa sul piano della società, eravamo poca cosa anche sul piano del governo, nonostante il numero rilevante di parlamentari. La nostra debolezza strutturale ci metteva continuamente in una condizione di difficoltà nella articolazione politica. Noi siamo stati dentro il governo Prodi ingoiando tutti i bocconi amari che sappiamo, e abbiamo scelto di farlo in un quadro di resistenza rispetto alla pressione di Berlusconi. E’ difficile negare come tale tattica non sia stata né compresa e né accettata dalla maggioranza di coloro che ci hanno votato nel 2006. Ma esisteva un'altra tattica possibile? &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Dovevamo staccarci da Prodi. Questo dovevamo fare!&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Staccarci quando? Rifiutando di fare l'alleanza nel 2006? Ed era possibile una tale scelta dopo cinque anni di governo Berlusconi? Se oggi ha pesato il “voto utile”, che sarebbe successo allora, se non avessimo fatto coalizione col centrosinistra?&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;No, non dico che dovevamo andare da soli nel 2006. Questo no. Potevamo però fare un accordo di desistenza, invece che un’alleanza organica. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Questo davvero non mi convince. Al di là del fatto che c'era un precedente non positivo anche sulla desistenza, con un suo successivo esito di lacerazione che la rendeva comunque impraticabile, è noto che gli altri, lo stesso Prodi, non avrebbero accettato. No, su questo Carlo ha ragione. Nel 2006 dovevamo fare l’alleanza. E però, proprio alla luce del risultato elettorale, con Prodi che vince per soli 24 mila voti, potevamo rifiutarci di dar vita al governo ed indicare, come cosa più naturale, o nuove elezioni, o un governo istituzionale, senza di noi, che si cercasse i voti volta per volta in parlamento. Avremo avuto una situazione meno ingessata, e noi saremmo stati comunque più autonomi.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Certo, lo si poteva fare. Ma bisognava avere, appunto, spalle molto robuste, essere davvero capaci di parlare al paese e di far comprendere una scelta tanto difficile e complicata. Così come bisognava avere spalle molto robuste per far cadere Prodi, nel pieno delle spallate di Berlusconi.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Sulla questione del Welfare c’erano più spazi per farlo.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Davvero lo credi? Dopo che c'era stato un referendum sindacale dall'esito inequivocabile, e ciò anche considerando i possibili brogli tra i pensionati e in diverse altre categorie? Ma in ogni caso anche una tale scelta presupponeva un partito dalle spalle robuste, capace di reggere il confronto non solo in parlamento ma proprio nel paese. Erano queste spalle a mancare. Mancava, come si è visto troppo bene ora, un sufficiente insediamento sociale del nostro partito e delle altre forze della sinistra. Torniamo perciò al punto di partenza, alla debolezza sociale che generava continuamente debolezza politica…&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Ma allora qual è la tua tesi? Che avremmo dovuto far parte per noi soli da qualche decennio e puntare ad una vita identitaria? &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Neppure questo, mia cara Rosa. Proprio le identità sono state scosse per prime dalla storia: il ‘900 ha segnato contemporaneamente l’apogeo e la crisi delle identità. Questa verità l'abbiamo capita, almeno in parte, tanto è vero che abbiamo ragionato in termini di nuovi innesti. La stessa dizione “rifondazione comunista” significava proprio questo. Ma i nuovi innesti da dove potevano venire se non dal dialogo sociale? da un reale camminare nel mondo? &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Non capisco allora il senso di quello che dici. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Bene, allora la dico così: o si è trozkisti, bordighisti, terzinternazionalisti e quant'altro, oppure si tenta di essere comunisti all'altezza dei tempi. Ed essere comunisti all'altezza dei tempi non significa celebrare l'identità, ma metterla costantemente in gioco. Poi si possono anche fare errori tattici, ma la strategia non può essere che quella di incidere nella società. Il detto latino “dixi et salvavi animam meam”, e cioè “dico quello che penso, e per il solo fatto di averlo detto ho fatto tutto quello che mi spettava di fare” è esattamente l'opposto di quello che realmente dovevamo e dobbiamo fare. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Forse comincia ad essermi chiaro il senso di quello che tu stai dicendo. In sostanza tu ritieni che abbiamo giustamente provato ad andare avanti, ma che abbiamo proceduto comunque con un grave peso sulle spalle, consegnatoci dalla storia: la frantumazione della struttura della classe, la conseguente nostra debolezza nelle dinamiche sociali, la crisi dei modelli di identità. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Esatto. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Ma se pure è così, ciò non toglie che la sinistra arcobaleno sia stata una scelta precipitosa, che ha aumentato i fattori di sbandamento. Probabilmente saremmo andati meglio se ci presentavamo come “rifondazione comunista”.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;span style="font-weight: bold;"&gt;C.&lt;/span&gt; Non c'è controprova: si può sostenere tutto e il contrario di tutto. E’ però maggiormente verosimile che quattro liste a sinistra del partito democratico avrebbero conosciuto lo stesso un destino amarissimo. Già ora le due liste con la falce e martello hanno preso insieme giusto quando serviva ad arrivare al 4%. &lt;/span&gt;  &lt;/p&gt;  &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Ma con questi chiari di luna forse è stato addirittura meglio il secco 3% anziché il 4, 4,2, 4,3. Con un po' di deputati, ci saremmo ancora illusi di poter andare avanti allo stesso modo e di poter continuare nella stessa direzione, senza la chiarezza dei nostri limiti di fondo, limiti che l’esito del voto ci ha finalmente svelato. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Io però su questo punto della sinistra arcobaleno farei un ragionamento più articolato. Rifondazione comunista è nata esattamente per mettere insieme le culture critiche del capitalismo, e per ricostruire, in tale prospettiva, una nuova sinistra in Italia. La sinistra arcobaleno può anche intendersi come un tentativo in tale direzione. Ovviamente va subito detto che il tentativo è fallito, e in ciò ha pesato anche il carattere totalmente verticistico e contingente dell’aggregazione. In ogni caso, non è più riproponibile, neppure se si toglie la parola “arcobaleno” e si lascia solo la parola “sinistra”. Il punto è che quattro debolezze non fanno una forza, tanto più se alle debolezze si aggiungono confusioni e ambiguità finanche riguardo al giudizio sul capitalismo. Ci siamo scontrati anzitutto con i nostri vuoti strutturali, ma anche col fatto banale che le culture che si mettevano assieme non erano neppure molto critiche. E probabilmente è vero che non sempre si può ragionare col principio di accontentarsi di quello che passa il convento. Tuttavia, non farei della scelta in sé, e neppure del modo come è stata perseguita, la base di fondo per spiegare il nostro disastro. Al di là della debolezza strutturale di fondo di tutta la cosiddetta “sinistra antagonista” - la qual cosa, lo ripeto, è la ragione fondamentale di un disastro che covava da gran tempo sotto le ceneri-, quello che ha pesato di più è stato il fatto di essere percepiti, ancor prima della “sinistra arcobaleno”, alla stregua di una “casta” o, considerando le proporzioni, di una “sottocasta”. Hanno pesato di più, a me pare, le nostre pratiche concrete, il nostro politicismo quotidiano, il nostro quotidiano orizzonte istituzionale: vale per i nostri alleati, ma vale largamente anche per Rifondazione comunista. Un esempio è dato dalla stessa composizione delle liste. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Allora aveva ragione Beppe Grillo. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;In parte sicuramente. Anche da noi ha lievitato negli anni una piccola “casta rossa”, formatesi nella fase finale del PCI e nella parabola del sindacato delle compatibilità, la quale è per sua natura portata a una pratica politica di galleggiamento, di semplice galleggiamento. Il che non vuol dire che il progetto politico di Rifondazione fosse “di galleggiamento”. Tutt’altro. Era ed è un progetto alto, ma non mancavano, e non mancano, corposissimi chiaroscuro al suo interno. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Ma io mi chiedo se non ci fosse anche un problema di programma: proprio delle cose che diciamo, al di là della qualità delle nostre pratiche. Il nostro programma forse era poco realistico e sicuramente lo abbiamo anche comunicato male. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Non mi persuade questo rilievo. Noi non abbiamo propagandato mica la rivoluzione. Se si parla di difesa ambientale, di diritti di cittadinanza, di sviluppo ecosostenibile, di una programmazione pubblica dello sviluppo che valorizzi i territori, mica si dicono cose poco realistiche! Invece eravamo noi a non essere credibili. Le nostre parole forse sì, noi no. Insomma, per dirla con una battuta, non è giusto sostenere che abbiamo perso perché siamo stati troppo radicali. Abbiamo perso perché non si può essere radicali senza un legame reale con le dinamiche sociali. E’ questo che non abbiamo costruito. E non l'abbiamo costruito anche perché non abbiamo fatto i conti fino in fondo con la chiusura del ‘900.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Ma qui si apre il ragionamento addirittura sui massimi sistemi.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Sì. Ma proprio questo è il cuore delle questioni: esattamente un ragionamento sui massimi sistemi. Ovviamente, non pretenderete mica che lo facciamo adesso. Per ora questa conversazione possiamo anche fermarla qui. &lt;/span&gt; &lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;R. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Ma non si può lasciare la discussione proprio sul più bello.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. N&lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;on la lasciamo affatto. Dico solo di mettere ora un punto e rivederci tra qualche giorno.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;F. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Allora sono solo dei punti sospensivi.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt; &lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;b&gt;C. &lt;/b&gt;&lt;/span&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;Sì, solo dei punti sospensivi.&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;&lt;p style="margin-bottom: 0cm;" align="justify"&gt;&lt;span style="font-size:100%;"&gt;&lt;br /&gt;&lt;/span&gt;&lt;/p&gt;Napoli, 15 aprile 2008      &lt;br /&gt;RINO MALINCONICO&lt;/div&gt;&lt;div class="blogger-post-footer"&gt;&lt;img width='1' height='1' src='https://blogger.googleusercontent.com/tracker/7897224296383579037-3326418171222411603?l=movimentazionedialoghi.blogspot.com' alt='' /&gt;&lt;/div&gt;</content><link rel='replies' type='application/atom+xml' href='http://movimentazionedialoghi.blogspot.com/feeds/3326418171222411603/comments/default' title='Commenti sul post'/><link rel='replies' type='text/html' href='http://www.blogger.com/comment.g?blogID=7897224296383579037&amp;postID=3326418171222411603' title='0 Commenti'/><link rel='edit' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7897224296383579037/posts/default/3326418171222411603'/><link rel='self' type='application/atom+xml' href='http://www.blogger.com/feeds/7897224296383579037/posts/default/3326418171222411603'/><link rel='alternate' type='text/html' href='http://movimentazionedialoghi.blogspot.com/2008/05/dialoghi-sulla-sconfitta-1.html' title='Dialoghi sulla sconfitta / 1'/><author><name>movimentazione</name><uri>http://www.blogger.com/profile/08759068781258074283</uri><email>noreply@blogger.com</email><gd:image rel='http://schemas.google.com/g/2005#thumbnail' width='16' height='16' src='http://img2.blogblog.com/img/b16-rounded.gif'/></author><thr:total>0</thr:total></entry></feed>
